di Nadia De Cristofaro.

Introduzione editoriale

Le aree interne rappresentano oggi uno dei luoghi più significativi in cui si gioca il futuro della cultura digitale europea. Non più periferie da colmare, ma spazi generativi in cui ripensare il rapporto tra tecnologia, comunità e patrimonio culturale.

Il contributo di Nadia De Cristofaro si inserisce con grande profondità in questo orizzonte, offrendo una lettura sistemica e al tempo stesso operativa del ruolo che l’intelligenza artificiale e gli ecosistemi educativi possono svolgere nei processi di rigenerazione territoriale.

Il valore dell’articolo risiede non solo nella solidità teorica, ma nella capacità di tenere insieme dimensioni spesso trattate separatamente: educazione, cittadinanza culturale, innovazione tecnologica, governance. In questo intreccio emerge con chiarezza una prospettiva che è anche alla base del lavoro che come DiCultHer stiamo portando avanti: l’idea che il digitale, e in particolare l’IA, possano diventare strumenti per rafforzare la dignità culturale delle comunità e non fattori di ulteriore marginalizzazione.

Particolarmente significativa è l’attenzione alle comunità educanti come infrastrutture sociali dell’innovazione. È in questi contesti che il digitale smette di essere tecnologia e diventa relazione, esperienza, costruzione condivisa di conoscenza.

In questa prospettiva, le aree interne si configurano come veri e propri laboratori di un nuovo umanesimo digitale: luoghi in cui sperimentare modelli di sviluppo fondati non solo sull’accesso alle tecnologie, ma sulla loro appropriazione consapevole, critica e creativa.

È proprio qui che si gioca la sfida più importante: coltivare, educare, umanizzare il digitale, affinché esso contribuisca alla costruzione di comunità più giuste, inclusive e partecipate.

Carmine Marinucci

Abstract (IT)
Le aree interne, laboratori paradigmatici sospesi tra marginalità territoriale e transizione digitale, assurgono a spazi privilegiati per l’elaborazione di un modello di sviluppo fondato su un umanesimo digitale. Attraverso progettualità mirate ed ecosistemi inclusivi e resilienti, quali le comunità educanti, esse si candidano a coniugare innovazione tecnologica e sviluppo umano, delineando un modello di crescita centrato su dignità culturale e partecipazione, attiva e consapevole. Muovendo da un’analisi multidimensionale e sistemica del digital divide, il contributo evidenzia il ruolo dell’IA come infrastruttura cognitiva e dispositivo educativo in grado di riprogettare processi di apprendimento, partecipazione e cittadinanza, entro una governance multilivello, orientata a principi di equità, trasparenza e responsabilità, delineando nuovi orizzonti di sviluppo, in coerenza con i principali framework internazionali.  
Parole-chiave: Prossimità diseguale, Algoritmi civici, Reti aumentate, Comunità generative, Tecnosofia della modernità.

Abstract (EN) The inner areas, paradigmatic laboratories suspended between territorial marginality and digital transition, emerge as privileged spaces for the development of a model of growth grounded in a digital humanism. Through targeted initiatives and inclusive, resilient ecosystems—such as educational communities—these territories position themselves as key sites for reconciling technological innovation with human development, outlining a model of growth centered on cultural dignity and active, conscious participation. Starting from a multidimensional and systemic analysis of the digital divide, the contribution highlights the role of AI as a cognitive infrastructure and an educational device capable of redesigning processes of learning, participation, and citizenship, within a multi-level governance framework oriented toward principles of equity, transparency, and responsibility, thus outlining new horizons of development in line with major international frameworks.

Key-words:  Unequal proximity, Civic algorithms, Augmented networks, Generative communities, Technosophy of modernity.

SOMMARIO 1. Geografie della marginalità connessa: le aree interne come frontiera dell’umanesimo digitale — 2. Infrastrutture cognitive e cittadinanza culturale: il ruolo dell’IA nell’ecosistema educativo europeo — 3. Rigenerare il patrimonio invisibile: tecnosofia dell’immersione e apprendimento situato nelle aree interne — 4. Comunità educanti e infrastrutture sociali dell’innovazione: modelli partecipativi per un umanesimo digitale territoriale — 5. Responsabilità sistemiche: una governance multilivello dell’ecosistema digitale — 6. Oltre l’algoritmo: tra educazione, cultura e partecipazione democratica — 7. Conclusioni: orizzonti di coesione, rigenerazione dei territori ed ecologia della responsabilità.



1. Geografie della marginalità connessa: le aree interne come frontiera dell’umanesimo digitale

Le aree interne, antiche custodi di un tempo sospeso, descrivono un laboratorio paradigmatico delle tensioni che attraversano gli Stati contemporanei, inscrivendosi nella dialettica tra iperconnessione globale e marginalità territoriale che caratterizza la modernità avanzata[1].

In un contesto scandito dall’accelerazione tecnologica e dalla progressiva smaterializzazione delle relazioni economiche e sociali, esse emergono come spazi liminali, rurali o montani, nei quali la promessa della connettività universale incontra persistenti condizioni di isolamento fisico e infrastrutturale[2]. Rientrano nella categoria oltre 4.000 comuni italiani, circa il 48,5% del totale nazionale, ospitando 13 milioni di persone pari al 22,7% della popolazione[3]: una frattura sistemica che investe dimensioni socioeconomiche, culturali e simboliche, ridefinendo le gerarchie dello sviluppo e dell’accesso a risorse e opportunità e in cui il fenomeno dello spopolamento assume natura strutturale e auto-rinforzante, vettore di vulnerabilità territoriale[4].

Nell’ultimo decennio, numerose le aree interne che hanno registrato una contrazione demografica superiore al 5%, con dinamiche accentuate nel Mezzogiorno, dove si intrecciano fragilità storiche e nuove forme di dipendenza economica[5]. Qui, l’indice di vecchiaia, tra i più elevati in Europa — con oltre il 25% ultrasessantacinquenni[6] è fattore critico nella trasmissione intergenerazionale dei saperi, nella riproduzione del capitale sociale e nella capacità delle comunità di generare innovazione. La rarefazione delle coorti giovanili, la dispersione scolastica e la povertà educativa implicano, infatti, una progressiva erosione delle energie progettuali e imprenditoriali, nonché una trasformazione delle identità locali, spesso orientate alla conservazione piuttosto che alla sperimentazione.

Criticità anche nell’accesso ai servizi essenziali: numerosi i contesti in cui il tempo medio necessario per raggiungere un presidio sanitario o un istituto di istruzione secondaria superiore eccede i 45–60 minuti, configurando una distanza socio-spaziale e cognitiva,[7] una compressione delle opportunità educative e culturali che, incidendo su mobilità sociale e spopolamento, contribuisce a rafforzare dinamiche di esclusione e disuguaglianza cumulativa; non da meno la riduzione della presenza istituzionale, alimentando percezioni di abbandono e marginalità.

Uno scenario questo in cui il digital divide si configura come una questione multidimensionale, che eccede la mera disponibilità infrastrutturale per investire ambiti cognitivi, culturali e formativi[8]. La carenza di competenze digitali di base — che in Italia interessa ancora circa il 54% della popolazione — tende ad acuirsi nei contesti periferici[9], generando una doppia marginalità: geografica e digitale. Tale divario limita l’accesso ai nuovi ecosistemi della conoscenza, ostacolando la partecipazione attiva alla cittadinanza digitale e alle economie emergenti, basate sull’informazione[10]. È questo il crinale su cui disputa la possibilità di una rigenerazione reale: non mera estensione delle infrastrutture tecnologiche, ma costruzione di un ecosistema culturale capace di integrare innovazione e tradizione, saperi locali e competenze globali nell’ambito della digital transformation.

In tale prospettiva le aree interne, non più spazi residuali, possono reinterpretarsi come contesti privilegiati per l’elaborazione di un nuovo umanesimo digitale europeo[11], in cui la tecnologia non si limita a colmare distanze, ma diviene strumento di riattivazione comunitaria, produzione culturale e sperimentazione educativa. È in tali territori che può prender forma una “tecnosofia[12]” dell’educazione aumentata, capace di coniugare, nel XXI secolo, dimensione umana e innovazione tecnologica, ridefinendo i paradigmi dell’apprendimento e della partecipazione.

2. Infrastrutture cognitive e cittadinanza culturale: il ruolo dell’IA nell’ecosistema educativo europeo

Il digitale e l’IA stanno progressivamente ridefinendo i confini della cittadinanza culturale europea, trasformandone modalità di accesso e forme di esercizio; partecipazione attiva, situata e generativa di processi di costruzione della conoscenza. In tale prospettiva, l’IA può essere interpretata come infrastruttura cognitiva distribuita, capace di abilitare connessioni tra individui, comunità e territori all’interno di reti dinamiche, adattive e multilivello[13]: una configurazione che implica una ridefinizione dei rapporti tra centro e periferia, tra locale e globale, aprendo a forme di produzione culturale decentrata e collaborativa[14].

Ricerche INDIRE[15] riportano gli ambienti digitali come “spazi pubblici aumentati”, nei quali si articolano nuove ecologie dell’apprendimento. Vi emergono pratiche di co-costruzione del sapere, peer education e sviluppo di identità plurali, spesso ibride[16], che intrecciano dimensioni territoriali e transnazionali. Studi empirici su scuole in aree interne italiane mostrano, ad esempio, come l’uso di piattaforme collaborative e di strumenti di didattica digitale integrata abbia favorito la creazione di comunità educative estese, capaci di superare l’isolamento geografico e di attivare processi di innovazione didattica. In questa cornice, l’Europa, non più soltanto entità politico-istituzionale, diverrebbe costellazione di pratiche educative interconnesse, “comunità epistemica[17] diffusa”.

Tuttavia, tale trasformazione non è priva di ambivalenze. La dimensione tecnologica, lungi dall’essere neutrale, incorpora logiche economiche, culturali e politiche atte a incidere profondamente sulla distribuzione delle opportunità. In assenza di un’adeguata governance, il rischio è una crescente polarizzazione tra territori ad alta densità tecnologica e aree marginali escluse dai principali flussi di conoscenza[18]. Per la letteratura internazionale il digital divide diviene, infatti, anche cognitivo e culturale, includendovi la capacità di utilizzo critico e creativo[19]: e, infatti, i sistemi di IA, se non progettati e regolati in modo eticamente orientato, possono amplificare bias preesistenti, riproducendo disuguaglianze sociali, territoriali e linguistiche.

Da ciò l’urgenza di politiche pubbliche capaci di orientare lo sviluppo tecnologico verso obiettivi di equità e coesione[20]; investimenti in infrastrutture digitali[21], ma anche un impegno sistemico nella valorizzazione del capitale umano[22]. Vi risultano cruciali interventi mirati di alfabetizzazione digitale critica[23], formazione continua degli insegnanti, sviluppo di competenze trasversali e promozione di una cultura dell’innovazione inclusiva[24]. Esperienze pilota, come i Living Labs educativi[25] e i progetti di scuola diffusa[26], dimostrano che l’integrazione tra tecnologie digitali e pratiche comunitarie può generare originali modelli sostenibili di sviluppo locale.

Il digitale e l’IA possono configurarsi come leve strategiche per la costruzione di un nuovo umanesimo educativo[27], in cui l’innovazione tecnologica non più solo fine in sé, diviene strumento orientato alla promozione di valori democratici, equità e partecipazione. Un paradigma che implica un ripensamento profondo dei modelli educativi tradizionali, ponendo al centro, insieme all’acquisizione di competenze tecniche, lo sviluppo integrato di capacità critiche, etiche e relazionali che vedono l’IA supporto operativo e agente abilitante in grado di ampliare le opportunità di apprendimento personalizzato, favorire l’inclusione e sostenere comunità di pratiche aperte e collaborative.

Tuttavia, affinché tale potenziale si realizzi pienamente, è necessaria una visione sistemica e multilivello, capace di connettere politiche educative, innovazione tecnologica e sviluppo territoriale, riconoscendo la centralità dell’individuo come soggetto attivo, consapevole e responsabile nei processi di produzione e condivisione del sapere. Allo stesso tempo, implica valorizzare i territori — in particolare quelli marginali o periferici — come contesti generativi di conoscenza, portatori di specificità culturali e risorse latenti che il digitale può contribuire a rendere visibili e interconnesse.

La trasformazione digitale va accompagnata da pratiche di governance inclusiva[28], capaci di orientare lo sviluppo dell’IA secondo principi di trasparenza, responsabilità e giustizia sociale. Un approccio integrato — che combini investimenti infrastrutturali, formazione continua e promozione di una cultura critica del digitale — può favorire la transizione da un uso passivo delle tecnologie a una loro appropriazione consapevole e creativa[29]. Solo in tal modo sarà possibile trasformare il digitale, da potenziale dispositivo di esclusione, in fattore attivo di integrazione, capace di sostenere processi di coesione sociale e di rafforzare una cittadinanza culturale pienamente partecipata[30].

Dunque, il nuovo umanesimo educativo si configura come un progetto politico-culturale che richiede un equilibrio dinamico tra innovazione e responsabilità, tra apertura globale e radicamento locale, tra sviluppo tecnologico e dignità umana.

3. Rigenerare il patrimonio invisibile: tecnosofia dell’immersione e apprendimento situato nelle aree interne

Le aree interne custodiscono un patrimonio culturale di straordinaria densità semantica e simbolica, spesso sottoutilizzato o scarsamente accessibile a causa di vincoli strutturali, demografici e infrastrutturali. Musei diffusi, archivi locali, tradizioni orali, pratiche rituali e paesaggi culturali configurano un ecosistema eterogeneo che eccede la mera dimensione conservativa, ponendosi come dispositivo generativo di identità e memoria collettiva. Tale capitale culturale latente, se opportunamente riattivato, può divenire leva strategica per processi di innovazione sociale e rigenerazione territoriale, in linea con le politiche europee che riconoscono alla cultura un ruolo chiave nello sviluppo sostenibile e nell’occupazione[31].

Secondo i dati ISTAT[32], circa il 29% dei comuni delle aree interne italiane ospita almeno un luogo della cultura; tuttavia, la fruizione rimane discontinua e selettiva, ostacolata da marginalità geografica, carenze nei sistemi di mobilità e limitata integrazione con le reti digitali. Qui le tecnologie immersive emergenti realtà virtuale (VR), aumentata (AR) e mista (MR) — non si configurano semplicemente come strumenti di mediazione, ma come veri e propri ambienti epistemici in grado di ridefinire le modalità di accesso, interpretazione e trasmissione del patrimonio in chiave attuale e maggiormente partecipata. La digitalizzazione del patrimonio culturale è, oggi, al centro di strategie coordinate che promuovono l’accesso aperto, l’interoperabilità dei dati e la creazione di spazi digitali condivisi[33].

L’introduzione di tecnologie immersive, in particolare, consente di attivare forme di “presenza aumentata”, nelle quali l’utente non si limita a osservare contenuti, ma li attraversa esperienzialmente, instaurando una relazione dialogica con gli oggetti culturali[34]. Si assiste, così, a un passaggio paradigmatico dalla fruizione passiva alla co-costruzione di significato[35], coerente con i principi dell’umanesimo digitale e con le pratiche partecipative emergenti nei contesti educativi e territoriali.

In tale quadro, nelle aree interne italiane, l’esperienza nazionale promossa dall’APS “Io X Benevento” attraverso il Polo Tecnologico “Cultural Educational Immersive Station”, situato nell’entroterra campano, rappresenta un caso emblematico di infrastruttura culturale aumentata. Il polo si colloca al centro della sperimentazione nazionale “Scuola Estesa”[36], promossa da INDIRE (2025) per le scuole delle aree interne, e si configura come nodo attivo della Comunità Educante “Insieme per Benevento”, di cui l’APS si è resa soggetto promotore nell’anno 2022. Tale integrazione tra dispositivo tecnologico e rete territoriale evidenzia una dimensione ecosistemica dell’innovazione educativa, in cui scuola, istituzioni culturali, Terzo Settore e cittadinanza collaborano alla co-progettazione di ambienti di apprendimento diffusi.

Il polo non si limita alla digitalizzazione del patrimonio, ma ne propone una rielaborazione in chiave interattiva e multisensoriale, configurandosi come laboratorio di apprendimento esperienziale e situato, nonché centro di fruizione culturale per adulti.

Gli utenti, immersi in ambienti digitali dinamici in 360°, possono esplorare, manipolare e reinterpretare contenuti culturali, attivando processi di inquiry-based learning, narrazione partecipata e costruzione condivisa di conoscenza; un approccio che risponde alle indicazioni europee che sottolineano come l’educazione al patrimonio culturale digitale debba fondarsi su metodologie attive, collaborative e interdisciplinari, capaci di integrare apprendimento formale e informale.

La dimensione immersiva vi agisce come catalizzatore di processi cognitivi ed emotivi complessi, favorendo l’integrazione tra memoria episodica e conoscenza concettuale e contribuendo a rafforzare il senso di appartenenza territoriale e comunitaria[37]. il patrimonio culturale diventa un dispositivo pedagogico situato, capace di generare conoscenza contestualizzata insieme a forme di cittadinanza culturale attiva.

In una prospettiva tecnosofica, tali pratiche delineano un paradigma educativo aumentato, in cui la tecnologia assume il ruolo di agente culturale co-evolutivo. Le aree interne, da margini geografici e simbolici, divengono laboratori avanzati di innovazione educativa e culturale, in cui la convergenza tra patrimonio digitale e comunità educanti contribuisce alla costruzione di un umanesimo digitale radicato e orientato alla sostenibilità sociale, cognitiva e relazionale.

Figura 1 Eterno del Polo Tecnologico “Cultural Educational Immersive Station

Figura 2 Sala immersivo-virtuale in 360°

Figura 3 Attività didattico-educative per ragazzi

Figura 4 Attività culturali rivolte ad adulti

4. Comunità educanti e infrastrutture sociali dell’innovazione: modelli partecipativi per un umanesimo digitale territoriale

Elemento centrale nei processi contemporanei di rigenerazione territoriale è nelle comunità educanti, vere e proprie infrastrutture sociali complesse in cui scuole, famiglie, Enti del Terzo Settore, istituzioni locali e attori culturali cooperano nella costruzione di ecosistemi educativi condivisi[38] in cui l’educazione si configura come processo distribuito e continuo, che travalica i confini dell’istituzione scolastica, per radicarsi nei contesti di vita e nelle pratiche sociali.

In Europa il paradigma trova riscontro in numerose evidenze empiriche: iniziative educative innovative nelle aree rurali e periferiche si fondano su modelli collaborativi multi-attore[39], mentre programmi come Erasmus+ e Horizon Europe hanno progressivamente orientato i finanziamenti verso progetti che integrano educazione, cultura e partecipazione civica. In Italia, le strategie per le Aree Interne[40] evidenziano come la presenza di reti educative territoriali sia correlata a una maggiore capacità di contrasto al fenomeno della dispersione scolastica, che nelle periferie si attesta intorno al 16%, superando la media nazionale.

In detto quadro, la Comunità Educante “Insieme per Benevento” (cui hanno aderito, coralmente, Istituti Scolastici, Enti Pubblici Comune, Provincia, ASL, ARPAC – e numerose ETS) costituisce un esempio significativo di attuazione concreta di modelli virtuosi. In un contesto territoriale segnato da criticità strutturali spopolamento, invecchiamento demografico, limitata accessibilità ai servizi — essa ha saputo attivare processi di innovazione dal basso, fondati su una logica di corresponsabilità educativa e di forte integrazione tra dimensione tecnologica e partecipazione sociale.

Nata nell’anno 2022 su iniziativa promossa dall’APS “Io X Benevento”, oggi attivamente impegnata nella sperimentazione nazionale INDIRE di “Scuola Estesa”, essa è attrice di un modello territoriale avanzato in cui gli spazi educativi si espandono oltre l’aula, includendo luoghi della cultura, ambienti digitali e contesti informali di apprendimento. In tale cornice, il già citato “Cultural Educational Immersive Station” rappresenta uno degli snodi operativi della rete, fungendo da hub tecnologico per la produzione e fruizione di contenuti culturali immersivi.

Le azioni attuate si caratterizzano per un solido impianto metodologico e una marcata dimensione sperimentale, articolandosi lungo le seguenti direttrici principali:

  • co-progettazione di percorsi educativi tra scuola e territorio: studenti, docenti e stakeholder locali partecipano attivamente alla definizione di contenuti e obiettivi formativi, secondo logiche di apprendimento situato e service learning;
  • ambienti immersivi in 360°: tecnologie che, basate su evidenze scientifiche[41], incrementano fino al 30-40% il livello di engagement e retention cognitiva nei processi di apprendimento, contribuendo alla valorizzazione del patrimonio culturale e umano locale;
  • laboratori di alfabetizzazione digitale e critica: supporto allo sviluppo di competenze tecniche e alla formazione di una cittadinanza digitale consapevole[42];
  • sperimentazione di strumenti di intelligenza artificiale per la narrazione partecipata: integrazione di linguaggi tradizionali e nuovi media nella costruzione collettiva di storie territoriali, rafforzando il senso di appartenenza e la memoria condivisa.

Tali pratiche si collocano in continuità con esperienze analoghe sviluppate in altri contesti europei, come le learning communities rurali in Spagna o i modelli di community schooling nei paesi nordici, dove la scuola assume il ruolo di hub civico e culturale, determinando un incremento significativo degli indicatori di benessere educativo e di partecipazione sociale, confermando l’efficacia di approcci sistemici, integrati e comparativi.

Emerge, dunque, un modello di innovazione profondamente radicato nel territorio e intrinsecamente aperto a reti di scambio e apprendimento globali in cui la tecnologia, giammai sostitutiva delle relazioni umane, agisce come dispositivo abilitante, capace di amplificare le connessioni sociali, facilitare l’accesso alla conoscenza e sostenere pratiche collaborative. La comunità educante si configura come un’infrastruttura sociale strategica, essenziale per sostenere processi di apprendimento permanente, rafforzare la resilienza collettiva e promuovere forme di cittadinanza attiva e consapevole, incarnando il luogo in cui tecnologia e cultura si intrecciano in modo generativo, contribuendo alla costruzione di ecosistemi educativi inclusivi[43], sostenibili e orientati al futuro.

5. Responsabilità sistemiche: una governance multilivello dell’ecosistema digitale

La trasformazione digitale delle aree interne non può essere demandata all’iniziativa spontanea dei territori, in preda a dinamiche frammentarie o contingenti. Essa richiede, piuttosto, una governance multilivello strutturata[44], in cui Stati, istituzioni educative e comunità scientifiche assumano responsabilità chiare, differenziate, coordinate e in cui gli Stati siano chiamati a garantire, innanzitutto, le condizioni abilitanti di base: connettività diffusa e di qualità, accesso equo alle tecnologie, finanziamenti stabili e continuativi. Azioni concrete, già sperimentate in diversi contesti, includono l’attuazione di piani nazionali per la banda ultra-larga, l’istituzione di fondi dedicati alla digitalizzazione delle scuole e dei presìdi culturali, nonché la promozione di partenariati pubblico-privati per lo sviluppo di infrastrutture e servizi digitali nelle aree marginali[45]. Ulteriori esperienze operative annoverano la creazione di hub territoriali per l’innovazione, la diffusione di living labs nelle aree interne, nonché programmi di co-progettazione che coinvolgono, nella definizione di strategie digitali condivise[46], enti locali, università e attori del Terzo Settore.

Le istituzioni educative — chiamate a un ripensamento radicale del proprio ruolo e dei propri modelli organizzativi e didattici — con l’introduzione dell’IA nei contesti formativi, necessitano di una revisione profonda dei modelli pedagogici, orientata allo sviluppo del pensiero critico, della capacità interpretativa e della responsabilità etica. In termini operativi, ciò si traduce nell’integrazione dell’educazione all’IA nei curricula, nella formazione continua del personale docente, nell’adozione di ambienti di apprendimento ibridi e nell’implementazione di pratiche didattiche basate su approcci interdisciplinari e problem-based. La comunità scientifica, infine, assume un ruolo attivo e propositivo nella definizione di standard, metodologie e linee guida condivise.

La progettazione di sistemi di IA trasparenti, equi e inclusivi è, pertanto, sfida cruciale che richiede competenze tecniche avanzate insieme a una solida riflessione epistemologica ed etica[47]. In questa direzione, si collocano iniziative quali la definizione di framework per l’IA responsabile, la promozione di protocolli di audit algoritmico, nonché la costruzione di piattaforme aperte per la condivisione di dati e modelli. Fondamentale il dialogo costante tra discipline dall’informatica alle scienze dell’educazione, dalla sociologia alla filosofia — quale condizione necessaria per evitare approcci riduzionistici.

In assenza di impegno coordinato e riflessivo, il rischio è una deriva tecnocratica, in cui processi decisionali complessi vengono progressivamente delegati a sistemi opachi e difficilmente scrutinabili, con potenziali effetti di erosione dei principi democratici, della partecipazione civica e dell’equità sociale.

6. Oltre l’algoritmo: tra educazione, cultura e partecipazione democratica

Le esperienze esaminate evidenziano come l’IA possa essere orientata verso finalità sociali, culturali ed educative, a condizione di superare una concezione autoreferenziale dell’innovazione tecnologica che vede un cambio di paradigma rilevante: essa si traduce in dispositivo al servizio della costruzione e della trasmissione della conoscenza, della valorizzazione dei patrimoni e del rafforzamento delle relazioni tra comunità e territori, anche nella loro dimensione digitale[48].

Tra le pratiche più rilevanti, innanzitutto, le piattaforme di apprendimento adattivo, strumenti atti a favorire percorsi personalizzati e inclusivi, purché inseriti in cornici pedagogiche che promuovano il pensiero critico e la consapevolezza[49]. Contestualmente, hub territoriali dell’innovazione, spesso sostenuti da programmi europei come Horizon Europe, che configurano ambienti di apprendimento ibridi e collaborativi in cui ricerca, formazione e sviluppo locale si intrecciano proficuamente.

Particolarmente significative le esperienze di archivi digitali partecipativi, casi emblematici di costruzione condivisa del patrimonio[50] culturale digitale. In tali contesti, le comunità locali non sono meri destinatari, ma co-produttori di contenuti, contribuendo a processi di curatela distribuita e di ri-significazione continua del patrimonio. Analogamente, i sistemi di IA applicati all’analisi partecipata dei bisogni territoriali sviluppati nell’ambito delle pratiche di civic tech — evidenziano il potenziale delle tecnologie nel rafforzare la collaborazione tra istituzioni e cittadini[51].

Ciò che accomuna tali esperienze è il progressivo superamento di una concezione individuale e strumentale dell’IA, a favore di una visione relazionale e condivisa, in cui la tecnologia si configura come infrastruttura per la costruzione di senso, per l’esercizio del giudizio critico e per l’assunzione di responsabilità collettive[52]. L’innovazione tecnologica diviene un processo intenzionalmente orientato al riconoscimento della dignità umana, alla promozione dell’inclusione e al consolidamento di comunità solidali. Lo sviluppo autentico non può essere ridotto alla crescita economica, ma va inteso in quanto espansore delle capacità umane: principio che trova nell’uso critico e consapevole dell’intelligenza artificiale una possibile e significativa declinazione contemporanea.

7. Conclusioni: orizzonti di coesione, rigenerazione dei territori ed ecologia della responsabilità

La rigenerazione delle aree interne attraverso il digitale e l’IA si configura, dunque, come una delle sfide strategiche più rilevanti per il futuro dell’Europa, investendo simultaneamente dimensioni economiche, sociali, culturali ed educative. Le evidenze empiriche pongono in luce la persistenza di significative disuguaglianze territoriali ma, evidenziando, al contempo, un patrimonio di risorse latenti — materiali e immateriali — che può essere attivato attraverso politiche e pratiche orientate alla valorizzazione dei contesti locali e alla costruzione di ecosistemi culturali resilienti.

In questa prospettiva, il “coltivare” assume una valenza centrale: prendersi cura dei patrimoni culturali, dei saperi diffusi e delle identità territoriali, anche nella loro dimensione digitale, è attivare processi di rigenerazione capaci di restituire senso e continuità alle comunità[53].

L’“educare” richiama, invece, la necessità di ripensare profondamente i modelli formativi, riconoscendo nell’IA non solo uno strumento tecnologico, ma un dispositivo pedagogico che incide sulla formazione del giudizio, del pensiero critico e della responsabilità individuale e collettiva e la cui integrazione nei contesti educativi va accompagnata da percorsi formativi strutturati, capaci di sviluppare competenze critiche, consapevolezza etica e capacità di interpretazione dei processi tecnologici, evitando derive puramente strumentali o deterministiche.

Infine, la dimensione dell’“umanizzare” impone di orientare l’innovazione tecnologica al servizio della dignità della persona, dell’inclusione sociale e della coesione comunitaria attraverso modelli di governance inclusivi, in cui l’adozione delle tecnologie sia guidata da principi di equità, trasparenza e responsabilità, e in cui le comunità siano riconosciute come attori partecipi dei processi decisionali.

Le esperienze citate dimostrano che è possibile sviluppare pratiche di partecipazione e corresponsabilità, in grado di rafforzare i legami sociali e promuovere forme di cittadinanza attiva.

Tuttavia, esse non possono rimanere isolate o frammentarie, ma richiedono un impegno sistemico e coordinato che coinvolga istituzioni pubbliche, sistema educativo, comunità scientifica e società civile, nella prospettiva di una governance multilivello dell’innovazione. Solo attraverso una responsabilità condivisa sarà possibile costruire condizioni di equità territoriale, autonomia critica e piena partecipazione democratica.

E così, il futuro delle aree interne trascende la dimensione puramente locale, configurandosi come una questione strategica per l’intero progetto europeo, investendo la capacità dell’Unione di elaborare modelli di sviluppo coesi, inclusivi e sostenibili. La sfida risiede nel coniugare innovazione tecnologica e sviluppo umano, progresso digitale e giustizia sociale, in una logica di integrazione sistemica che valorizzi le specificità territoriali senza rinunciare a una visione complessiva e condivisa[54].

Allo stesso tempo, l’orientamento delle politiche europee, in linea con la European Commission, sottolinea la necessità di una “transizione digitale giusta”, capace di ridurre i divari territoriali e di garantire pari opportunità di accesso alle risorse tecnologiche e cognitive. L’innovazione non è da intendersi processo neutrale, ma dispositivo che va governato e orientato verso finalità di interesse collettivo, promuovendo un’idea di tecnologia al servizio del bene comune e dello sviluppo sostenibile[55]. L’integrazione tra dimensione tecnologica e dimensione umana implica, pertanto, la costruzione di ecosistemi in cui l’intelligenza artificiale e le tecnologie digitali non sostituiscono le competenze e le relazioni umane, ma le rafforzano, amplificano e rendono più facilmente accessibili. È fondamentale evitare che i sistemi tecnologici si trasformino in strumenti di estrazione e concentrazione del potere, promuovendo invece modelli trasparenti, partecipativi e democratici in cui le aree interne — non più periferie da compensare, ma potenziale da coltivare — assurgono a laboratori avanzati di sperimentazione di nuovi modelli di sviluppo, capaci di integrare conoscenza, innovazione e coesione sociale. Una prospettiva in cui la tecnologia diviene mezzo a supporto delle comunità, rafforzando i legami sociali e promuovendo forme di partecipazione attiva, contribuendo a delineare un modello di crescita in cui il progresso digitale sia inscindibile dalla giustizia sociale e dalla piena valorizzazione della dignità umana.

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UNESCO (2019), Artificial Intelligence in Education: Challenges and Opportunities for Sustainable Development.

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UNESCO (2003), Convention for the Safeguarding of the Intangible Cultural Heritage.

BIOGRAFIA
Docente in ruolo, con esperienza ventennale nella Scuola Secondaria, Nadia De Cristofaro ha conseguito le lauree in Giurisprudenza e in Didattica della musica, il diploma accademico in pianoforte, abilitazioni all’insegnamento per i diversi ordini di scuola e il master in Direzione, amministrazione e gestione delle istituzioni scolastiche e formative, sviluppando una formazione giuridica e, insieme, umanistica, e arricchendo, nel tempo, il suo approccio educativo e progettuale attraverso studi, eventi e attività di formazione. Già docente di Diritto amministrativo presso l’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, svolge attività di ricerca e divulgazione sui temi dell’istruzione, dell’innovazione didattica e delle politiche educative. Redige contributi, articoli e saggi per riviste scolastiche online ed è relatrice in numerosi convegni dedicati al mondo della scuola e dell’educazione. Coordina l’APS “Io X Benevento” e la Comunità educante “Insieme per Benevento”, con un impegno costante nella costruzione di reti educative territoriali. Supervisiona progetti PNRR finalizzati alla prevenzione e al contrasto della dispersione scolastica, della povertà educativa e del disagio giovanile. Attivamente coinvolta, in collaborazione con INDIRE, in percorsi sperimentali di “Scuola estesa”, lavora allo sviluppo di patti educativi territoriali e di modelli di didattica innovativa attraverso ambienti di apprendimento immersivo-virtuali in 360°, l’utilizzo dell’I.A., della robotica educativa e di laboratori di gaming education presso il polo tecnologico “Cultural Educational Immersive Station” in Benevento, promuovendo una scuola inclusiva, partecipata e orientata al futuro.

[1] Bauman Z. (2000), Modernità liquida, Editori Laterza.

[2] Castells M. (1996), La nascita della società in rete, Oxford: Blackwell.

[3] ISTAT (2023), Rapporto annuale. La situazione del Paese

[4] SNAI (2025), Strategia Nazionale per le Aree Interne.

[5] ISTAT (2023), Bilancio demografico nazionale.

[6] Eurostat (2023), Population structure and ageing; indicatori “old-age dependency ratio” e “median age”.

[7] Dipartimento per le politiche di coesione e per il sud (2025), SNAI (2021-2027), Indicatori di accessibilità ai servizi essenziali nelle aree interne.

[8] Commissione Europea (2023), Digital Economy and Society Index, Bruxelles.

[9] ISTAT (2024), Cittadini e ICT, indagine multiscopo sulle famiglie.

[10] Castells M. (2009), Communication Power, Oxford University Press.

[11] Sennett R. (2012), Together: The Rituals, Pleasures and Politics of Cooperation, Yale University Press.

[12] Ferraris M., Saracco G. (2025), Tecnosofia. Tecnologia e umanesimo per una scienza nuova, Laterza.

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[14] Wenger E. (1988), Communities of Practice: Learning, Meaning, and Identity, Cambridge University Press.

[15] INDIRE (2017), Manifesto delle Piccole Scuole.

[16] Turkle S. (1995), Life on the Screen: Identity in the Age of the Internet, Simon & Schuster.

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[18] ISTAT (2024), Rapporto BES, Benessere equo e sostenibile.

[19] OECD (2021), 21st-Century Readers, Developing Literacy Skills in a Digital World.

[20] Commissione Europea (2020), Digital Education Action Plan (2021–2027).

[21] Ivi.

[22] Becker G. (1993), Human Capital, University of Chicago Press.

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[24] OECD (2019), Future of Education and Skills 2030.

[25] Schuurman D. (2015), Bridging the Gap between Open and User Innovation, Technology Innovation Management Review, Ghent University and Vrije University Brussel.

[26] Mottana P., Campagnoli G. (2017), La città educante, Trieste: Asterios.

[27] UNESCO (2021), Reimagining Our Futures Together: A New Social Contract for Education.

[28] OECD (2019), AI Principles.

[29] Wenger E. (1998), Communities of Practice, Cambridge University Press.

[30] Cenkins H. et al. (2016), By Any Media Necessary, NYU Press.

[31] OECD (2018), Culture and Local Development: Maximising the Impact.

[32] ISTAT (2022), I musei e le istituzioni similari in Italia. Il valore percentuale deriva da elaborazioni sulla distribuzione comunale dei luoghi della cultura rispetto ai comuni classificati come intermedi, periferici e ultraperiferici.

[33] Come dimostrato dalla piattaforma Europeana — che rende disponibili milioni di oggetti culturali digitalizzati — e dagli investimenti in ricerca (oltre 500 milioni di euro in Horizon 2020).

[34] Slater M. (2009), Place Illusion and Plausibility Can Lead to Realistic Behaviour in Immersive Virtual Environments, in “Philosophical Transactions of the Royal Society B: Biological Sciences”.

[35] Consoli S. et al. (2023), Cultural gems linked open data: Mapping culture and intangible heritage in European cities, in “Data in Brief”, vol. 49. Tali approcci trovano riscontro in numerosi progetti europei, come CULTURALITY, che valorizza il patrimonio materiale e immateriale delle aree rurali come leva per lo sviluppo sostenibile e inclusivo, o nelle infrastrutture digitali basate su modelli di open data culturali, che già mappano oltre 130.000 luoghi culturali in più di 300 città europee, rafforzando il senso di appartenenza a uno spazio culturale comune.

[36] Il percorso progettuale, il cui patto di collaborazione è stato siglato il 6 novembre 2025 dai presidenti Manfredi e Schipani, ha orizzonte temporale marzo 2026-dicembre 2027 e si articola in quattro direttrici operative, interconnesse: 1. attivazione e rafforzamento della rete territoriale, finalizzata alla definizione condivisa di una visione educativa; 2. sviluppo professionale e accompagnamento formativo; 3. formalizzazione di Patti Educativi di Comunità; 4. implementazione e monitoraggio di pratiche didattiche ed educative ad alto tasso di innovazione.

L’iniziativa, dispositivo strategico di innovazione educativa, orientata alla progettazione e validazione di un ecosistema formativo integrato, capace di porre in relazione, in modo organico e dinamico, ambienti di apprendimento, tempi educativi, attori istituzionali e linguaggi pedagogici con il patrimonio di opportunità espresso dal territorio. Le finalità: promuovere il pieno successo formativo degli studenti, ridurre i divari educativi, potenziare le competenze di cittadinanza attiva e digitale e sostenere i processi di rinnovamento attraverso una valorizzazione sistemica delle risorse territoriali.

[37] Slater M. (2009), Place Illusion and Plausibility Can Lead to Realistic Behaviour in Immersive Virtual Environments, in “Philosophical Transactions of the Royal Society B: Biological Sciences”.

[38] Del Bene G., Rossi A.L., Viaconzi R. (2021), La Comunità Educante, I Patti Educativi per una scuola aperta al futuro, Milano: Fabbrica dei Segni.

[39] Commissione Europea (2020), Digital Education Action Plan (2021-2027).

[40] Dipartimento per le politiche di coesione e per il sud (2025), PSNAI (2021-2027), Strategia Nazionale per le Aree Interne.

[41] INDIRE (2012), Progetto Didattica Immersiva.

[42] Circa il 42% degli europei è sprovvisto di competenze digitali di base (DESI, Digital Economy and Society Index).

[43] Daniela L. (2022), Inclusive Digital Education, Springer.

[44] Batool, A., Zowghi, D., Bano, M., Responsible AI Governance: A Systematic Literature Review, www.ariv.org

[45] OECD (2026), Digital Education Outlook.

[46] Serrano-Ardilla L., Boena-Navarro R., Carriazo-Regino Y. (2026), Integrazione digitale nell’istruzione rurale: fondamenti per un modello pedagogico sostenibile, in “Rivista internazionale di sviluppo educativo”, vol. 121, marzo.

[47] Alfiras M., Emran A.Q., Mohamed A.M. (2025), Ethics and governance of generative AI in education, in “Discover Education”, Springer nature.

[48] UNESCO (2019), Artificial Intelligence in Education: Challenges and Opportunities for Sustainable Development.

[49] Commissione Europea (2024), Piano Strategico Horizon Europa 2025–2027.

[50] Noveck, B.S. (2015), Smart Citizens, Smarter State, The Thecnologies of Expertise and the Future of Governing, Harvard University Press.

[51] Sen, A. (1999), Development as Freedom, Oxford University Press.

[52] Susskind, R., Susskind, D. (2015), The Future of the Professions: How Technology Will Transform the Work of Human Experts,Oxford University Press.

[53] Le esperienze di innovazione territoriale già avviate — tra cui quelle promosse da INDIRE, dall’APS “Io X Benevento” e dalla Comunità Educante “Insieme per Benevento” — mostrano come la costruzione di archivi partecipativi, laboratori territoriali e pratiche di co-progettazione possa favorire una nuova centralità dei luoghi, nodi attivi di produzione culturale e sociale.

[54] Petrucci A. (2013), Sviluppo e Libertà, La Teoria dello Sviluppo secondo Sen, in “Quaderni del Premio Giorgio Rota”, n. 1, secondo cui lo sviluppo deve intendersi come ampliamento delle libertà sostanziali e delle capacità delle persone, non come mera crescita economica del PIL.

[55] UNESCO (2023), Intelligenza Artificiale generativa e il futuro dell’educazione.