Nel suo contributo per il volume Coltivare, Educare, Umanizzare, Marino Ruzzenenti – storico dell’ambiente e responsabile del Centro di storia ambientale della Fondazione Luigi Micheletti – ci invita a riflettere sul “costo invisibile” dell’Intelligenza Artificiale, ben oltre le apparenze digitali.

Attraverso la memoria viva di Giorgio Nebbia, maestro della merceologia e della parresia ecologica, l’articolo denuncia con lucidità le contraddizioni dell’estrattivismo tecnologico e dell’infosfera predatoria, richiamando alla necessità di una parsimonia digitale, di un uso sobrio e consapevole dell’IA, e di una trasformazione culturale prima ancora che tecnologica.

Un contributo che interpella educatori, cittadini e istituzioni sul senso di ciò che stiamo costruendo, sulle risorse che consumiamo e sulle disuguaglianze che riproduciamo.

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IL COSTO INVISIBILE DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE. PER UN’ECOLOGIA DELLA PARSIMONIA DIGITALE

di Marino Ruzzenenti

La lezione della continenza di Giorgio Nebbia

Giorgio Nebbia[1], un grande maestro che ho avuto la fortuna di incrociare nella mia esistenza oltre trent’anni fa, pur essendo un uomo dell’altro secolo, già nel 1999 volle fondare una rivista solo digitale, “Altronovecento. Ambiente tecnica società”[2]. Da scienziato curioso qual era aveva capito che le nuove tecnologie erano il futuro e che potevano offrire anche grandi vantaggi: minori costi rispetto alla stampa su carta, facilità di accesso universale alla rivista, gratuità. Lui stesso si era costruito un sito, Il mondo delle cose, rimesso di nuovo in rete dalla Fondazione Luigi Micheletti[3], perché, pur essendo un chimico di formazione si era dedicato ad una scienza, la merceologia, apparentemente secondaria, invece fondamentale per capire in profondità come funziona il mondo degli umani: strani animali particolarmente evoluti che a un certo punto non si sono accontentati come gli altri esseri viventi godere di ciò che la natura offriva, ma hanno “creato” per il proprio confort  degli oggetti artificiali, sempre più complessi, appunto, le merci, vale a dire l’economia.

Il termine “creato” l’ho messo apposta tra virgolette, perché Giorgio Nebbia ci ha sempre spiegato che in verità l’economia con crea nulla, produce sì una realtà tecnologica diversa da quella naturale, ma lo fa prelevando risorse dalla natura, ovvero materia ed energia di buona qualità, per scaricarle di nuovo nella natura, in forma di materia e energia degradate, come rifiuti ed emissioni inquinanti. E questo scarico risulta piuttosto indigesto per l’ambiente naturale che spesso non riesce ad assorbirlo e reimmetterlo nei cicli vitali della biosfera, restandovi come una ferita difficilmente risanabile.

Fu per questo che il merceologo Nebbia volle, oltre cinquant’anni fa, istituire un corso di ecologia nella facoltà di economia in cui insegnava a Bari, perché senza conoscere i meccanismi dell’ecologia, ovvero dell’economia della natura, non si può comprendere la realtà materiale dell’economia umana e l’intrinseca criticità della stessa in rapporto con la natura. Criticità che faceva dire a Nebbia come tutte le merci, in misura diversa, siano violente[4] verso la natura e anche verso gli uomini, che pure ne fanno parte. Perciò suggeriva di frenare il consumismo con la virtù della continenza[5], ovvero con comportamenti parsimoniosi. E così capitava che, pur essendo entusiasta delle opportunità delle nuove tecnologie da lui stesso utilizzate, non mancava di tirarmi le orecchie se in una mail allegavo un file inutilmente troppo pesante in megabit, facendomi notare quanta energia in quel modo avevo sprecato. 

L’IA tecnologia potente e invasiva che affascina i giovani

Giorgio Nebbia ci ha lasciato sei anni fa, nel frattempo l’infosfera[6] del digitale, in particolare con l’intelligenza artificiale generativa, ha assunto dimensioni allora inimmaginabili, con una proiezione di crescita annua di circa il 15% nel corso del prossimo decennio[7].

Il valore della nuova tecnologia è indubbiamente potente come importante può essere la sua applicazione in tanti settori, dalla ricerca agli apparati produttivi. Ma il suo ineluttabile fascino può indurre facilmente ad un consumismo sconsiderato, di utilità pressocché nulla, se non addirittura fonte di nocività mentale, emotiva e psicologica. Non è il compito di questo saggio, ma, a questo proposito, mi limito a segnalare il problema ormai condiviso con allarme da molti studiosi, per cui l’intensificazione del tempo schermo in età infantile rischierebbe di pregiudicare lo sviluppo delle piene potenzialità di apprendimento umano in sempre più bambini, a partire dalla capacità cognitiva e relazionale di prestare attenzione nella vita reale[8].

Ciò che interessa è rilevare l’invasività di queste nuove tecnologie, in particolare tra i giovani. La più nota di queste, ChatGPT di OpenAI è entrata sul mercato alla fine del 2022, con una pletora di servizi che, utilizzando tecnologie d’intelligenza artificiale generativa, offrono la possibilità, a partire da richieste dell’utente, di creare testi, illustrazioni, fotografie, video, composizioni musicali, e tanto altro, con risultati di qualità significativi. L’invasione nel quotidiano di tanti di noi si può misurare dal fatto che a soli due mesi dalla sua introduzione contava già cento milioni di utenti nel gennaio 2023[9] e che oggi siamo già nell’ordine dei miliardi. E dalle poche analisi accurate disponibili, come il Rapporto Online nation 2023, realizzato da Ofcom[10], il regolatore della comunicazione inglese, la generazione Z, cioè i nati tra il 1996 e il 2012, è di gran lunga prevalente tra gli utenti dell’IA.  E per fare che? Per divertimento, per passatempo, per lavoro e per studio, con un grande interesse, ma anche con una certa preoccupazione per le possibili conseguenze sul mondo del lavoro, mentre totale è l’indifferenza per il possibile impatto ambientale. Cosicché la deriva consumistica potrebbe essere confortata dall’illusione indotta dal fatto di trattarsi solo di informazioni, nell’immaginario definite dall’aggettivo inglese soft, che non a caso campeggia in un logo di una nota Big Tech del settore, che, secondo il dizionario Treccani, “significa soffice, morbido, oppure attenuato, discreto, non troppo marcato”. Ma questa è appunto l’immagine, mentre la realtà è ben più pesante, rude e dirompente. 

Il peso ambientale dell’IA: accaparramento sregolato di dati con tanti “burini” al lavoro

Per dare l’idea del peso del digitale in termini di consumi energetici, di acqua e di matrie prime, Altreconomia ha pubblicato tre anni fa una prima analisi critica di ecologia digitale[11], molto interessante perché, con il contributo di diversi studiosi, cerca di approfondire tutti gli aspetti della complessa problematica.  L’anno scorso, uno degli autori, Francesco Cara, si è preoccupato di aggiornare i dati di un settore in rapidissima evoluzione[12], rilevando come in meno di due anni si stiano estremizzando alcuni dei fenomeni già precedentemente evidenziati.

Il violento e disinvolto estrattivismo dell’intelligenza artificiale generativa si manifesta in due diversi ambiti, quello dell’accaparramento dei dati e quello del prelievo di risorse materiali ed energetiche per costruire il complesso sistema strutturale di gestione e distribuzione, nonché per farlo funzionare.

Per il primo ambito si tratta innanzitutto di accaparrare tutti i contenuti disponibili su internet, perché servono  giganteschi volumi di dati, fatti anche di testi di qualità, come libri e articoli scientifici, migliaia di miliardi di pagine presenti in rete prelevate senza chiedere nessun permesso o riconoscere alcun diritto agli autori. Si utilizzano anche sistemi di riconoscimento della voce parlata per trascrivere “oltre un milione di ore di audio dai video pubblicati su YouTube”, insomma si rastrella tutto il possibile e forse anche quello che non dovrebbe essere possibile, come archivi privati collocati in servizi di cloud, in barba alla privacy e al sacro diritto proprietario.  

Lasciando per il momento l’ottimo Francesco Cara, a questo proposito non possiamo non evidenziare anche il risvolto umano della faccenda, che non è meno grave. Nella costruzione e gestione di questi enormi data center, alle spalle di pochi professionisti di altissimo livello e strapagati che progettano e dirigono il sistema, vi sono moltitudini sterminate di “burini” che fanno il lavoro di raccolta dati e di manovalanza, come nelle campagne del nostro Sud, in nessun modo tutelati, a disposizione di un sistema che, essendo globale, opera con algoritmi 24 ore al giorno e per 365 giorni all’anno, come fa notare Giuseppe De Ruvo in un saggio originale in cui affronta uno dei crucci del nuovo Papa Leone XIV, appunto l’IA[13]

Il fare di tutti e di ciascuno non può mai fermarsi. Tutto deve essere in funzione della tecnica e del suo sviluppo. L’America ha bisogno di forza lavoro e i tecnovassalli di Trump non fanno altro che ripeterlo. Ma tendono a omettere un dettaglio fondamentale: gli Usa hanno bisogno di lavoratori desindacalizzati, sempre pronti a correre in fabbrica e a fare turni sovraumani, spesso dettati proprio da un algoritmo. Questa è la realtà sociale dell’IA, nascosta dietro alle narrazioni del capitalismo immateriale e della società della comunicazione. La connessione universale è resa possibile dal lavoro non tutelato di milioni di persone. E se riusciamo a comunicare in tempo reale con i quattro angoli della Terra è solo grazie alla mediazione della fatica di chi lavora. Nessuna immediatezza del cloud. Oggi come allora, la comunicazione immediata resta prerogativa angelica[14].  […] Attraverso l’IA, i magnati della tecnologia americana mirano infatti a ricostruire la spina dorsale dell’America, arruolando milioni di burini (billbillies) nelle infrastrutture fisiche del tecnocapitalismo. Necessarie non solo per allenare ChatGpt, ma anche per migliorare le prestazioni delle armi e dei droni autonomi prodotti ad esempio da Anduril[15].

Anche questa è una violenza sull’ambiente, o meglio su una dele componenti della natura che non ci può non stare particolarmente a cuore, gli umani.

Il peso ambientale dell’IA: prelievo selvaggio di risorse, energia e materiali rari

Tornando a Francesco Cara, vediamo ora l’altro aspetto dell’estrattivismo dell’IA quello degli impatti ambientali significativi in termini di sfruttamento delle risorse, inquinamento, emissioni climalteranti, rifiuti, ma anche sfruttamento del lavoro umano. I grandi centri di calcolo, le reti di trasmissione e i vari dispositivi, per la loro costruzione e la loro gestione, richiedono molta energia, materie prime, acqua e comportano emissioni climalteranti e dispersione di rifiuti in ambiente. Cara ci ricorda che “per ricevere l’informazione, archiviarla, trattarla e trasmetterla, il sistema digitale necessita quindi di materiali con caratteristiche conduttive ed elettromagnetiche particolari, di microprocessori molto impattanti, e di una fornitura ininterrotta di elettricità. Inoltre, il flusso elettrico disperde calore che, nei centri di calcolo, viene gestito con l’ausilio di sistemi di raffreddamento che, a loro volta, richiedono materiali, lavorazioni, elettricità e acqua. E lo stesso discorso vale per le reti di trasmissione dati […].  Si stima, per esempio, che generare una sola immagine consumi tanta energia quanto una carica della batteria del proprio smartphone[16]. Un allarme viene anche dall’istituzionale Agenzia internazionale dell’energia (Iea), che, per la prima volta, si dimostrata preoccupata nel suo rapporto Electricity 2024, laddove prevede il raddoppio del consumo d’elettricità di queste strutture da qui al 2026. Rispetto al 2022 quando i centri di calcolo hanno consumato circa 460 TWh di elettricità, pari al 2% della domanda globale -con picchi del 4% negli Stati Uniti dove si trovano il 33% dei centri di calcolo e in Europa dove si trova il 16%- la Iea prevede che nel 2026 il consumo si situerà nella forchetta tra 620 TWh e 1.050 TWh, all’incirca quanto consuma un grande Paese industriale come il Giappone[17]. Com’è noto, l’elettricità non è una fonte di energia, ma un vettore, e deve essere prodotta con fonti primarie che ad oggi sono in gran parte fossili, con relative emissioni di gas climalteranti. Una tendenza, questa dell’aumento dei consumi, che spinge verso il ritorno al nucleare, la forma ambientalmente più critica di produzione di elettricità.

Oltre l’energia, va infine messo in conto il consumo di materiali. Innanzitutto quelli tradizionali per l’infrastrutturazione del sistema ovvero cemento, acciaio e plastiche, con processi produttivi dipendenti dai fossili, tutti materiali ad alto impatto ambientale che, secondo Vaclav Smil, costituiscono, con la sintesi dell’ammoniaca, i “quattro pilastri della civiltà moderna”[18]. Infine vanno messi in conto quei materiali rari ricercati quasi più dell’oro e dei diamanti dall’oligarchia digitale, le Big Tech che detengono il monopolio dell’IA. Infatti “l’infrastruttura digitale dipende criticamente da materie prime strategiche: elementi come neodimio (una delle cosiddette ‘terre rare’ fondamentale per la produzione di magneti), tantalio, cobalto e litio sono indispensabili per smartphone, server e componenti elettronici avanzati. La concentrazione di questi materiali essenziali – la Cina produce circa l’80% delle terre rare, il Congo il 70% del cobalto – crea vulnerabilità nelle filiere globali e forti dipendenze geopolitiche”.[19]

 Il caso del Congo: una barbarie ecologica e umana figlia della tecnologia digitale

Se fossimo in un mondo giusto e pacificato nei rapporti tra i popoli e con l’ambiente, possedere questi materiali strategici sotto la propria terra potrebbe essere una benedizione per le popolazioni che l’abitano, ma in un mondo governato dalla sete inesausta di accaparrare potere e ricchezza, ovvero dal capitalismo neoliberale, per nazioni fragili del Sud del mondo ciò può tradursi in una dannazione. E’ il caso del Congo, al quale un valente studioso francese, Fabien Lebrun, ha dedicato una ponderosa e documentatissima ricerca dal titolo fin troppo eloquente, Barbarie numerica, un’altra storia del mondo connesso[20], riassunta così in quarta di copertina: “la civilizzazione dello schermo è sinonimo di una barbarie numerica che così si manifesta nel Congo: un’economia militarizzata e una criminalità istituzionalizzata, un saccheggio generalizzato, lavoro forzato, lo stupro come arma di guerra, la distruzione delle foreste e l’annientamento della biodiversità… tante catastrofi che fanno del Congo una delle più grandi tragedie della storia contemporanea, l’altissimo prezzo da pagare per un mondo connesso”[21]. Il problema è che il Congo detiene, oltre al già citato da Floridi cobalto, l’80% delle riserve minerarie mondiali di tantalio, indispensabile per i dispositivi elettronici, derivato dal famoso coltan o col-tan, nome composto del complesso minerale diffuso in quelle terre, costituito da colombite, da cui si estrae il niobium, e da tantalite da cui si estrae, appunto, il tantalio[22].  

Per un uso parsimonioso, responsabile e consapevole dell’IA

Le considerazioni critiche fin qui sviluppate, che non intendono demonizzare l’IA, ma semmai consigliarne un uso parsimonioso e responsabile, spiegano forse perché il nuovo Papa Leone XIV ponga grande attenzione a questa res novissima[23], ma anche perché nel recente XVII summit del Sud Globale dei Brics a Rio de Janeiro sia stato approvato un importante documento sul tema, che qui per ragioni di spazio possiamo solo citare[24].

Come conclusione di questa breve riflessione vorrei condividere le ultime righe della ricerca di Lebrun:

Il numerico, ovvero il digitale, come sfida del XXI secolo, pone scelte di civiltà, avendo ben chiara la definizione dei bisogni. Dieci miliardi di smartphone sono stati prodotti in dieci anni: Possiamo parlare di emancipazione individuale e collettiva? Siamo più autonomi e più liberi? Le ingiustizie e le disuguaglianze sono diminuite? Al contrario, la tecnologia digitale ha esacerbato tutte le tendenze distruttive del capitalismo ed è ora al centro della catastrofe ecologica e dei conflitti mortali in Africa Centrale. Ecco perché una prospettiva di emancipazione per il Congo in particolare e per il mondo in generale implica l’organizzazione collettiva di una de-escalation tecnologica e di una de-digitalizzazione della vita. In questo senso, possiamo sostenere con Cornelius Castoriadis che una società che “si ponesse esplicitamente la questione della trasformazione consapevole della propria tecnologia” sperimenterebbe “una rivoluzione totale senza precedenti nella storia”[25].

Brescia 30 luglio 2025                                                               Marino Ruzzenenti

                                                    responsabile del Centro di storia dell’ambiente della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia


[1] Per un primo approccio alla conoscenza di Giorgio Nebbia si veda: M. Ruzzenenti, Giorgio Nebbia precursore della decrescita. L’ecologia comanda l’economia,Jaca Book, Milano 2022; inoltre l’archivio digitale  presso la Fondazione Luigi Micheletti: http://giorgionebbia.fondazionemicheletti.eu/s/centro-di-storia-dell-ambiente/page/homepage.  

[2] “Altronovecento. Ambiente Tecnica Società”, https://altronovecento.fondazionemicheletti.eu/.

[3] G. Nebbia, il mondo delle cose, https://ilmondodelle cose.fondazionemicheletti.eu/.

[4] G. Nebbia, La violenza delle merci, Ecoistituto del Veneto, Mestre 1999.

[5] G. Nebbia, Per una visione cristiana dell’ecologia, apparso in sette puntate su «Il Popolo», tra settembre e ottobre 1971.

[6] L. Floridi, Pensare l’infosfera, Raffaello Cortina Editore, Milano 2020.

[7] https://www.gminsights.com/it/industry-analysis/application-lifecycle-management-market.

[8] S. Lanza, L’attenzione contesa. Come il tempo schermo modifica l’infanzia, Armando, Roma 2024.

[9] K. Hu, ChatGPT sets record for fastest-growing user base – analyst note, in “reuters.com”, February 2, 2023, https://www.reuters.com/technology/chatgpt-sets-record-fastest-growing-user-base-analyst-note-2023-02-01/.

[10] https://www.ofcom.org.uk/siteassets/resources/documents/research-and-data/online-research/online-nation/2023/online-nation-2023-report.pdf?v=368355.

[11] AA. VV., Ecologia Digitale. Per una tecnologia al servizio di persone, società e ambiente, Altreconomia, Milano 2022.

[12] F. Cara, L’ecologia digitale alla prova dell’intelligenza artificiale generativa, in “altreecnomia.it”, 28 maggio 2024,

https://altreconomia.it/lecologia-digitale-alla-prova-dellintelligenza-artificiale-generativa/.

[13] G. De Ruvo, Rerum Novissimarum? Leone, l’AI e la questione burina, in AA.VV, Il rebus di Papa Leone, “Limes”, n. 5, 2025, pp. 63-73.  

[14] Ivi, p. 69.

[15] Ivi, p. 72.

[16] F. Cara, op. cit.

[17] Iea, Report Electricity 2024. Analysis and forecast to 2026, may 2024, https://iea.blob.core.windows.net/assets/18f3ed24-4b26-4c83-a3d2-8a1be51c8cc8/Electricity2024-Analysisandforecastto2026.pdf.

[18] V. Smil, Come funziona davvero il mondo. Energia, cibo, ambiente, materie prime: le risposte della scienza, Einaudi, Torino 2023, pp. 137-180.

[19] S. Floridi, L’era digitale richiede responsabilità, in “La lettura-Corriere della sera”, 20 luglio 2025, pp. 7-9.

[20] F. Lebrun, Barbarie numérique. Une autre histoire du monde connecté, L’échappée, Paris 2024.

[21] Ivi, quarta di copertina.

[22] Ivi, pp 225-227.

[23] E. Garibaldi, Leone XIV: lo sviluppo dell’IA si affianchi al rispetto dei valori umani e sociali, in “vaticannews.va”, Città del Vaticano, 10 luglio 2025, https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2025-07/papa-leone-xiv-messaggio-ai-for-good-ginevra.html.

[24] Declaração dos líderes do brics sobre governança global da inteligência artificial, Rio de Janeiro, 6 de julho  2025,  file:///C:/Users/Utente/Downloads/250706_BRICS_DeclaracaoFinal_GGIA_ptbr-7.pdf.

[25] F. Lebrun, op. cit., p. 384, mia traduzione.