Di, Mariachiara Fortugno (*)

Abstract

Questo articolo analizza criticamente il sistema moda contemporaneo a partire dal concetto di chimera, intesa come costruzione simbolica che alimenta desiderio, adesione e investimento affettivo, pur celando profonde contraddizioni strutturali.

Attraverso un approccio interdisciplinare che integra Fashion Studies, sociologia del lavoro creativo e teoria dei campi culturali, lo studio indaga lo scarto tra l’immaginario idealizzato della moda e le condizioni materiali che ne regolano il funzionamento.

Il contributo si fonda su un corpus di interviste qualitative semi-strutturate condotte con professionisti attivi nel settore della moda, prevalentemente all’interno di aziende del lusso italiane, analizzate mediante un approccio tematico- interpretativo. Le testimonianze evidenziano come l’accesso al sistema sia spesso motivato da un’adesione a valori culturalmente codificati — creatività, artigianalità, unicità, eccellenza estetica — che tuttavia, nella pratica quotidiana, risultano frequentemente svuotati della loro funzione normativa e ridotti a dispositivi discorsivi di legittimazione.

L’articolo colloca tali dinamiche all’interno di processi più ampi di finanziarizzazione, concentrazione del potere e globalizzazione dell’industria della moda, richiamando in particolare il contributo teorico di Giulia Mensitieri e la prospettiva bourdieusiana sul capitale simbolico. L’analisi mette in luce come passione, precarietà e lavoro affettivo concorrano a sostenere la resilienza del sistema, limitando le possibilità di agency individuale. In conclusione, si propone una riflessione sul ruolo della comunità e delle pratiche collettive come potenziali leve di trasformazione del sistema moda oltre la sua utopia individualizzante.

Figura 1. Nave portacontainer impegnata nel trasporto internazionale di merci: immagine simbolica dei processi di globalizzazione e delle reti logistiche che sostengono la finanziarizzazione e la delocalizzazione produttiva dell’industria della moda contemporanea.

Keyword

Sistema moda; lavoro creativo; lavoro precario; capitale simbolico; lavoro affettivo; Fashion Studies.

Quando si è piccoli, e il funzionamento del mondo del lavoro è ancora un concetto astratto e lontano, le scelte sono guidate quasi esclusivamente dalle passioni. Sono inclinazioni spontanee, spesso visive e sensoriali, che orientano lo sguardo verso ciò che attrae, seduce e stimola l’immaginazione.

Nel caso della moda, questo avvicinamento passa attraverso l’estetica, le immagini, le narrazioni patinate di un settore che sembra fondarsi più sull’ispirazione che sulla struttura. Crescendo, quel primo slancio emotivo si consolida e si trasforma lentamente in convinzione: ciò che inizialmente era solo interesse diventa l’idea di un futuro possibile, se non addirittura del «lavoro della vita».

Quello che, in fondo, è accaduto a molti di noi appartenenti alla generazione dei Millennials è stato un processo di idealizzazione estrema. Siamo cresciuti in un periodo storico in cui i nuovi sistemi tecnologici — social media, piattaforme digitali, storytelling dei brand — hanno contribuito a costruire un immaginario in cui i sogni professionali non solo sembravano realizzabili, ma apparivano a portata di mano.

Nel settore moda, più che in altri ambiti, questo racconto si è rafforzato attraverso immagini di successo, backstage esclusivi, figure carismatiche e un linguaggio che associa il lavoro creativo a passione, sacrificio e riconoscimento sociale. In altre parole: ci abbiamo creduto.

L’università rappresenta spesso il luogo in cui questa narrazione viene ulteriormente alimentata. I percorsi formativi legati alla moda oscillano costantemente tra due messaggi apparentemente opposti ma in realtà complementari: da un lato l’idea che si tratti di un mondo di nicchia, elitario, difficile da penetrare; dall’altro la promessa che, con talento, dedizione e unicità, sia possibile emergere. «Se sei il migliore, ce la farai»: un mantra che trasforma la competizione in virtù e la precarietà in una fase necessaria di crescita. In questo contesto, il fallimento non è mai sistemico, ma sempre individuale.

Poi arriva il momento dell’ingresso nel mercato del lavoro, accompagnato dall’aspettativa concreta di guadagno e dall’idea di un’indipendenza finalmente raggiungibile. È qui che il racconto si incrina.

Dopo decine — se non centinaia — di curriculum inviati senza risposta, l’unica porta che sembra aprirsi è quella di uno stage sottopagato, presentato come un’occasione imperdibile per «entrare nel settore».

Lo stage diventa così una soglia simbolica: non solo un’esperienza lavorativa, ma l’accesso a quel mondo tanto desiderato e raccontato. Dopo mesi, talvolta anni, questo percorso può trasformarsi in un contratto temporaneo, spesso inquadrato nel settore commercio, della durata di sei mesi, privo di reali garanzie di continuità.

Eppure, questa storia non appare come un’eccezione. Al contrario, è una traiettoria ampiamente condivisa, normalizzata e persino legittimata all’interno del sistema moda. Una storia che molti riconoscono come propria e che, proprio per questo, raramente viene messa in discussione.

Negli ultimi decenni, il settore della moda è stato interessato da un progressivo processo di concentrazione del potere economico e decisionale, riconducibile alla crescente centralità di grandi gruppi multinazionali. Le analisi periodiche sul mercato del lusso elaborate da osservatori economici e istituti di ricerca internazionali evidenziano come il panorama globale risulti oggi dominato da un numero limitato di conglomerati finanziari, prevalentemente di matrice statunitense ed europea. In tale scenario, il gruppo francese Kering rappresenta una delle principali realtà europee in grado di competere su scala globale, mentre numerosi marchi storici del made in Italy e del lusso europeo risultano essere stati progressivamente acquisiti da capitali esteri, in larga parte statunitensi.1

Il processo di finanziarizzazione e globalizzazione dell’industria della moda ha prodotto effetti significativi non solo sulle strutture di governance aziendale, ma anche sui modelli organizzativi, sui ritmi di produzione e sulle pratiche lavorative. «È ampiamente riconosciuto come il metodo di lavoro, la qualità del prodotto e l’attenzione al dettaglio, elementi storicamente centrali nella tradizione manifatturiera e culturale della moda europea, abbiano subito trasformazioni rilevanti, spesso orientate alla massimizzazione del profitto e alla riduzione dei tempi di immissione sul mercato.» 2

In questo contesto, i lavoratori del settore si trovano a operare all’interno di un sistema che tende a privilegiare la visibilità, la performance e il valore simbolico del brand, a discapito di una effettiva valorizzazione delle competenze professionali e del lavoro creativo.

Un ambito particolarmente indicativo di tali dinamiche è rappresentato dalla gestione delle figure apicali della direzione creativa. L’analisi delle principali maison di moda mostra come la rappresentazione simbolica del brand sia frequentemente affidata a designer uomini, bianchi e occidentali, i quali vengono spesso trasferiti da una casa di moda all’altra in archi temporali relativamente brevi.

Questo fenomeno può essere interpretato alla luce della teoria dei campi di Pierre Bourdieu, secondo cui il potere simbolico opera come una forma di capitale specifico, accumulabile e convertibile all’interno di un determinato campo sociale.3 In tale prospettiva, la circolazione delle élite creative contribuisce a rafforzare gerarchie consolidate e meccanismi di legittimazione interna al campo del sistema moda, più che a promuovere una reale pluralità culturale e progettuale. Il ricambio accelerato dei direttori creativi, spesso svincolato da una visione strategica di lungo periodo, appare pertanto funzionale alle logiche del mercato e alla spettacolarizzazione del ruolo, piuttosto che a un effettivo rinnovamento strutturale del sistema moda. Per inquadrare teoricamente queste trasformazioni, il presente studio si fonda sul contributo di Giulia Mensitieri, «Il lavoro più bello del mondo. Sollevare il velo sull’industria della moda» (2020), testo di riferimento che analizza in chiave critica le condizioni lavorative nel settore moda attraverso un ampio corpus di interviste a professionisti e lavoratori. L’autrice mette in evidenza le contraddizioni strutturali vissute da chi opera in questo ambito, diviso tra passione creativa e frustrazione, entusiasmo e sfruttamento. Se l’ingresso nel settore è spesso motivato da un immaginario di realizzazione personale e successo, con il tempo emerge la consapevolezza che tale promessa riguarda una minoranza ristretta, mentre la maggior parte dei lavoratori permane in una condizione di precarietà continua.

Mensitieri evidenzia in particolare come:

  • la crescente accelerazione dei processi produttivi, il continuo rinnovamento delle collezioni e l’ossessione per il nuovo contribuiscano in modo sistemico allo spreco;
    • la stessa logica economica che consente lo sfruttamento della forza lavoro è alla base dello sfruttamento
    • ambientale, fondata sulla massimizzazione del profitto, sulla riduzione dei costi e sulla sistematica invisibilizzazione delle conseguenze.

In questa prospettiva, lo sfruttamento umano e quello ambientale non costituiscono fenomeni separati, ma risultano parte integrante dello stesso meccanismo capitalistico, sostenuto dall’illusione del glamour, del successo e della creatività. Dalle interviste analizzate emerge inoltre che molti lavoratori: riconoscono il disagio etico legato al proprio ruolo all’interno di un sistema percepito come dannoso;

dichiarano di disporre di uno scarso potere reale di intervento, soprattutto a causa della precarietà strutturale; interiorizzano l’idea che «così funziona la moda» e che una critica esplicita del sistema possa comportare il rischio di esclusione professionale.

Come emerge dall’analisi proposta da Mensitieri, il giovane lavoratore inserito nel settore della moda si confronta oggi con un insieme crescente di dubbi e incertezze, riconducibili a un contesto professionale in profonda trasformazione. Tale cambiamento non riguarda esclusivamente le dimensioni e le strutture organizzative delle imprese, ma investe in maniera sostanziale anche le modalità stesse di produzione, rappresentazione e gestione della moda.4

Il sistema moda contemporaneo sta infatti attraversando una fase di riconfigurazione che coinvolge non solo la sua geografia economica, ma anche le regole che ne hanno storicamente governato il funzionamento. Se da un lato gli Stati Uniti continuano a esercitare un ruolo centrale nel controllo e nella gestione di numerosi

gruppi e maison di moda, dall’altro emergono in modo sempre più significativo nuovi poli di influenza, come gli Emirati Arabi Uniti e la Cina.5 Questi contesti rappresentano oggi una componente rilevante dello stato dell’arte dell’industria della moda globale, contribuendo a ridefinirne equilibri e dinamiche di potere.

Si assiste dunque a un progressivo indebolimento della tradizionale centralità eurocentrica del sistema moda. Se nell’immaginario collettivo città come Parigi e Milano hanno a lungo detenuto il primato in termini di autorevolezza simbolica, eventi e riconoscimenti, attualmente si osserva una crescente diffusione di iniziative di rilievo internazionale anche in aree extraeuropee.

Per inquadrare teoricamente queste trasformazioni, il presente studio si fonda sul contributo di Giulia Mensitieri, «Il lavoro più bello del mondo. Sollevare il velo sull’industria della moda» (2020), testo di riferimento che analizza in chiave critica le condizioni lavorative nel settore moda attraverso un ampio corpus di interviste a professionisti e lavoratori. L’autrice mette in evidenza le contraddizioni strutturali vissute da chi opera in questo ambito, diviso tra passione creativa e frustrazione, entusiasmo e sfruttamento. Se l’ingresso nel settore è spesso motivato da un immaginario di realizzazione personale e successo, con il tempo emerge la consapevolezza che tale promessa riguarda una minoranza ristretta, mentre la maggior parte dei lavoratori permane in una condizione di precarietà continua.

Mensitieri evidenzia in particolare come:

  • la crescente accelerazione dei processi produttivi, il continuo rinnovamento delle collezioni e l’ossessione per il nuovo contribuiscano in modo sistemico allo spreco;
    • la stessa logica economica che consente lo sfruttamento della forza lavoro è alla base dello sfruttamento
    • ambientale, fondata sulla massimizzazione del profitto, sulla riduzione dei costi e sulla sistematica invisibilizzazione delle conseguenze.

In questa prospettiva, lo sfruttamento umano e quello ambientale non costituiscono fenomeni separati, ma risultano parte integrante dello stesso meccanismo capitalistico, sostenuto dall’illusione del glamour, del successo e della creatività. Dalle interviste analizzate emerge inoltre che molti lavoratori: riconoscono il disagio etico legato al proprio ruolo all’interno di un sistema percepito come dannoso;

dichiarano di disporre di uno scarso potere reale di intervento, soprattutto a causa della precarietà strutturale; interiorizzano l’idea che «così funziona la moda» e che una critica esplicita del sistema possa comportare il rischio di esclusione professionale.

Come emerge dall’analisi proposta da Mensitieri, il giovane lavoratore inserito nel settore della moda si confronta oggi con un insieme crescente di dubbi e incertezze, riconducibili a un contesto professionale in profonda trasformazione. Tale cambiamento non riguarda esclusivamente le dimensioni e le strutture organizzative delle imprese, ma investe in maniera sostanziale anche le modalità stesse di produzione, rappresentazione e gestione della moda.6

Il sistema moda contemporaneo sta infatti attraversando una fase di riconfigurazione che coinvolge non solo la sua geografia economica, ma anche le regole che ne hanno storicamente governato il funzionamento. Se da un lato gli Stati Uniti continuano a esercitare un ruolo centrale nel controllo e nella gestione di numerosi

gruppi e maison di moda, dall’altro emergono in modo sempre più significativo nuovi poli di influenza, come gli Emirati Arabi Uniti e la Cina.7 Questi contesti rappresentano oggi una componente rilevante dello stato dell’arte dell’industria della moda globale, contribuendo a ridefinirne equilibri e dinamiche di potere.

Si assiste dunque a un progressivo indebolimento della tradizionale centralità eurocentrica del sistema moda. Se nell’immaginario collettivo città come Parigi e Milano hanno a lungo detenuto il primato in termini di autorevolezza simbolica, eventi e riconoscimenti, attualmente si osserva una crescente diffusione di iniziative di rilievo internazionale anche in aree extraeuropee.

Un esempio emblematico è rappresentato dal Fashion Trust Arabia Prize, che ha recentemente premiato Miuccia Prada come creativa più influente a livello globale.8

Il mercato della moda appare pertanto sempre più complesso e frammentato, caratterizzato da una molteplicità di narrazioni promosse dai brand e da una realtà produttiva in costante mutamento. Tale scarto tra rappresentazione e pratiche effettive contribuisce a generare una condizione di disorientamento tra le persone che operano nel settore, in particolare tra i lavoratori più giovani, i quali si trovano a interagire con un sistema percepito come opaco e difficilmente decifrabile.

Questa dinamica incide sulle possibilità di agency individuale, favorendo forme di adattamento passivo piuttosto che di partecipazione attiva ai processi di trasformazione in atto.

Sulla base di quanto detto precedentemente questo studio si basa su una serie di interviste qualitative semi- strutturate condotte con soggetti attivi nel sistema moda contemporaneo, prevalentemente all’interno di aziende del lusso italiane.

Gli intervistati occupano ruoli differenti lungo la filiera creativa e organizzativa e condividono un percorso formativo specialistico nel campo della moda.

Le interviste sono state analizzate attraverso un approccio tematico-interpretativo, coerente con la tradizione dei Fashion Studies9, che privilegia la lettura delle pratiche lavorative come luoghi di produzione di significato, identità e valore simbolico. L’intervista non è qui intesa come semplice strumento descrittivo, ma come dispositivo critico capace di rendere visibili le tensioni tra discorso istituzionale e vissuto quotidiano, tra l’immaginario del sistema moda e le sue condizioni materiali di funzionamento.

L’attrazione iniziale e l’utopia valoriale del sistema moda

Dalle narrazioni degli intervistati emerge con forza il ruolo dell’utopia valoriale come motore di accesso al sistema moda. L’ingresso nel settore è frequentemente motivato da un’adesione a un insieme di valori culturalmente codificati: creatività, artigianalità, unicità, Made in Italy, eccellenza estetica.

Questi valori vengono inizialmente percepiti come principi operativi capaci di tradursi nel lavoro quotidiano, in ambienti immaginati come dinamici, meritocratici e orientati alla crescita individuale. In alcuni casi, tale attrazione è rafforzata dalla narrazione imprenditoriale del brand, dalla sua collocazione nel sistema del lusso e da elementi organizzativi — come la giovane età dei team o le politiche di welfare — interpretati come segnali di modernità e attenzione alle persone.

Tuttavia, le interviste mostrano anche come l’accesso al settore non sia sempre guidato da un allineamento ideale: in alcuni casi prevale una scelta dettata dalla necessità, rivelando fin da subito la compresenza di desiderio e vincolo che caratterizza il lavoro nella moda.

Comprendere lo scarto tra valore dichiarato e pratica vissuta diventa dunque un passaggio cruciale per l’analisi critica del settore. L’ obiettivo non è assumere una posizione valutativa, né di condanna né di giustificazione, ma sviluppare una lettura capace di mettere in luce le logiche interne del sistema, le sue contraddizioni costitutive e le direzioni emergenti.

È solo a partire da questa comprensione che diventa possibile immaginare forme di ricomposizione collettiva tra coloro che dedicano la propria vita professionale alla moda.

La riflessione sul futuro del settore non può infatti prescindere dal tema della comunità. Il sistema moda si è storicamente strutturato come un ambiente fortemente individualizzato, che privilegia la competizione, la costruzione di identità professionali autonome e il lavoro freelance isolato, piuttosto che la condivisione di percorsi critici, accessibili e collettivi.

Come osserva Sinéad Burke, «la moda tende a funzionare come un sistema alimentato dall’eccezione, più che dalla possibilità di costruire strumenti di comprensione e di partecipazione diffusi.»10

Tuttavia, proprio nella mobilitazione delle comunità professionali disilluse può risiedere una concreta possibilità di cambiamento. Pratiche collettive quali l’organizzazione sindacale, le alleanze trasversali e le azioni coordinate rappresentano potenziali leve di trasformazione strutturale, a condizione che coinvolgano l’intero ecosistema del settore, inclusi i livelli decisionali più elevati. In questo senso, come sottolinea Michael Miller, il privilegio non si esaurisce nel capitale economico, ma si manifesta nella quantità di potere esercitabile all’interno di un sistema.

Una parte significativa di coloro che oggi occupano posizioni di influenza nel mondo della moda non proviene necessariamente da contesti di origine privilegiata, ma dispone ora di risorse simboliche, relazionali e decisionali che potrebbero essere impiegate in modo responsabile e riequilibrante.

In conclusione, l’evoluzione del sistema moda non sembra dipendere tanto dalla riaffermazione retorica dei suoi valori fondativi, quanto dalla loro capacità di tradursi in pratiche collettive, relazionali e politiche. È nel passaggio dall’utopia individuale che ha storicamente alimentato il desiderio e l’adesione al settore a una forma di responsabilità condivisa che la moda può trovare nuove possibilità di senso, coerenza e sostenibilità nel lungo periodo.

Figura 2. A sinistra, uno studio creativo immerso in luci e colori, simbolo dell’immaginario idealizzato e dell’attrazione emotiva del lavoro nel sistema moda; a destra, una rappresentazione concettuale di “apparenza e realtà”, che evidenzia lo scarto tra l’utopia valoriale e le condizioni materiali e precarie del settore

Bibliografia

Bourdieu, P. (1992). Les règles de l’art. Genèse et structure du champ littéraire. Paris: Seuil.

Mensitieri, G. (2020). Il lavoro più bello del mondo. Sollevare il velo sull’industria della moda. Roma: Notte-tempo.

Rivista Studio (2023). Atlante della moda: previsioni e scenari del sistema fashion contemporaneo. Rivista Studio. Disponibile online: https://www.rivistastudio.com/atlante-moda-previsioni/

FashionUnited (2024). Top 200 Fashion Companies Worldwide. FashionUnited Intelligence. Disponibile online: https://fashionunited.com/i/top200

Vogue Business (2023). Debunking the dream: Is working in fashion going out of style? Vogue Business. Disponibile online: https://www.vogue.com/article/debunking-the-dream-is-working-in-fashion-going-out-of-style-success-survey

  1. Per un’analisi della concentrazione del potere economico nel settore della moda e del lusso, cfr. i rapporti periodici di Bain & Company (Luxury Goods Worldwide Market Study) e di McKinsey & Company (The State of Fashion), che evidenziano il ruolo dominante di pochi grandi conglomerati multinazionali. Sul posizionamento del gruppo Kering nel panorama europeo e globale e sui processi di acquisizione di marchi storici del lusso europeo, si vedano inoltre i report annuali dei principali osservatori economici internazionali e la documentazione societaria dei gruppi coinvolti.
  2. Sul progressivo mutamento dei modelli produttivi della moda europea e sul passaggio da una tradi- zione manifatturiera fondata su qualità, tempo e sapere artigianale a logiche industriali orientate alla rapidità e alla massimizzazione del profitto, cfr. G. Mensitieri, Il lavoro più bello del mondo. Sollevare il velo sull’indu- stria della moda, Nottetempo, Roma 2020, pp. 91–112; si veda inoltre P. Bourdieu, Les règles de l’art. Genèse et structure du champ littéraire, Seuil, Paris 1992, pp. 311–340, per un inquadramento teorico delle trasfor- mazioni dei campi culturali sotto la pressione delle logiche economiche e di mercato.
  3. Per la teoria dei campi e del potere simbolico come capitale specifico, cfr. P. Bourdieu, Le sens prati- que (1980) e Langage et pouvoir symbolique (2001); tali concetti sono comunemente applicati all’analisi delle gerarchie e dei meccanismi di legittimazione nel campo della moda (cfr. Les règles de l’art, 1992).
  4. Cfr. G. Mensitieri, Il lavoro più bello del mondo. Sollevare il velo sull’industria della moda, Notte- tempo, Roma 2020, pp. 27–45 per l’analisi dell’accesso al settore moda e dell’immaginario professionale; pp. 63–89 per la discussione sulle condizioni di precarietà, sull’interiorizzazione del rischio individuale e sul senso di incertezza vissuto dai giovani lavoratori; pp. 113–137 per l’analisi delle trasformazioni strutturali del sistema moda e delle modalità di produzione, rappresentazione e gestione del lavoro creativo.
  5. Per un’analisi della persistente centralità statunitense nel controllo dei principali gruppi del sistema moda globale, nonché dell’emergere di nuovi poli di influenza economica e simbolica, si veda FashionUnited, Top 200 Fashion Companies Worldwide, che evidenzia la distribuzione geografica del potere finanziario e decisionale nel settore. Per una lettura critica delle trasformazioni geopolitiche del sistema moda e dell’ascesa di contesti extraeuropei, in particolare Emirati Arabi Uniti e Cina, cfr. Atlante della moda: previsioni, Rivi- sta Studio, che analizza le nuove geografie del potere, degli investimenti e della legittimazione culturale nel fashion system contemporaneo.
  6. Cfr. G. Mensitieri, Il lavoro più bello del mondo. Sollevare il velo sull’industria della moda, Notte- tempo, Roma 2020, pp. 27–45 per l’analisi dell’accesso al settore moda e dell’immaginario professionale; pp. 63–89 per la discussione sulle condizioni di precarietà, sull’interiorizzazione del rischio individuale e sul senso di incertezza vissuto dai giovani lavoratori; pp. 113–137 per l’analisi delle trasformazioni strutturali del sistema moda e delle modalità di produzione, rappresentazione e gestione del lavoro creativo.
  7. Per un’analisi della persistente centralità statunitense nel controllo dei principali gruppi del sistema moda globale, nonché dell’emergere di nuovi poli di influenza economica e simbolica, si veda FashionUnited, Top 200 Fashion Companies Worldwide, che evidenzia la distribuzione geografica del potere finanziario e decisionale nel settore. Per una lettura critica delle trasformazioni geopolitiche del sistema moda e dell’ascesa di contesti extraeuropei, in particolare Emirati Arabi Uniti e Cina, cfr. Atlante della moda: previsioni, Rivi- sta Studio, che analizza le nuove geografie del potere, degli investimenti e della legittimazione culturale nel fashion system contemporaneo.
  8. Cfr. S. Burke, Accessibility and Fashion: Systems Built on Exception, in Fashion Theory, e interventi della stessa autrice in contesti istituzionali e accademici dedicati all’analisi critica del fashion system contem-poraneo.
  9. Il Fashion Trust Arabia Prize è un riconoscimento internazionale istituito nel 2018 con l’obiettivo di sostenere e promuovere designer emergenti provenienti dall’area del Medio Oriente e del Nord Africa. Il premio si configura come una piattaforma strategica di visibilità, mentorship e supporto economico, contribuendo a rafforzare nuovi poli di influenza nel sistema moda globale al di fuori dell’asse euroamericano tradizionale. Negli ultimi anni, l’iniziativa ha assunto una crescente rilevanza simbolica e istituzionale, segnalando il ruolo sempre più centrale dei contesti extraeuropei nella ridefinizione delle gerarchie culturali e creative del settore.
  10. Per un inquadramento teorico-metodologico dei Fashion Studies come campo interdisciplinare volto all’analisi della moda quale sistema culturale, economico e simbolico, e per l’uso di metodologie qualitative e interpretative orientate alla lettura delle pratiche lavorative come luoghi di produzione di significato e identi- tà, cfr. V. Steele (a cura di), Fashion Theory: A Reader, Routledge, London–New York 2000; E. Entwistle, The Fashioned Body. Fashion, Dress and Modern Social Theory, Polity Press, Cambridge 2015; si veda inoltre G. Mensitieri, Il lavoro più bello del mondo. Sollevare il velo sull’industria della moda, Nottetempo, Roma 2020, pp. 19–26, per l’applicazione di un approccio etnografico e critico allo studio delle condizioni materiali e sim- boliche del lavoro nella moda.

Sono Mariachiara Fortugno, laureata in Culture e Tecniche della Moda presso l’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Ho successivamente conseguito la laurea magistrale in Fashion and Textile Design presso NABA – Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Attiva nel settore moda, ho maturato esperienza ricoprendo diversi ruoli professionali all’interno di importanti aziende del settore. Curiosa e appassionata, sono particolarmente sensibile ai temi della sostenibilità e dell’inclusione, valori che coltivo anche attraverso attività di volontariato, tra cui progetti volti ad avvicinare persone con disabilità alle arti performative. Questa inclinazione ha reso naturale l’obiettivo di integrare tali principi anche nel mio percorso professionale, orientando il mio lavoro verso la moda responsabile e la ricerca nel campo tessile.