di Alexandro Ladaga

Introduzione editoriale

Educare o adattare? Una domanda necessaria

Sono particolarmente lieto di ospitare in questo numero della rivista il contributo di Alexandro Ladaga, filosofo e artista, che da anni indaga il rapporto tra tecnologia, linguaggio e trasformazioni dell’identità nell’era digitale.

Il testo che segue non è un articolo “facile”, né intende esserlo. È piuttosto una riflessione critica che invita a sospendere alcune certezze che spesso accompagnano il discorso pubblico sull’educazione digitale.

Negli ultimi anni ho più volte sottolineato la necessità di investire sull’educazione come leva fondamentale per affrontare le sfide poste dalla trasformazione digitale. E tuttavia, proprio per questo, ritengo altrettanto importante accogliere contributi che ci aiutino a interrogarne i presupposti, i linguaggi e le implicazioni.

La tesi proposta da Ladaga è chiara e, per certi versi, spiazzante: l’educazione digitale, così come viene oggi spesso concepita, rischia di tradursi in una forma di adattamento più che di emancipazione. Non perché manchi di valore, ma perché tende a spostare l’attenzione dalle strutture di potere che organizzano l’ambiente digitale ai comportamenti individuali degli utenti.

È una riflessione che merita di essere presa sul serio. Non per essere accettata in modo acritico, ma perché sollecita domande essenziali: chi definisce le regole degli spazi digitali? Con quali finalità? E quale tipo di cittadinanza stiamo contribuendo a formare quando parliamo di competenze, sicurezza, responsabilità?

Nel lavoro che conduco con DiCultHer, ho sempre considerato l’educazione digitale non come un semplice insieme di abilità tecniche, ma come un percorso culturale, civile e umano, capace di collegare conoscenza, consapevolezza e partecipazione. In questo senso, il contributo di Ladaga rappresenta uno stimolo prezioso per evitare che l’educazione si riduca a un addestramento funzionale e per mantenere aperta la dimensione critica che ogni autentico processo formativo dovrebbe custodire.

Leggere questo testo significa accettare una sfida: quella di passare dall’uso del digitale al giudizio sul digitale, dalla partecipazione come presenza alla partecipazione come possibilità di incidere sulle condizioni che la rendono possibile.

È una sfida che non riguarda soltanto il mondo della scuola o della formazione, ma il futuro stesso della cittadinanza.

Sta a ciascuno di noi decidere come attraversare questa sfida.

carmine marinucci


Abstract IT

Questo contributo propone una riflessione critica sul modello dominante dell’educazione civica digitale oggi. L’ipotesi di fondo è che, nel lessico istituzionale contemporaneo, l’educazione al digitale venga spesso presentata come risposta quasi automatica ai rischi della trasformazione tecnologica -disinformazione, opacità algoritmica, dipendenza attentiva[i], esposizione dei dati, polarizzazione- ma lo faccia attraverso uno spostamento decisivo: dal potere al comportamento, dalle strutture ai soggetti, dalle decisioni politiche alle competenze individuali. In questa prospettiva, il cittadino digitale tende ad essere formato non come soggetto capace di giudicare le condizioni che regolano lo spazio pubblico contemporaneo, ma come utente prudente, responsabile e adattivo, chiamato a gestire correttamente un ambiente già “configurato” da altri.

Tale impostazione, pur producendo effetti reali di alfabetizzazione e orientamento, rischia di svolgere una funzione compensativa e normalizzante. Essa riconosce i problemi del digitale, ma troppo spesso li ricodifica come deficit educativi del singolo, senza mettere in questione adeguatamente l’architettura economica, normativa e politica delle piattaforme, dei sistemi algoritmici e delle infrastrutture che organizzano oggi l’accesso all’informazione, alla visibilità e alla partecipazione. Ne deriva una cittadinanza “formattata”[ii] ridotta a conformità operativa, capace di partecipare discorsivamente, ma meno attrezzata a contestare, chiedere conto, deliberare.

A partire da questa diagnosi, l’articolo introduce il concetto di “controeducazione digitale” non come rifiuto dell’educazione, ma come suo rovesciamento critico. Controeducare significa restituire centralità a domande che il discorso pedagogico dominante tende ad occultare: chi decide le regole dell’ambiente digitale? Con quali procedure? In nome di quali interessi? Con quali effetti sui diritti, sul conflitto e sulla cittadinanza? In tal senso, una vera educazione civica nell’era della datificazione dell’essere umano non può limitarsi a formare utenti competenti ma deve contribuire a formare soggetti politicamente presenti, capaci di distinguere tra legalità e legittimità, tra partecipazione e co-decisione, tra rispetto delle regole e giustizia delle regole.

Abstract EN

This article offers a critical reflection on the dominant model of digital civic education today. The central hypothesis is that, within contemporary institutional discourse, digital education is often presented as an almost automatic response to the risks of technological transformation—disinformation, algorithmic opacity, attentional dependency, data exposure, and polarisation—yet it does so through a decisive shift: from power to behaviour, from structures to subjects, and from political decisions to individual competences. Within this framework, the digital citizen is shaped not as a subject capable of judging the conditions that govern the contemporary public sphere, but as a prudent, responsible, and adaptive user, expected to manage correctly an environment already “configured” by others.

Such an approach, while producing tangible effects in terms of literacy and orientation, risks performing a compensatory and normalising function. It acknowledges the problems of the digital environment, yet too often recodes them as individual educational deficits, without adequately questioning the economic, normative, and political architecture of platforms, algorithmic systems, and infrastructures that now organise access to information, visibility, and participation. The result is a “formatted” citizenship, reduced to operational conformity—capable of discursive participation, yet less equipped to contest, hold accountable, and deliberate.

Building on this diagnosis, the article introduces the concept of digital counter-education, not as a rejection of education as such, but as its critical reconfiguration. To counter-educate means to restore centrality to questions that dominant pedagogical discourse tends to obscure: who decides the rules of the digital environment? Through which procedures? In the name of which interests? With what consequences for rights, conflict, and citizenship? In this sense, a genuine form of civic education in the age of the datafication of human existence cannot be limited to training competent users; it must instead contribute to the formation of politically present subjects, capable of distinguishing between legality and legitimacy, participation and co-decision, and the mere observance of rules and the justice of those rules.

Abstract ES

Este trabajo propone una reflexión crítica sobre el modelo dominante de educación cívica digital en la actualidad. La hipótesis de fondo es que, en el léxico institucional contemporáneo, la educación digital se presenta a menudo como una respuesta casi automática a los riesgos de la transformación tecnológica -desinformación, opacidad algorítmica, dependencia atencional, exposición de datos, polarización-, pero lo hace a través de un desplazamiento decisivo: del poder al comportamiento, de las estructuras a los sujetos y de las decisiones políticas a las competencias individuales. En esta perspectiva, el ciudadano digital tiende a ser formado no como un sujeto capaz de juzgar las condiciones que regulan el espacio público contemporáneo, sino como un usuario prudente, responsable y adaptativo, llamado a gestionar correctamente un entorno ya “configurado” por otros.

Tal planteamiento, aunque produce efectos reales de alfabetización y orientación, corre el riesgo de desempeñar una función compensatoria y normalizadora. Reconoce los problemas del entorno digital, pero con demasiada frecuencia los recodifica como déficits educativos del individuo, sin cuestionar adecuadamente la arquitectura económica, normativa y política de las plataformas, de los sistemas algorítmicos y de las infraestructuras que hoy organizan el acceso a la información, a la visibilidad y a la participación. De ello se deriva una ciudadanía “formateada”, reducida a conformidad operativa, capaz de participar discursivamente, pero menos preparada para cuestionar, exigir rendición de cuentas y deliberar.

A partir de este diagnóstico, el artículo introduce el concepto de “contraeducación digital” no como un rechazo de la educación en cuanto tal, sino como su replanteamiento crítico. Contraeducar significa devolver centralidad a preguntas que el discurso pedagógico dominante tiende a ocultar: ¿quién decide las reglas del entorno digital? ¿Con qué procedimientos? ¿En nombre de qué intereses? ¿Con qué efectos sobre los derechos, el conflicto y la ciudadanía? En este sentido, una verdadera educación cívica en la era de la datificación del ser humano no puede limitarse a formar usuarios competentes, sino que debe contribuir a formar sujetos políticamente presentes, capaces de distinguir entre legalidad y legitimidad, entre participación y co-decisión, entre el respeto de las reglas y la justicia de las reglas.

Keywords: cittadinanza digitale; controeducazione; spazio pubblico; datificazione dell’essere umano; potere algoritmico


Introduzione: quando “educare” diventa la risposta automatica

Nello spazio pubblico contemporaneo, l’educazione digitale è diventata una parola rassicurante. Compare nei documenti istituzionali, nelle linee guida scolastiche, nei programmi europei, nei discorsi sulla sicurezza online, sulla disinformazione e sulla cittadinanza digitale.[iii]

Ogni volta che emerge un problema nello spazio tecnologico -dall’odio in rete alla polarizzazione, dalla violazione dei dati alla dipendenza da piattaforma- la risposta è quasi sempre la stessa: bisogna educare.

A prima vista, questa centralità dell’educazione sembrerebbe un segno di maturità civile. In fondo, prendere sul serio la dimensione culturale del digitale significa riconoscere che non abbiamo a che fare soltanto con strumenti tecnici, ma con dispositivi che orientano la formazione del giudizio, il linguaggio, la convivenza e la partecipazione democratica.

È indubbio che nessuna società possa attraversare la trasformazione digitale senza un lavoro educativo serio. Eppure, proprio qui si apre il problema, perché educare non è mai un gesto apolitico.[iv] Ogni forma di educazione implica una certa idea di soggetto, di ordine sociale e di ciò che debba essere appreso, corretto e reso compatibile.

La questione, dunque, non è stabilire se l’educazione digitale sia utile oppure no, ma comprendere che cosa stia producendo realmente, oggi, questo discorso educativo, quale tipo di cittadino stia formando e, soprattutto, quali domande renda sempre più marginali.

La tesi che intendo sostenere è semplice: in larga parte del discorso contemporaneo, l’educazione civica digitale rischia di funzionare come una tecnologia di adattamento.[v] Non perché produca ignoranza, ma al contrario perché produce competenze; non perché nasconda i rischi del digitale, ma perché li esplicita. Il problema è che, troppo spesso, li esplicita in un modo che trasferisce sul soggetto il peso di gestire effetti che nascono da assetti infrastrutturali, economici e decisionali che restano opachi e sostanzialmente indisponibili al giudizio del cittadino.

L’educazione digitale, oggi, funziona come dispositivo che sposta l’attenzione dal potere al comportamento e dalle strutture alle competenze individuali. Il cittadino digitale ideale non è colui che pretende giustificazione delle regole che lo governano, ma colui che sa muoversi correttamente dentro regole configurate da altri. Un cittadino capace di proteggersi, verificare, moderarsi, rispettare policy, evitare rischi e ridurre l’esposizione. Un cittadino che diventa un soggetto prudente, ma non necessariamente un soggetto educato ad una cittadinanza pienamente politica.

L’educazione digitale come alibi istituzionale

Uno dei punti più forti del dibattito contemporaneo consiste nel presentare l’educazione digitale come risposta quasi automatica a problemi che sono invece strutturali.

Quando la disinformazione viene trattata come questione di alfabetizzazione mediale, la profilazione come un problema di gestione dei dati personali e il controllo sistemico dell’attenzione come una questione di autocontrollo individuale[vi], significa che le istituzioni mostrano di riconoscere il rischio, ma lo ricodificano in una forma pedagogicamente trattabile. Ed è proprio in questa trasformazione funzionale che l’educazione digitale si configura come alibi istituzionale. Non perché neghi il problema, ma perché lo riconosce in modo controllato e lo sposta sul piano del comportamento individuale. Le attuali criticità del digitale vengono descritte e persino spiegate, ma la loro gestione viene progressivamente scaricata sul soggetto, costretto ad adattarsi ad un ambiente che non ha contribuito a disegnare.

Ciò non significa che educare alla verifica delle fonti, alla sicurezza informatica o all’uso consapevole delle tecnologie sia inutile, ma che, nel momento in cui diventa il linguaggio privilegiato attraverso cui il sistema affronta criticità che non intende rimettere in discussione nelle loro cause, finisce inevitabilmente per svolgere una funzione ideologica.

L’educazione civica digitale oggi non emancipa ma agisce per compensazione. Compensa il ritardo della regolazione, lo squilibrio di potere tra cittadini e piattaforme, l’opacità delle decisioni algoritmiche e la dipendenza delle istituzioni pubbliche da infrastrutture private.

Questa impostazione ha un effetto politico rilevante, cioè, la pedagogia della responsabilità individuale si sovrappone all’analisi delle condizioni strutturali. Se invece il problema venisse riconosciuto come questione di potere, di proprietà delle infrastrutture, di regole private che disciplinano spazi pubblici di fatto, allora la risposta non potrebbe più limitarsi all’educazione, ma assumerebbe necessariamente una dimensione giuridica, politica e istituzionale.

Dalla cittadinanza alla competenza

Uno degli aspetti più significativi del lessico contemporaneo è la traduzione della cittadinanza in competenza. Si parla di cittadinanza digitale, ma la si definisce prevalentemente in termini di abilità, livelli di padronanza, comportamenti corretti e indicatori osservabili.

Parole come consapevolezza, sicurezza, competenza, responsabilità e partecipazione sembrano evocare un orizzonte civico, ma finiscono per delimitare una cittadinanza pensata soprattutto come adeguatezza funzionale. Il cittadino digitale appare così come soggetto alfabetizzato, prudente, capace di prevenire il danno e di ridurre la propria vulnerabilità, ma non come soggetto capace di chiedere conto dell’origine delle regole, la proprietà degli ambienti in cui partecipa ed i criteri che distribuiscono visibilità e silenzio.

Nella tradizione politica moderna, la cittadinanza è una relazione che indica un rapporto tra soggetto ed istituzioni, tra diritti e potere, tra obbligo e possibilità di contestazione.[vii] Nella sua versione digitale dominante, invece, la cittadinanza tende a diventare un profilo di comportamento, cioè saper usare bene gli strumenti, rispettare le regole e contribuire in modo corretto alla conversazione pubblica. In pratica, il cittadino viene progressivamente reinterpretato come utente. Ma la posta in gioco non è soltanto comportamentale, riguarda la struttura stessa dell’identità. Nell’ambiente digitale, infatti, la persona tende ad essere tradotta in una serie di rappresentazioni operative -profili, credenziali, dati, reputazioni, tracciati comportamentali- che funzionano come proiezione giuridica dell’esistenza all’interno delle infrastrutture. Non si tratta semplicemente di una rappresentazione tecnica, ma di una trasformazione ontologica e politica. È attraverso queste proiezioni che si accede a servizi, diritti, opportunità e forme di partecipazione. Ne deriva che la cittadinanza digitale non riguarda più soltanto ciò che il soggetto sa fare, ma il modo in cui il soggetto viene reso operativamente esistente nel sistema.

È proprio a partire da questa trasformazione che la figura dell’utente acquista il suo significato pieno. L’utente, infatti, non è semplicemente chi utilizza un ambiente, ma colui la cui esistenza operativa dipende da un’infrastruttura configurata da altri, di cui non decide l’architettura né mette in questione la legittimità. Il cittadino-utente può al massimo apprenderne le condizioni d’uso, adattarsi ad esse e, nei casi migliori, segnalarne qualche problema.

In questa condizione, l’accesso sostituisce il giudizio, cioè si entra nel sistema, ma non se ne mette in questione la legittimità, si utilizza l’ambiente, ma non si partecipa alla definizione delle sue regole.

Spazio pubblico privatizzato e partecipazione senza co-decisione

Uno degli equivoci più persistenti della contemporaneità digitale consiste nel confondere l’aumento della visibilità con l’aumento del potere politico. Le piattaforme hanno indubbiamente moltiplicato le possibilità di apparizione, milioni di individui possono intervenire nel dibattito pubblico, prendere posizione, mobilitare attenzione, costruire reti discorsive, ma apparire non significa ancora agire e partecipare non significa ancora co-decidere. Lo spazio pubblico non è semplicemente il luogo in cui si è visibili, ma quello in cui la parola e l’azione possono avere effetti su un mondo comune.[viii] Se invece la partecipazione si svolge dentro infrastrutture private, governate da regole opache e da criteri di visibilità non deliberati democraticamente, allora il cittadino può apparire continuamente senza riuscire davvero ad agire sulle condizioni del proprio apparire, immerso in uno spazio pubblico privatizzato, costretto ad una partecipazione senza co-decisione. Così la partecipazione digitale assume una forma strutturalmente ambivalente; da un lato, amplia l’accesso della parola, dall’altro mantiene fuori dalla portata dei cittadini la configurazione dell’infrastruttura che rende quella parola distribuibile, premiata, marginalizzata o silenziata. Ed in questa condizione, la partecipazione rimane prevalentemente espressiva. Si può commentare, condividere, reagire, perfino mobilitarsi, ma resta sullo sfondo la questione su chi governa lo spazio in cui tutto questo accade.

L’educazione civica digitale, nella sua forma corrente, tende ad insegnare soprattutto come partecipare in modo corretto. Meno centrale diventa la formazione alla capacità di contestare le condizioni che strutturano quella partecipazione. Così il cittadino viene educato a stare nello spazio pubblico privatizzato senza che la privatizzazione dello spazio pubblico diventi essa stessa oggetto primario di educazione.

La pedagogia della compatibilità

Che tipo di educazione è quella che insegna a muoversi in un ambiente opaco senza rimettere in discussione l’opacità? Che tipo di educazione è quella che insiste su sicurezza, responsabilità e rispetto delle regole, ma lascia ai margini il tema di chi scrive le regole, con quali interessi e con quali effetti?

È evidente che ci troviamo davanti ad una pedagogia della compatibilità. Non un progetto apertamente repressivo, non un indottrinamento grossolano, ma una forma di educazione che lavora per rendere il soggetto funzionalmente compatibile con sistemi invariati. L’educazione digitale è strutturalmente orientata a produrre adattamento, a rendere il cittadino capace di funzionare dentro un ordine tecnico e normativo che resta sostanzialmente indisponibile al giudizio politico. Questo adattamento assume una forma ancora più stringente se si considera che l’ambiente digitale contemporaneo tende a configurarsi come un regime senza esterno operativo, in cui le condizioni concrete di accesso alla comunicazione, all’informazione e alla partecipazione sono oramai mediate quasi integralmente da infrastrutture che non possono essere realmente aggirate senza perdita significativa di presenza pubblica.

In un simile contesto, l’adattamento non è più soltanto una strategia tra le altre, ma diventa una condizione implicita di esistenza sociale. È qui che la pedagogia della compatibilità prepara il soggetto a permanere dentro un ambiente da cui è sempre più difficile uscire senza diventare invisibili.

Questo avviene attraverso diversi dispositivi; innanzitutto, la naturalizzazione del rischio[ix]: l’ambiente digitale viene presentato come strutturalmente pericoloso, e al soggetto viene chiesto di immunizzarsi sul piano del comportamento più che di chiedere conto delle scelte che producono tale rischio. Poi la moralizzazione della responsabilità: se il danno si verifica, il primo sguardo si posa sul comportamento individuale -hai verificato abbastanza? Ti sei protetto? Hai usato bene gli strumenti?- e non sull’architettura che ha reso quel danno sistemicamente probabile. Infine, la neutralizzazione del conflitto: la contestazione viene raramente tematizzata come dimensione costitutiva della cittadinanza, molto più spesso viene implicitamente assorbita nel lessico del rispetto, della moderazione e della correttezza.

Il risultato è un cittadino competente ma politicamente depotenziato. Un soggetto che sa molto dell’uso e poco del giudizio; che sa come evitare l’errore, ma meno come riconoscere l’ingiustizia; che sa partecipare, ma non pretendere giustificazione.

Perché serve una controeducazione

È qui che il termine controeducazione diventa necessario. Non come slogan polemico, né come rifiuto dell’educazione in quanto tale, al contrario, controeducare significa prendere l’educazione così sul serio da rifiutarne l’uso riduttivo come tecnica di adattamento. Controeducare non vuol dire aggiungere qualche contenuto critico ad un programma già dato, ma riaprire il quadro stesso entro cui quei contenuti acquistano senso. Se l’educazione ufficiale parla di consapevolezza, la controeducazione mette in questione le condizioni che rendono quella consapevolezza politicamente efficace. Se parla di sicurezza, chiede chi abbia progettato sistemi intrinsecamente rischiosi, se parla di rispetto delle regole, mette in questione l’origine di quelle regole e gli interessi che le orientano. La controeducazione non sostituisce un catechismo con un altro e non è un manuale di ribellione permanente. Il suo centro non è più l’uso corretto del digitale, ma la leggibilità politica delle sue architetture. Il suo obiettivo non è produrre utenti più efficienti, ma soggetti capaci di porre domande che interrompano l’evidenza sistemica riaprendo il campo del possibile. È difficile immaginare una forma autentica di educazione civica digitale che non sappia partire da domande semplici come: chi decide? Come decide? Perché decide? Con quali effetti?

Solo a partire da queste domande il digitale smette di essere un ambiente naturale da attraversare prudentemente e torna a mostrarsi come un ordine storico, costruito e, in quanto tale, discutibile.

A partire da questa condizione emerge la necessità di ripensare la questione dei diritti non soltanto come estensione di categorie esistenti, ma come risposta ad una trasformazione della condizione stessa del soggetto. Se l’esistenza diventa in parte infrastrutturale, allora anche la tutela deve riguardare le condizioni di accesso, visibilità e operatività dentro tali infrastrutture.

La controeducazione non forma soltanto coscienze critiche, ma apre alla possibilità di una sovranità personale nel digitale, intesa come capacità di non essere completamente determinati da sistemi che restano opachi e unilaterali.

Controeducazione significa restituire il conflitto alla cittadinanza

Uno degli elementi più rimossi del discorso pedagogico contemporaneo è il conflitto. La cittadinanza digitale viene spesso pensata come convivenza regolata, comunicazione responsabile e partecipazione rispettosa. Tutto questo ha una sua legittimità, ma se il conflitto scompare dalla proposta educativa, allora scompare anche una parte essenziale della cittadinanza.

La democrazia non vive soltanto di integrazione, ma anche della capacità di nominare antagonismi, di contestare regole e di opporsi a forme di potere che si presentano come inevitabili. Il conflitto, in questo senso, non è una patologia del sistema, ma una sua condizione di esistenza.

Se questa dimensione viene espunta, il cittadino viene preparato alla gestione dei rischi e non all’esercizio della libertà politica.

La controeducazione, allora, non si limita a riabilitare il conflitto, ma ne articola le forme.

E qui entra in gioco la contestabilità: la possibilità di interrogare regole, decisioni e infrastrutture, di chiedere conto del loro fondamento e dei loro effetti. Senza contestabilità, la cittadinanza si riduce a conformità.

Ma perché la contestazione non resti puramente dichiarativa, essa deve potersi esercitare entro condizioni riconoscibili. E su questo punto è possibile individuare almeno tre criteri minimi che dovrebbero orientare una cittadinanza digitale politicamente esigente: proporzionalità, contestabilità e responsabilità identificabile. Proporzionalità, per valutare se le forme di controllo e raccolta dei dati siano giustificate rispetto agli scopi dichiarati. Contestabilità, per garantire la possibilità concreta di mettere in discussione decisioni automatizzate, regole di piattaforma e criteri di visibilità. Responsabilità identificabile, per evitare che il potere si dissolva in architetture impersonali sottratte all’obbligo di rendere conto.

Senza questi elementi, la partecipazione rischia di ridursi a presenza regolata, ma non a cittadinanza effettiva.

Solo entro un simile quadro la contestazione può diventare pratica effettiva e non semplice reazione. Ed è precisamente su questo sfondo che acquista senso la disobbedienza informata, che non è una celebrazione dell’illegalità né una postura oppositiva fine a sé stessa, ma il riconoscimento che una cittadinanza matura deve poter distinguere tra legalità e legittimità, tra norma formalmente valida e norma giustificabile, tra ordine e giustificazione dell’ordine.[x]

Applicata al digitale, questa distinzione assume un significato concreto, non basta saper rispettare policy e condizioni d’uso; è necessario saper riconoscere quando una decisione automatizzata è irresponsabile, quando una piattaforma è formalmente accessibile ma sostanzialmente escludente, quando una regola può essere legale ed insieme sproporzionata, opaca e ingiusta.

È in questo spazio che riemerge la differenza tra l’utente che si adatta ed il cittadino che chiede conto.

Dall’uso del digitale al giudizio sul digitale

La vera posta in gioco, allora, non è una migliore alfabetizzazione tecnica, ma una riformulazione dell’idea stessa di educazione civica nell’epoca della transizione digitale. Per troppo tempo il digitale è stato pensato come un insieme di strumenti da imparare ad usare. Oggi è evidente che non basta perché il digitale non è più soltanto strumento, ma ambiente, infrastruttura, regime di accesso, architettura della visibilità, forma amministrativa, mercato dell’attenzione e spazio pubblico privatizzato. Ed in un simile contesto, educare all’uso senza educare al giudizio significa lasciare in ombra il nucleo del problema. Non si tratta soltanto di sapere come funzionano gli strumenti, ma di comprendere quale ordine rendono possibile, quali comportamenti incentivano, quali possibilità aprono e quali, invece, escludono.

Per questo la controeducazione non può essere intesa come un’aggiunta accessoria, ma come una necessità storica. Se l’educazione digitale dominante tende a produrre utenti compatibili con il funzionamento dell’ambiente, la controeducazione deve restituire visibilità alle condizioni che rendono possibile quel funzionamento. Deve spostare l’attenzione dal comportamento del singolo all’architettura sistemica, dalla prudenza alla legittimità e dalla competenza operativa alla possibilità di contestazione.

Questo non significa abbandonare le competenze, ma reinscriverle entro un orizzonte più esigente. Verificare una fonte resta importante, ma non basta se non si comprendono i meccanismi che orientano la circolazione delle informazioni. Proteggere i dati è necessario, ma non sufficiente se non si analizzano i modelli economici che trasformano quei dati in valore. Partecipare correttamente alle conversazioni online è importante, ma perde significato se la partecipazione resta separata dalla possibilità di intervenire sulle condizioni in cui avviene.

In altre parole, non basta saper vivere nel digitale, ma occorre saper giudicare l’ordine che il digitale organizza.

Utenti compatibili o cittadini presenti?

La domanda finale non riguarda semplicemente ciò che sappiamo fare nel digitale, ma il tipo di presenza che siamo disposti ad assumere al suo interno. Un ambiente può essere abitato senza essere compreso, può essere utilizzato senza essere messo in questione e può essere attraversato con competenza e tuttavia rimanere indisponibile al giudizio.

È qui che si decide la differenza tra adattamento e cittadinanza. Non nella quantità di informazioni che possediamo, ma nella possibilità di interrogare le condizioni che le rendono accessibili, visibili e rilevanti.

La controeducazione non offre soluzioni, ma riapre la possibilità di interrompere questa trasformazione prima che diventi invisibile, perché nel momento in cui non siamo più in grado di distinguere tra uso e giudizio, tra accesso e legittimità, tra presenza e operatività, non è soltanto il digitale a cambiare, ma la forma stessa della cittadinanza. E forse, a quel punto, non si tratterà più di educare cittadini nel digitale, ma di comprendere quale tipo di soggetto il digitale stia producendo.

Alexandro Ladaga


Alexandro Ladaga (Roma 1973) è filosofo, artista e attivista, fondatore del gruppo internazionale Elastic Group of Artistic Research (https://it.wikipedia.org/wiki/Elastic_Group_of_Artistic_Research), che dal 1999 esplora il rapporto tra video, linguaggio, tecnologia e identità nell’era digitale. Laureato in filosofia presso la Pontificia Università Antonianum di Roma, è autore di saggi sull’arte pubblica, pensiero in rete e filosofia dell’informazione e delle nuove tecnologie. Pioniere della Public Video Art e della Videosofia, ha esposto a La Biennale di Venezia, La Quadriennale di Roma e alla Biennale Quadrilaterale di Rijeka, portando la sua ricerca in oltre 20 paesi, tra cui Stati Uniti, Cina, Giappone e Russia. Il suo lavoro indaga le trasformazioni del pensiero nell’era digitale, ponendo interrogativi sulla rivoluzione tecnologica e la sua influenza sull’identità umana. Dal 2025 insieme ad Alberto Contri conduce il podcast Il Codice Svelato (https://www.youtube.com/@IlCodiceSvelato). Suoi sono i neologismi Filosof-IA e pensiero e società floscia.

[i]Con “dipendenza attentiva” si intende una forma di dipendenza non legata ad una sostanza o a un comportamento specifico, ma alla dinamica continua di cattura e modulazione dell’attenzione da parte di ambienti digitali progettati per massimizzare il tempo di permanenza e l’iterazione. In tale prospettiva, l’attenzione non è più soltanto una facoltà del soggetto, ma diventa una risorsa economica e un oggetto di previsione algoritmica. Nel nostro caso la dipendenza attentiva si riferisce specificamente alla progressiva erosione della capacità di decidere a cosa prestare attenzione.

[ii]Con “cittadino formattato” mi riferisco al soggetto educato alla compatibilità piuttosto che al giudizio che esercita la propria azione entro cornici che non contribuisce a determinare.

[iii]Si vedano, a titolo esemplificativo, il framework europeo DigComp, le linee guida sull’educazione alla cittadinanza digitale e i programmi europei dedicati alla media literacy e al contrasto alla disinformazione. In Italia, la Legge 20 agosto 2019, n. 92, e al DM 22 giugno 2020, n. 35, con le relative Linee guida, collocano la cittadinanza digitale entro un quadro formativo che la definisce prevalentemente in termini di competenze, responsabilità e corretto uso delle tecnologie.

[iv]L’idea che l’educazione sia inscritta in rapporti di potere e nella formazione del soggetto è al centro delle analisi di Michel Foucault, in particolare in Sorvegliare e punire. Nascita della prigione (1975) e nei corsi al Collège de France, tra cui Sicurezza, territorio, popolazione (1977-78), così come nella riflessione di Pierre Bourdieu sulla riproduzione sociale attraverso l’istruzione, in particolare in La riproduzione (1970).

[v]L’idea di uno scarto tra capacità tecnica e capacità di comprensione e controllo umano è stata sviluppata da Günther Anders nel concetto di “dislivello prometeico”, in particolare in L’uomo è antiquato (1956), dove viene messa in luce la difficoltà dell’uomo contemporaneo nel governare le proprie stesse creazioni tecnologiche.

[vi]Il controllo e la monetizzazione dell’attenzione sono stati analizzati da Shoshana Zuboff nel contesto del cosiddetto “capitalismo della sorveglianza”, in particolare in Il capitalismo della sorveglianza (2019).

[vii]La cittadinanza come relazione tra soggetto e spazio pubblico è al centro della riflessione di Hannah Arendt, in particolare nel legame tra azione, pluralità e partecipazione, sviluppato in Vita activa. La condizione umana (1958).

[viii]Il concetto di spazio pubblico come luogo di formazione dell’opinione e di incidenza politica è stato sviluppato da Jürgen Habermas in Storia e critica dell’opinione pubblica (1962), in cui la sfera pubblica è intesa come spazio di discussione critica e formazione dell’opinione collettiva.

[ix]Per una lettura della modernità come produzione sistemica e gestione individualizzata del rischio, si veda Ulrich Beck, La società del rischio (1986).

[x]La distinzione tra legalità e legittimità attraversa l’intera tradizione del diritto e della cittadinanza moderna; nel contesto digitale essa torna decisiva quando policy, protocolli di moderazione e decisioni automatizzate vengono interiorizzati come se fossero neutri, inevitabili e indiscutibili.