Contributo ispiratore di Francesco Follo per la comunità #DiCultHer
Con grande gioia accogliamo su *Culture Digitali* un nuovo contributo del professor Francesco Follo, che ha già onorato il nostro percorso con una riflessione lucida e profonda sul tema “Educare nell’era della tecnica”, destinata al volume “Coltivare, Educare, Umanizzare”.
In questo nuovo testo, che abbiamo scelto di pubblicare nella sezione *Contributi ispiratori*, Follo ci invita a guardare oltre l’orizzonte immediato dell’innovazione tecnologica, per recuperare una visione dell’umano fondata su tre concetti cardine: verità, cultura e polis.
Tre parole che si fanno bussola per ritrovare il senso dell’educare e del condividere nell’epoca del digitale, dell’intelligenza artificiale e dell’accelerazione.
In un tempo in cui domina il rischio di una conoscenza senza coscienza, queste pagine ci ricordano che educare significa custodire la libertà, coltivare la relazione, orientare verso il bene comune. E che ogni trasformazione digitale, per essere autenticamente umana, deve interrogarsi sulla verità dell’uomo, sulla cultura come legame e sulla città come spazio di giustizia.
Il contributo di Follo — impregnato di spiritualità laica, rigore filosofico e profonda umanità — rappresenta per DiCultHer un riferimento alto, capace di accompagnare le nostre scelte con uno sguardo lungo, in grado di tenere insieme tecnica e anima, futuro e memoria, intelligenza artificiale e intelligenza del cuore.
Carmine Marinucci
SPUNTI DI RIFLESSIONE E AZIONE PER UNA EDUCAZIONE DIGITALE
per DICULTHER
di Francesco Follo, membro del Comitato Scientifico #DiCultHer
Sperando di dare spunti di riflessione utili al prezioso lavoro di DiCultHer, propongo spunti di riflessione sui principi fondamentali che, a mio parere, sostengono tutto il progetto di questa Associazione Internazionale.
Se ne possono individuare tre: la verità, la cultura e la “città”, intesa nel senso di “polis” cioè, famiglia, città, stato. Una simile riflessione può essere utile per tutte le iniziative di cui DiCultHer è, dalla sua fondazione, promotrice o parte attiva.
Quale relazione hanno fra di loro queste tre dimensioni, ossia la verità, la cultura e la “città”? La cultura serve da termine intermedio, da legame fra la verità e la “città”. Da un lato essa permette agli uomini di vivere insieme e cementa questo stesso “vivere insieme”. In effetti, non c’è comunità umana senza cultura, né cultura senza comunità umana, ossia senza “città”. D’altro canto, le culture meriterebbero solo l’attenzione degli etnologi se non fossero portatrici di quelli che vengono chiamati “valori” o, per meglio dire, verità. Si tratta di fatto di verità sull’uomo, sull’insieme degli uomini, e dunque sulla “città”.
Può l’uomo vivere umanamente se gli è impossibile dire la verità? La filosofia recente è stata talvolta minimalista su questo tema, affermando che il concetto di consenso potesse sostituire quello di verità o gli fosse equivalente. Un certo pragmatismo sosteneva che l’opinione vera fosse quella che avrebbe prevalso, o che fosse semplicemente quella che poteva essere integrata in un sistema riconosciuto come valido. Anche se possiamo osservare che il discorso è cambiato e che stanno tornando concezioni più ambiziose della verità, noi stessi dobbiamo aspettarci di più. Dobbiamo affermare che non c’è libertà e giustizia che valgano qualcosa se non si fondano sulla verità nelle relazioni reciproche tra gli uomini, attraverso la fiducia reciproca. Siamo capaci di cercare e conoscere la verità, e questa capacità fa parte di ciò che è più umano in noi, perché coinvolge la nostra ragione e la nostra volontà, e ci rende capaci di vivere secondo ciò che la nostra coscienza ci insegna.
La complessità e la gravità dell’attuale situazione socio-economica e la sfida lanciata dal mondo digitale. da una parte, ci preoccupa, ma, d’altra parte dobbiamo assumere con realismo, fiducia e speranza le nuove responsabilità a cui ci chiama lo scenario di un mondo che ha bisogno di un profondo rinnovamento culturale e della riscoperta di valori di fondo su cui costruire un futuro migliore e non cadere nell’utopia o, peggio, nella distopia.
È importante prendere coscienza del fatto che l’economia è al servizio dell’uomo. L’uomo è un cittadino e la “città” è il luogo in cui gli uomini discutono della verità, il luogo in cui a volte la trovano, il luogo in cui spesso viene insegnata loro. Per favorire questo dibattito è necessaria la stabilità economica, ma la cultura – quella che i greci chiamavano paideia, dunque l’accesso dell’uomo alla sua piena umanità – non è un lusso riservato solo alle economie prospere. L’economia e il digitale devono servire l’uomo e la cultura. E uno dei nobili obiettivi della “nostra” (scusate se mi riconosco in essa) associazione è di proclamare e di promuovere ciò.
La cultura si trova dunque là dove gli uomini si preoccupano della verità e la cercano. È possibile ricordarne due forme. La prima sembra evidente: è quella dell’insegnamento, o dell’educazione, che la “città” deve prodigare a quanti la costituiscono. La “città” non può riposare su approssimazioni o su errori collettivi. Se vuole essere educatrice, deve necessariamente trattare i cittadini come uomini, come persone ragionevoli e rispettabili. La seconda forma che deve suscitare l’interesse della “città” per la verità è l’apertura della mente, che è una forma dell’umiltà poiché accetta, attraverso la sua disponibilità, la ricchezza dell’altro e delle altre culture.
Ci siamo fin dall’inizio si è interessati in maniera particolare allo sviluppo delle scienze nell’era digitale. Ora, secondo me, si tratta di fare in modo che tra “scienza-tecnologia” e “umanità” non ci sia più un fossato, ma indubbiamente esso c’è stato e non è ancora stato superato. Noi parliamo correntemente e troppo spesso della cultura in generale e della cultura scientifica in particolare come di due realtà separate o indifferenti l’una all’altra, anzi persino opposte. Converrebbe dunque colmare poco a poco questo fossato.
La “città” è una realtà naturale e spetta a essa emanare culture. Queste ultime tuttavia meritano di essere chiamate così solo quando accettano di essere ispirate dal rispetto dell’uomo e fondate su di esso.
Cos’è l’uomo? È una domanda vasta e complessa con la quale ogni cultura veramente umana deve confrontarsi e alla quale deve rispondere. La risposta a tale domanda sarà degna di nota solo se supererà le barriere culturali senza ignorarle. La risposta vera non può che trovarsi nell’uomo, nella sua verità. Questa verità, sempre da riscoprire, è una realtà possibile.
Per esempio, noi siamo esseri umani poiché abbiamo avuto il diritto di nascere. Questa realtà genera di per sé altri diritti. Evitiamo dunque di parlare di questi diritti senza avere coscienza e senza fare riferimento al fatto che sono radicati nel profondo rispetto per l’uomo totale, dal suo concepimento fino alla sua morte naturali. Una cultura non si può dire nobile se non in funzione della sua attitudine a cogliere l’uomo nella sua verità e a riconoscergli i diritti legati alla verità del suo essere. Senza dimenticare che l’essere umano va sempre al di là di quello che di lui si vede o si percepisce attraverso l’esperienza. Trascurare l’interrogativo sull’essere dell’uomo porta inevitabilmente a rifiutare di ricercare la verità obiettiva sull’essere nella sua integrità e, in tal modo, a non essere più capaci di riconoscere il fondamento sul quale riposa la dignità dell’uomo, di ogni uomo..
Cerchiamo dunque di non rinchiudere ogni cultura in se stessa, come se avessimo a che fare con un’entità autonoma e autosufficiente. Se la DiCultHer ha un senso, è proprio quello di mostrare non solo che gli uomini istruiti possono conversare insieme – cosa che noi sicuramente facciamo intendiamo fare sempre di più -, ma anche e soprattutto di far comprendere che una cultura vive sempre in interazione con altre culture, e che “la” cultura è un evento più che un fatto stabilito e acquisito.
Siamo consapevoli che le grandi culture non solo hanno un valore universale, ma che dialogano anche fra loro nei diversi ambiti in cui s’incontrano e si completano. Le culture si ravvivano, poco a poco, quando accettano una interpenetrazione reciproca basata sul rispetto l’una dell’altra, e soprattutto sul rispetto dell’uomo che è padrone e soggetto della cultura. Andando oltre, è possibile dire che l’inter-culturalità esiste già, ma ha anche un dovere da realizzare maggiormente. L’interculturalità è autentica solo se permette al futuro di essere fedele al passato, in ciò che esso ha di meglio, per cercare di costruire un futuro positivo per l’uomo e per la “città”.
Penso che DiCultHer possa, forse, puntare maggiormente sul suo ruolo di “gruppo pensante” all’interno della società italiana, europea e mondiale,te e rafforzare così i mezzi e gli strumenti che ha per essere un vero “laboratorio d’idee”, aperto al contributo di tutti. In tal senso, è necessario riconoscere, anzi persino riscoprire, l’utilità e la necessità della riflessione filosofica, purtroppo considerata troppo spesso come la più inutile delle discipline poiché è la più libera dagli interessi particolari e di parte. È invece una disciplina utile e indispensabile perché è particolarmente al servizio dell’uomo, e dunque del bene dell’umanità intera, della “città”.Promuovendo tutto ciò che contribuisce ad accrescere la dignità dell’uomo, della sua mente e della sua intelligenza, DiCulHer sarà fedele alla sua vocazione e alla sua missione.
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Ecco poi altre riflessioni che, penso, possano essere utili a partire a
(14 gennaio 2025)
dei Dicasteri per la Dottrina della Fede e per la Cultura e l’Educazione sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana.
Si tratta di un documento molto importante e utile per proseguire il dialogo tra la Chiesa e il mondo scientifico attuale.
Mi permetto di offrire alcune rapide riflessioni su un testo che merita di essere studiato attentamente perché fornisce solide basi
- sull’utilità degli strumenti digitali,
- su un’antropologia integrale che permetta uno sviluppo reale,
- su un’etica che non sia solo procedurale, e
- sull’importanza dell’educazione, che non può essere affidata ai computer “intelligenti”. L’educazione, infatti, non può essere ridotta all’apprendimento e/o istruzione. Si tratta di un’introduzione alla vita integrale, alla realtà totale attraverso una comunità pensante formata da insegnanti e studenti, senza dimenticare – ovviamente – la famiglia.
Abbagliati dalle scoperte sul funzionamento del cervello, alcuni ricercatori si sono limitati a prendere in considerazione la realtà unicamente dal punto di vista fenomenico. Dovremmo piuttosto riflettere con le scienze umane, la filosofia e la teologia quali tratti specifici hanno portato al “salto” decisivo dall’animale all’uomo e con le scienze “esatte” e la tecnologia sulla differenza tra l’intelligenza umana e quella artificiale.
Per un’antropologia integrale che fornisca una base adeguata alla riflessione su questo tema, non possiamo dimenticare l’anima. Infatti la nota Antiqua et Nova ne parla in modo chiaro e approfondito.
Perché rinunciare alla tua anima? Questo era il titolo di un popolare opuscolo pubblicato qualche anno fa. Ma questa domanda non ha trovato un’ampia accoglienza nell’attuale contesto culturale, che preferisce parlare di menteo – secondo me riduttivamente – di cervello. Fortunatamente, vari filosofi e teologi continuano a discutere dell’anima e, talvolta, si sforzano di rendere le loro riflessioni accessibili a un pubblico più vasto.
Rispetto al passato si parla meno dell’anima, tanto che pure alcuni cattolici praticanti forse hanno delle difficoltà a darne una definizione. Possiamo darla? Dare una definizione dell’anima non è cosa facile. Potremmo dire che è il principio spirituale che costituisce la persona umana, ma bisognerebbe ancora specificare di quale principio stiamo parlando. Mi sembra che l’anima potrebbe essere descritta come l’elemento distintivo dell’essere umano, quello che stabilisce e permette la relazione (ciò implica la coscienza, la capacità di decidere, di sorprendersi, di amare, di unificare…) con gli altri esseri umani, con Dio e con il mondo.
Dire elemento distintivo significa richiamare la differenza che l’uomo ha rispetto agli altri animali. Il concetto di anima ha perso terreno rispetto a quello di mente e poi di cervello. Perché? La ragione sembra essere duplice: in primo luogo, l’entusiasmo che accompagna le scoperte sul funzionamento del cervello (senza il quale gli atti dell’anima umana nello stato attuale non potrebbero verificarsi); poi, il confronto di questa operazione con quella di una macchina (il computer). Sullo sfondo si tende a considerare la realtà in generale nella sua fenomenicità, senza ricercare il fondamento ultimo del fenomeno.
Sotto la spinta del naturalismo scientifico, anche nella teologia contemporanea è nato un dibattito sull’anima e sul suo destino, un dibattito che va oltre la tradizione consolidata. È inevitabile che ciò accada. La filosofia e la teologia si lasciano stimolare dalle diverse forme di conoscenza che, quando riguardano la persona umana, toccano questioni radicali, quelle a cui la teologia cerca di rispondere rileggendo il libro della rivelazione di Dio. La teologia non può ignorare questo libro, perché contiene la parola di Dio sulla realtà, specialmente sugli esseri umani. Non si può dimenticare il riferimento alla tradizione: se la teologia si lasciasse guidare unicamente dalle scoperte scientifiche, sarebbe alla mercé di queste ultime, che, per definizione, sono sempre soggette a revisione. Volendo riassumere brevemente i termini del dibattito attuale, possiamo affermare che i problemi che la teologia si trova ad affrontare oggi sono fondamentalmente due: quello dell’origine dell’anima e quello del suo destino nella morte.
La prima è legata alla teoria dell’evoluzione, che porta a ripensare l’apparizione dell’essere umano e, di conseguenza, il salto tra il mondo animale e quello umano.
La seconda parte sulla constatazione è che un cadavere non pensa, non ama, non decide… E, di conseguenza, non può essere identificato all’essere umano. Sulla base di una concezione unitaria, dovremmo concludere che l’intera persona umana muore o che muore solo il corpo? Se il primo problema è relativamente facile da risolvere, il secondo è un po’ più complesso e su questo punto la filosofia e la teologia hanno fatto tentativi non del tutto condivisi. Ma la teologia è una forma di conoscenza in progress.
Molti sostengono che dovremmo ritornare al concetto biblico di nefesh, ponendo maggiormente l’accento sull’idea della resurrezione dell’uomo intero piuttosto che sull’immortalità dell’anima. Alla domanda «È questa una posizione corretta?», si potrebbe rispondere che il concetto biblico di nefesh è più complicato di quanto si possa pensare: esso designa, attraverso una serie di verbi associati a questo termine, la persona umana nel suo sforzo verso la vita. Il riferimento alla inclinazione, al desiderio, permette di vedere che cosa la tradizione teologica ha voluto dire con il termine “anima”, cioè la destinazione dell’essere umano verso una vita in pienezza. San Tommaso d’Aquino direbbe che il desiderio nativo, originario non può essere frustrato, quindi la morte non può essere l’ultima parola sull’esistenza. In questo senso, l’anima può essere intesa come l’elemento che, “posto” da Dio nell’uomo, garantisce, dal punto di vista della struttura umana, la continuità tra la vita presente e la vita futura, questa in pienezza.
Le acquisizioni delle neuroscienze, che sembrano ridurre l’uomo al cervello, minano in un certo senso il concetto stesso di mente. Come può l’antropologia cristiana attrezzarsi per affrontare queste sfide? Che hanno da dire della filosofia e della teologia? La nota appena pubblicata mostra che l’antropologia cristiana dialoga con tutte le forme di conoscenza, ma nello stesso tempo ne dichiara i limiti quando queste pretendono di essere esaustive. Ridurre l’uomo al cervello non ci aiuta a capire perché a volte il cervello reagisce in un modo e a volte in un altro. La filosofia e la teologia hanno la “pretesa” di difendere l’originalità dell’essere umano, richiamandone l’origine e la destinazione singolari, che stabiliscono la capacità di relazione con il Principio e il Compimento dell’esistenza umana, mediante il concetto di anima.
Francesco Follo
