{"id":7879,"date":"2025-09-25T19:25:32","date_gmt":"2025-09-25T17:25:32","guid":{"rendered":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/?page_id=7879"},"modified":"2025-09-25T19:37:15","modified_gmt":"2025-09-25T17:37:15","slug":"intervista-mattia-gottardo-gucci-women-fashions-shoes-designer","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/intervista-mattia-gottardo-gucci-women-fashions-shoes-designer\/","title":{"rendered":"Intervista\u00a0 Mattia Gottardo Gucci Women Fashion\u2019s Shoes Designer"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A cura di <strong>Daniela Calanca<\/strong><em> Alma Mater Studiorum Universit\u00e0 di Bologna<\/em><\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">D. Negli ultimi anni sembra che la moda abbia perso il suo centro per diventare un mosaico di riferimenti, generi e codici mescolati. \u00c8 una libert\u00e0 creativa o un segno di mancanza di direzione?<\/h2>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio\"><div class=\"wp-block-embed__wrapper\">\n<iframe loading=\"lazy\"  id=\"_ytid_22846\"  width=\"1260\" height=\"709\"  data-origwidth=\"1260\" data-origheight=\"709\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/zh4iXcsZjrc?enablejsapi=1&#038;autoplay=0&#038;cc_load_policy=0&#038;cc_lang_pref=&#038;iv_load_policy=1&#038;loop=0&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;playsinline=0&#038;autohide=2&#038;theme=dark&#038;color=red&#038;controls=1&#038;disablekb=0&#038;\" class=\"__youtube_prefs__  epyt-is-override  no-lazyload\" title=\"YouTube player\"  allow=\"fullscreen; accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share\" referrerpolicy=\"strict-origin-when-cross-origin\" allowfullscreen data-no-lazy=\"1\" data-skipgform_ajax_framebjll=\"\"><\/iframe>\n<\/div><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">R. Oggi la moda assomiglia a un grande mosaico, in cui tessere di epoche, culture e codici estetici diversi si incastrano senza uno schema prestabilito. \u00c8 una condizione affascinante perch\u00e9 permette di vedere, nello stesso outfit, la leggerezza di un kimono accostata alla solidit\u00e0 visiva di una sneaker sportiva; oppure un broccato del Settecento riletto come giacca decostruita o streetwear. Questa libert\u00e0 di combinazione ha infranto confini che un tempo erano netti e invalicabili, permettendo alle identit\u00e0 di esprimersi in maniera pi\u00f9 fluida e personale. Tuttavia, proprio questa molteplicit\u00e0, se non guidata da una visione coerente, rischia di trasformarsi in dispersione, in una costellazione di segni che non costruiscono un racconto unitario. Quando arrivai in Gucci nel 2015, con Alessandro Michele, la direzione era chiara, riconoscibile: ogni collezione si inscriveva in una narrazione precisa, con riferimenti forti e un linguaggio visivo compatto. Oggi, pur trovandomi davanti a collezioni bellissime e ricche di idee, talvolta avverto la difficolt\u00e0 di collocarle in un arco narrativo chiaro. Come suggeriva Calvino, \u201cprendere tutto e metterlo insieme\u201d non \u00e8 sufficiente: occorre un filo che dia senso e profondit\u00e0 a ogni frammento.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"760\" height=\"765\" src=\"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-7880\" srcset=\"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image.png 760w, https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image-298x300.png 298w, https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image-150x150.png 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 760px) 100vw, 760px\" \/><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"has-text-align-center wp-block-paragraph\"><strong><em>Gucci Adv Pre fall 2017 shot by Glen Luchford<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">D.&nbsp;&nbsp;&nbsp; Lavori in una maison che ha saputo costruire un immaginario fortissimo. Ma quando la narrazione diventa pi\u00f9 importante dell\u2019abito, non c\u2019\u00e8 il rischio che la moda smetta di parlare di moda?<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">R. La narrazione \u00e8 ci\u00f2 che trasforma un abito in un simbolo, capace di andare oltre la sua funzione pratica e di imprimersi nella memoria collettiva. Il tailleur-pantalone di Yves Saint Laurent negli anni \u201970, ad esempio, non era semplicemente un completo elegante: liberava la sessualit\u00e0 della donna, ridefinendo il concetto stesso di potere e seduzione, e inscrivendosi cos\u00ec in una storia culturale pi\u00f9 ampia. Con Michele, ogni capo era intessuto di storie: un ricamo che evocava il Rinascimento, una seta che rimandava ai languori del Simbolismo ottocentesco, un bottone che custodiva l\u2019anima di un oggetto trovato in un mercatino parigino. Oggi, invece, capita di vedere narrazioni costruite pi\u00f9 per rispondere alla rapidit\u00e0 di consumo dei social che per durare nel tempo. Questo genera messaggi affascinanti nell\u2019immediato, ma destinati a svanire insieme allo scroll successivo. La moda, quando \u00e8 autentica, non si limita a coprire o adornare il corpo: parla, racconta, trasmette cultura. E affinch\u00e9 questa voce sia credibile, la narrazione deve essere incorporata nella materia stessa del capo, nelle sue linee, nei suoi dettagli, cos\u00ec che il messaggio non si esaurisca fuori dalla passerella.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"663\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image-1-663x1024.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-7881\" srcset=\"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image-1-663x1024.png 663w, https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image-1-194x300.png 194w, https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image-1.png 726w\" sizes=\"auto, (max-width: 663px) 100vw, 663px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em><strong>Yves Saint Laurent &#8220;Le Smoking&#8221;, 1975 shot by Helmut Newton<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">D.&nbsp;&nbsp;&nbsp; Lavorare su un patrimonio estetico cos\u00ec forte pu\u00f2 essere un privilegio, ma anche una gabbia dorata. In quali momenti hai sentito il peso di quell\u2019eredit\u00e0?<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">R. Ho percepito in modo tangibile il peso dell\u2019eredit\u00e0 nei momenti di transizione creativa. Quando un direttore creativo lascia, la maison rimane come una casa che trattiene ancora il suo profumo: l\u2019atmosfera \u00e8 satura di memorie, ma c\u2019\u00e8 un bisogno urgente di aprire le finestre. Ricordo la mia prima collezione dopo Michele: fu come togliere la cornice a uno specchio e chiedersi se avrebbe retto da solo, senza l\u2019appoggio di quella struttura narrativa che fino a poco prima aveva dato senso a ogni elemento. Lavorare su un patrimonio estetico cos\u00ec potente \u00e8 un privilegio straordinario, perch\u00e9 ti fornisce codici, simboli e un lessico riconosciuto in tutto il mondo. Ma pu\u00f2 anche essere una gabbia dorata: il rischio \u00e8 rimanere prigionieri di ci\u00f2 che ha gi\u00e0 funzionato. La vera sfida \u00e8 intervenire su quei codici, smontarli e rimontarli, contaminandoli con elementi inediti senza distruggerne l\u2019essenza. Perch\u00e9, se l\u2019eredit\u00e0 non si evolve, rischia di diventare un reperto museale: prezioso, ma irrimediabilmente statico.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full is-resized\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"560\" height=\"700\" src=\"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image-2.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-7882\" style=\"width:598px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image-2.png 560w, https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image-2-240x300.png 240w\" sizes=\"auto, (max-width: 560px) 100vw, 560px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong><em>Gucci Ancora Adv S\/S 2024 shot by David Sims<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">D.&nbsp;&nbsp;&nbsp; La moda oggi ama definirsi \u201cimpegnata\u201d su temi sociali e politici. Ma quanto di questo impegno ti \u00e8 sembrato autentico e quanto, invece, strategia di marketing?<\/h2>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\"><strong>R. Nel corso degli anni ho visto campagne e scelte progettuali che nascevano da un impegno autentico, e altre che si limitavano a cavalcare un trend. In Gucci, durante la direzione di Michele, il genderless non era un tema stagionale o una mossa strategica: era un principio costitutivo che permeava ogni aspetto, dai casting alla costruzione delle collezioni, fino alla comunicazione e al merchandising. Altrove, ho assistito a dichiarazioni di sostenibilit\u00e0 o inclusione che restavano slogan, non radicandosi nei processi produttivi o nelle logiche aziendali. La differenza \u00e8 evidente: quando l\u2019impegno \u00e8 reale, plasma non solo il messaggio esterno, ma il funzionamento interno del brand. Non si tratta di inserire un tema in una campagna pubblicitaria, ma di fare in modo che quell\u2019idea modelli le decisioni creative, la scelta dei materiali, le modalit\u00e0 di distribuzione. Se manca questa coerenza, il messaggio non diventa cultura, ma semplice decorazione.<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"840\" height=\"536\" src=\"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image-4.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-7884\" srcset=\"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image-4.png 840w, https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image-4-300x191.png 300w, https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image-4-768x490.png 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 840px) 100vw, 840px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong><em>Make up Adv S\/S 2019 shot by Martin Parr<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">D.&nbsp;&nbsp;&nbsp; I social hanno reso tutto immediato e globale. Ma questa fame di novit\u00e0 ha arricchito o impoverito la moda?<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">R. I social media hanno alterato in maniera radicale la percezione e la durata del tempo nella moda. Se un tempo una sfilata era un evento che viveva nei mesi successivi attraverso riviste, servizi fotografici e passaparola, oggi la sua esistenza pubblica pu\u00f2 ridursi a poche ore. Lo scroll infinito porta lo spettatore a passare da un\u2019immagine all\u2019altra con la stessa rapidit\u00e0 con cui cambia argomento, e questo flusso costante rischia di annullare la possibilit\u00e0 di sedimentare un\u2019emozione o un ricordo visivo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Negli anni \u201990, un\u2019immagine scattata da Peter Lindbergh poteva restare impressa nella memoria collettiva per mesi, diventando un punto di riferimento estetico e culturale. Oggi, invece, anche lo scatto pi\u00f9 potente rischia di essere \u201cconsumato\u201d e dimenticato quasi subito. Certo, la velocit\u00e0 imposta dai social pu\u00f2 avere anche effetti positivi: costringe designer e brand a mantenere un ritmo creativo alto, a dialogare in tempo reale con il pubblico e a reagire rapidamente ai cambiamenti culturali. Ma il rischio \u00e8 quello di sacrificare la profondit\u00e0 sull\u2019altare dell\u2019immediatezza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La moda, per restare significativa, ha bisogno di radici e le radici si sviluppano nel tempo. Senza il tempo della contemplazione, della ripetizione e della memoria, il linguaggio visivo rischia di diventare solo rumore di fondo. La vera sfida, oggi, \u00e8 trovare il modo di coniugare la rapidit\u00e0 del presente con la capacit\u00e0 di costruire narrazioni che durino.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"398\" height=\"500\" src=\"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image-3.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-7883\" style=\"width:547px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image-3.png 398w, https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image-3-239x300.png 239w\" sizes=\"auto, (max-width: 398px) 100vw, 398px\" \/><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"has-text-align-center wp-block-paragraph\"><strong><em>Naomi Campbell, Linda Evangelista, Tatiana Patitz, Christy Turlington, Cindy Crawford, New York<\/em>, 1990 shot by Peter Lindbergh<\/strong><\/p>\n\n\n\n<ul class=\"wp-block-list\">\n<li><strong>Se dovessi individuare un solo momento o un solo cambiamento che ha segnato la moda di lusso negli ultimi dieci anni, quale sarebbe?<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">R. Il momento che considero pi\u00f9 dirompente per il lusso negli ultimi dieci anni \u00e8 stato il 2015, con l\u2019arrivo di Alessandro Michele in Gucci e la trasformazione della maison in un laboratorio di identit\u00e0 fluide e citazioni colte. Il debutto a Milano fu un manifesto di intenzioni: una camicia con fiocco di seta, occhiali oversize anni \u201970, pantaloni maschili portati con sandali gioiello. Un insieme di elementi apparentemente lontani che, uniti, creavano un linguaggio visivo nuovo, al tempo stesso familiare e sorprendente. Quello fu un momento in cui la moda non si limit\u00f2 a presentare un\u2019estetica, ma cambi\u00f2 il vocabolario con cui le persone descrivevano se stesse. Come direbbe Barthes, \u201cl\u2019abito \u00e8 un testo\u201d: e Gucci, in quel preciso istante, riscrisse il proprio codice narrativo.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"942\" height=\"602\" src=\"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image-5.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-7885\" srcset=\"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image-5.png 942w, https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image-5-300x192.png 300w, https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image-5-768x491.png 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 942px) 100vw, 942px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong><em>Gucci Adv S\/S 2016 shot by Glen Luchford<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"874\" height=\"559\" src=\"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image-6.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-7886\" srcset=\"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image-6.png 874w, https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image-6-300x192.png 300w, https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2025\/09\/image-6-768x491.png 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 874px) 100vw, 874px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Gucci Adv S\/S 2016 shot by Glen Luchford<\/em><\/p>\n\n\n\n<ul class=\"wp-block-list\">\n<li><strong>Guardando avanti: credi ancora nella moda come linguaggio di rottura e visione, o pensi che il futuro sar\u00e0 scritto pi\u00f9 dai business plan che dagli stilisti?<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">&nbsp;<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">R. Il futuro della moda sar\u00e0 segnato da un dialogo costante e, a volte uno scontro, tra creativit\u00e0 e numeri. Il pericolo \u00e8 che il business plan diventi il direttore creativo invisibile, orientando le scelte estetiche in base a metriche di vendita pi\u00f9 che a una visione. Tuttavia, la moda ha dimostrato pi\u00f9 volte di saper trovare spiragli di libert\u00e0 anche nei contesti pi\u00f9 rigidi. La sfida sar\u00e0 individuare figure professionali capaci di far convivere strategia e intuizione, estetica e sostenibilit\u00e0 economica, senza che una prevalga sull\u2019altra. Chi riuscir\u00e0 a trovare questo equilibrio potr\u00e0 ancora creare collezioni che incidano nella memoria collettiva e definiscano un\u2019epoca. Perch\u00e9 un\u2019idea, per sopravvivere, ha bisogno di spazio per crescere, ma anche della forza necessaria per resistere alle regole del gioco.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A cura di Daniela Calanca Alma Mater Studiorum Universit\u00e0 di Bologna D. Negli ultimi anni sembra che la moda abbia perso il suo centro per diventare un mosaico di riferimenti, generi e codici mescolati. \u00c8 una libert\u00e0 creativa o un segno di mancanza di direzione? R. Oggi la moda assomiglia a un grande mosaico, in cui tessere di epoche, culture e codici estetici diversi si incastrano senza uno schema prestabilito. \u00c8 una condizione affascinante perch\u00e9 permette di vedere, nello stesso outfit, la leggerezza di un kimono accostata alla solidit\u00e0 visiva di una sneaker sportiva; oppure un broccato del Settecento riletto come giacca decostruita o streetwear.<a class=\"more-link\" href=\"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/intervista-mattia-gottardo-gucci-women-fashions-shoes-designer\/\">Leggi altro &rarr;<\/a><\/p>\n","protected":false},"author":8,"featured_media":0,"parent":0,"menu_order":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":{"_acf_changed":false,"footnotes":""},"class_list":["entry","author-c-marinucci","post-7879","page","type-page","status-publish"],"acf":[],"jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/7879","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/users\/8"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=7879"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/7879\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":7888,"href":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/7879\/revisions\/7888"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=7879"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}