{"id":9230,"date":"2026-08-16T18:23:04","date_gmt":"2026-08-16T16:23:04","guid":{"rendered":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/?page_id=9230"},"modified":"2026-08-18T10:28:58","modified_gmt":"2026-08-18T08:28:58","slug":"lintelligenza-artificiale-e-il-resto-del-corpo","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/lintelligenza-artificiale-e-il-resto-del-corpo\/","title":{"rendered":"L&#8217;intelligenza artificiale e il resto del corpo"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Di Adamo Mastrangelo<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong><a href=\"https:\/\/notebook.google.com\/notebook\/52f336bd-8428-449f-a471-30add42a95f8\/artifact\/2e33d5e9-2756-4658-abfb-544c71367fab?utm_source=nlm_web_share&amp;utm_medium=google_oo&amp;utm_campaign=art_share_1&amp;utm_content=&amp;utm_smc=nlm_web_share_google_oo_art_share_1_\">VIDEO DI PRESENTAZIONE<\/a><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Introduzione editoriale<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quello che il corpo ha gi\u00e0 capito<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In questo numero si discute molto di che cosa succede al pensiero quando una macchina risponde al posto nostro. Questo contributo sposta l&#8217;oggetto: chiede che cosa succede al resto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Adamo Mastrangelo \u00e8 docente, formatore e conduttore di bioenergetica. I suoi studi hanno attraversato Biologia, Psicologia Clinica e Sociologia a Milano. Il suo articolo parte da una frase del suo professore di fisiologia: &#8220;<em>ci hanno abituati a considerare il cervello come qualcosa di altro rispetto al corpo e che non \u00e8 affatto cos\u00ec<\/em>&#8220;. Pensieri, sensazioni ed emozioni sono meccanismi che accadono in un corpo e influenzano l\u2019intera attivit\u00e0 biologica di quel corpo. Ha coniato il termine &#8220;sistema-corpo&#8221; che integra anche il cervello, proprio con i pensieri, le sensazioni e le emozioni.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Da l\u00ec tre domande, e solo la prima \u00e8 quella che il dibattito si pone di solito.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La prima riguarda il sistema cognitivo, e l&#8217;articolo la affronta con un dato preciso. In un esperimento condotto su quasi mille studenti, un gruppo ha studiato matematica con un assistente basato su GPT-4 nell&#8217;interfaccia standard, un altro con una versione modificata che non forniva mai la risposta finita ma accompagnava il ragionamento, un terzo senza alcuno strumento. Alla verifica finale, sostenuta da tutti senza computer, il gruppo che aveva usato l&#8217;interfaccia standard ha ottenuto risultati peggiori di chi non aveva avuto nulla: un calo del diciassette per cento.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il dato solleva la domanda giusta: l&#8217;intelligenza artificiale riduce le capacit\u00e0 cognitive, o \u00e8 semplicemente l&#8217;attenzione che il cervello avrebbe impiegato a essere stata delegata alla macchina?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La seconda domanda \u00e8 quella che quasi nessuno fa. Se la plasticit\u00e0 cerebrale modifica fisicamente il cervello in risposta all&#8217;esperienza, e se il cervello \u00e8 parte del corpo, allora la delega non resta un fatto mentale. L&#8217;articolo lo mostra con studi che stupiscono: i tassisti londinesi con l&#8217;ippocampo posteriore pi\u00f9 sviluppato \u2014 e poi, con l&#8217;arrivo dei navigatori satellitari, gli automobilisti che ne fanno maggiore uso e mostrano una memoria spaziale peggiore quando devono orientarsi senza dispositivo, con un declino pi\u00f9 marcato a distanza di tre anni. Quattro minuti di video mostrati ad alcuni atleti che cambiano i livelli salivari di testosterone e cortisolo abbastanza da modificare visibilmente la prestazione fisica. E una pupilla che si dilata meno in videoconferenza che di persona; nove collegamenti inter-cerebrali fra madre e figlio nell&#8217;interazione dal vivo, contro uno solo in videochiamata.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Come scrive l&#8217;autore, a capire che qualcosa dell&#8217;altro smette di arrivarci \u00e8, prima ancora della nostra percezione, il corpo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La terza domanda riguarda le relazioni, e qui l&#8217;articolo compie il passaggio pi\u00f9 bello, appoggiandosi a un&#8217;osservazione di Richard Sennett. In un panificio automatizzato gli operai non toccano pi\u00f9 l&#8217;impasto: lavorano su schermi con icone che rappresentano temperatura, tempo di cottura, colore del pane dedotto dai dati. Possono correggere il processo toccando lo schermo, ma non sanno pi\u00f9 fare il pane a mano quando il sistema si guasta \u2014 e, cosa pi\u00f9 grave, non provano nemmeno a risolvere insieme il problema: aspettano il tecnico. Due competenze perse in un colpo solo: quella tecnica e quella relazionale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Da qui la constatazione che d\u00e0 all&#8217;articolo il suo peso. Se milioni di persone stanno delegando nello stesso momento la fatica di pensare e la fatica di stare insieme, forse stiamo assistendo a una societ\u00e0 che si abitua a fare a meno di ci\u00f2 che l&#8217;ha tenuta in vita: la relazione, la fiducia, la collaborazione, la cura. E i dati citati non consolano \u2014 negli Stati Uniti la quota di tempo libero trascorsa in solitudine \u00e8 salita dal 43,5% del 2003 al 49,7% del 2022; in Finlandia il tempo quotidiano passato senza nessuno nella stessa stanza \u00e8 cresciuto di 124 minuti fra il 1987 e il 2010.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ne discende una definizione della cura che vale la pena riportare per esteso, perch\u00e9 \u00e8 il punto pi\u00f9 alto del contributo. La cura, prima di essere un principio da enunciare, \u00e8 un fatto fisiologico che accade fra due corpi presenti: \u00e8 un battito che rallenta perch\u00e9 qualcuno si \u00e8 seduto accanto; \u00e8 una tensione nelle spalle che si scioglie perch\u00e9 un altro essere umano poggia fisicamente una mano; \u00e8 l&#8217;abbraccio che invita a lasciarsi andare nel pianto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E infine la proposta, che \u00e8 concreta e non costa nulla.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ai ragazzi insegniamo a scrivere un prompt, a riconoscere un bias, a verificare una fonte. Tutto giusto e utile. Ma quanto tempo dedichiamo a insegnare loro ad accorgersi che il respiro si \u00e8 chiuso, che le spalle sono salite, che il corpo ha gi\u00e0 risposto a qualcosa mentre la testa era altrove? Cinque minuti di respiro condiviso prima di aprire lo schermo \u2014 non come rituale compensativo, ma come parte esatta di quell&#8217;alfabetizzazione critica che diciamo di voler costruire.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Chi legge questo numero per intero trover\u00e0, poco pi\u00f9 avanti, un contributo di Laura Moschini sulle mani e sullo sviluppo cerebrale. Due autori che non si sono letti a vicenda e che arrivano alla stessa constatazione: che l&#8217;intelligenza non \u00e8 un&#8217;attivit\u00e0 che si svolge sopra il collo, e che dimenticarlo ha conseguenze che non riguardano solo i risultati scolastici.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Resta la formula con cui l&#8217;articolo si chiude, e che descrive meglio di molte analisi il tempo in cui siamo: un ambiente sociale in cui la relazione costa sempre di pi\u00f9, e la sua imitazione costa sempre meno. La sfida, scrive l&#8217;autore, non sar\u00e0 estromettere l&#8217;intelligenza artificiale dalle scuole o dai luoghi di lavoro. Sar\u00e0 ricostruire una societ\u00e0 che persegue l&#8217;abbondanza di relazioni e di cura.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>La Direzione<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le dispute e le polemiche, che negli anni si sono susseguite sul divieto di utilizzare lo smartphone in classe, sono arrivate ad un punto di svolta, poich\u00e9 oggi \u00e8 diventato urgente discutere sull\u2019uso che si dovrebbe (o non si dovrebbe) fare dell\u2019intelligenza artificiale. Tutti gli LLM (Large Language Model, ovvero un tipo di intelligenza artificiale generativa basato su reti neurali), compreso il pi\u00f9 famoso ChatGpt, sono facilmente e gratuitamente fruibili dallo smartphone, strumento a disposizione quotidianamente del 94% dei minorenni tra gli 8 e i 17 anni in tutto il mondo. Negli ultimi anni ho organizzato, quale docente e formatore, diverse lezioni e laboratori sull\u2019intelligenza artificiale in diversi contesti educanti, dalle scuole primarie all\u2019universit\u00e0, confrontandomi con centinaia di studenti e altrettanti docenti. Non possiamo affrontare il tema dell\u2019intelligenza artificiale se prima non diciamo apertamente che tutti, o quasi, usano abitualmente gli LLM per studiare, lavorare o semplicemente per risparmiare del tempo nelle attivit\u00e0 quotidiane. La domanda che i ricercatori di tutto il mondo si sono immediatamente posti \u00e8 semplice: quali possono essere le ricadute sull\u2019uso massivo di questa tecnologia sul sistema cognitivo? Prover\u00f2 a rispondere a breve a questa domanda, per ci\u00f2 che oggi ci \u00e8 dato conoscere, ma cercher\u00f2 anche di farne altre due che in pochi si pongono. La prima \u00e8: qual \u00e8 la ricaduta su tutto il sistema-corpo? Ricordo il mio docente di fisiologia alla Facolt\u00e0 di Biologia che sovente sosteneva che ci hanno abituati a considerare il cervello come qualcosa di \u201caltro\u201d rispetto al corpo e che in realt\u00e0 non \u00e8 affatto cos\u00ec: il cervello \u00e8 parte del corpo, cos\u00ec come i pensieri, le sensazioni, le emozioni possono essere ricondotti a complessi meccanismi che avvengono nel corpo e che influenzano tutta l\u2019attivit\u00e0 biologica del sistema-corpo. La seconda domanda che vorrei pormi \u00e8: qual \u00e8 l\u2019influenza che questa tecnologia potrebbe avere sul sistema delle relazioni umane e sociali?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Prendi mille studenti di un liceo e offri loro l\u2019opportunit\u00e0 di usare ChatGpt per studiare matematica<a href=\"#_ftn1\" id=\"_ftnref1\">[1]<\/a>. I ricercatori hanno dato ad alcuni di loro un assistente basato su GPT-4 con l&#8217;interfaccia classica, ovvero quella che useremmo tutti, invece ad altri hanno offerto una versione modificata dai ricercatori stessi perch\u00e9 non desse mai la risposta finita ma accompagnasse lo studente nel ragionamento. Ad un terzo gruppo, invece, i ricercatori non hanno dato alcuno strumento basato su Ai. Giunti alla verifica, cio\u00e8 al compito finale senza computer per nessuno studente, il gruppo che aveva usato ChatGpt classico riportava risultati peggiori: un calo del 17% rispetto ai compagni rimasti con il libro e gli appunti. Cos\u2019\u00e8 successo esattamente? L\u2019uso di un\u2019intelligenza artificiale riduce le capacit\u00e0 cognitive? Oppure \u00e8 semplicemente diminuita l\u2019attenzione che il cervello avrebbe utilizzato per sua natura e che invece sta delegando alla macchina? Per provare a rispondere a queste domande, dovremmo comprendere come il cervello costruisce la conoscenza. Sappiamo che stimolare brevemente e ad alta frequenza una via nervosa ne rafforza in modo duraturo la risposta, non solo rafforzando le sinapsi esistenti ma anche incentivandone la formazione di nuove. Nonostante il concetto di &#8220;neuroplasticit\u00e0&#8221; sia oggi il termine pi\u00f9 abusato nella divulgazione neuroscientifica, diventando finanche un&#8217;etichetta per vendere corsi e applicazioni, possiamo affermare che essa \u00e8 la propriet\u00e0 del sistema nervoso di modificare la propria struttura e il proprio funzionamento in risposta all&#8217;esperienza. Le ricerche a proposito sono tante e spesso contrastanti, ma un dato \u00e8 certo: il cervello cambia fisicamente in base alle attivit\u00e0 che il corpo (cervello incluso) svolge <a href=\"#_ftn2\" id=\"_ftnref2\">[2]<\/a>. Pi\u00f9 facciamo fatica, cio\u00e8 ad un livello di apprendimento pi\u00f9 complesso, pi\u00f9 modifichiamo e alleniamo i nostri circuiti neuronali e con essi tutte le capacit\u00e0 che ci rendono una specie animale intelligente e adattiva. Siamo abituati a pensare che l\u2019intelligenza sia posizionata spazialmente nel cervello, ma in realt\u00e0 potremmo definirla come una qualit\u00e0 di tutti gli esseri viventi, anche coloro che non possiedono nemmeno un abbozzo di sistema nervoso. Se infatti definiamo l\u2019intelligenza come l\u2019elaborazione di informazioni per produrre un comportamento adattivo, allora per definizione essa possiamo trovarla anche in un batterio o in una pianta. La nostra evoluzione per\u00f2 ci ha dotati di pi\u00f9 intelligenze, tra cui quella emotiva che, al di l\u00e0 del titolo di grande successo editoriale di Daniel Goleman, ci ha resi animali effettivamente capaci di gestire le molteplici complessit\u00e0 sociali: dalle relazioni con gli altri ne possiamo ricavare maggiore sicurezza e una migliore capacit\u00e0 di resistenza agli eventi avversi. Le competenze emotive specifiche (riconoscere un&#8217;espressione, nominare uno stato interno, regolare la respirazione sotto stress, riformulare un pensiero e cos\u00ec via) sono comportamenti concreti, esercitabili come qualsiasi altra abilit\u00e0 e, cosa molto importante e per nulla scontata, senza la necessit\u00e0 di essere \u201ccompresa\u201d dal cervello razionale. La nostra specie \u00e8 un andirivieni di esperienze corporee dal basso verso l\u2019alto (dal corpo al cervello) e viceversa dall\u2019alto verso il basso: ci siamo evoluti affinch\u00e9 tutte le parti del nostro corpo comunicassero tra loro e affinch\u00e9 tutti i corpi potessero interagire con altri corpi. Questo \u00e8 il sistema-corpo. Dove si dirige dunque la nostra specie nell\u2019era dell\u2019intelligenza artificiale, dove a funzionare \u00e8 una minima parte del nostro cervello? E come questo pu\u00f2 influire sul sistema-corpo a breve e a lungo termine?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le rivoluzioni tecnologiche hanno portato con s\u00e9, storicamente, cambiamenti anche nel comportamento degli individui della nostra specie. Molto interessante \u00e8 l\u2019osservazione sociologica che ha fatto Richard Sennett a proposito del passaggio dal vecchio capitalismo industriale, con carriere stabili e gerarchie rigide, al capitalismo flessibile, con gli effetti di questo passaggio sulla personalit\u00e0 dei lavoratori e al modo che essi costruiscono per relazionarsi agli altri <a href=\"#_ftn3\" id=\"_ftnref3\">[3]<\/a>. Quando si introduce la macchina elettronica o digitale, secondo Sennett, il lavoro diventa tecnicamente pi\u00f9 semplice da usare ma &#8220;illeggibile&#8221; sul piano del senso. Facendo l\u2019esempio di un panificio che passa dal lavoro artigianale a quello automatico, Sennett descrive gli operai che non toccano pi\u00f9 l&#8217;impasto o il pane. Lavorano su schermi con icone che rappresentano il processo: temperatura, tempo di cottura, colore del pane dedotto dai dati; possono correggere un processo automatico toccando lo schermo, ma non sanno pi\u00f9 riparare le macchine e, soprattutto, non sanno pi\u00f9 fare il pane a mano quando il sistema computerizzato sbaglia o si guasta. Questo, direi inevitabilmente, fa s\u00ec che diventi inutile per quei lavoratori trovare il modo, assieme e in collaborazione, di venire a capo di un problema inaspettato: semplicemente attendono l&#8217;arrivo di un tecnico specializzato che aggiusti la macchina senza neanche provare a cooperare per trovare una soluzione. Con l\u2019automazione, cos\u00ec come per l\u2019intelligenza artificiale, possiamo affermare che la nostra specie sta rischiando di perdere due tipi di competenze: quella della conoscenza \u201ctecnica\u201d del proprio lavoro e quella della relazione con i propri simili. Le ricadute sociali sono enormi e distribuite sui pi\u00f9 svariati settori della nostra societ\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per ci\u00f2 che concerne le competenze interpersonali, confrontarsi con ChatGpt \u00e8 ben diverso che farlo con un consulente, un collega o un amico e credo che su questo potremo essere tutti d\u2019accordo. Se milioni di persone, in questo preciso momento, stanno delegando allo stesso tempo la fatica di pensare e la fatica di stare insieme, probabilmente stiamo assistendo, pi\u00f9 o meno silenziosamente, all\u2019evolversi di una societ\u00e0 che si sta abituando a fare a meno di elementi essenziali che l&#8217;hanno tenuta in vita per migliaia di anni: la relazione, la fiducia, la collaborazione e la cura.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non \u00e8 certo una situazione che nasce con l\u2019avvento dell\u2019intelligenza artificiale: i meccanismi psicologici che vengono attribuiti al danno subito con l\u2019uso massiccio dei social (il confronto sociale o il bisogno cronico di validazione, solo per citare alcuni esempi) non hanno per ora un equivalente assodato nell&#8217;interazione con un modello di intelligenza artificiale, ma \u00e8 probabile che in futuro potrebbero emergerne altri, come la sostituzione della relazione umana con una a bassissimo investimento relazionale. Fatto sta che negli ultimi due decenni, anche a causa delle nuove tecnologie a basso costo a disposizione di tutti, il tempo trascorso da soli \u00e8 aumentato in diversi paesi occidentali, forse non solo a causa dei social ma anche a causa dei cambiamenti socio-culturali che la nostra societ\u00e0 sta attraversando. Negli Stati Uniti la quota di tempo libero passata in solitudine \u00e8 salita dal 43,5% del 2003 al 49,7% del 2022 <a href=\"#_ftn4\" id=\"_ftnref4\">[4]<\/a>; in Finlandia, tra il 1987 e il 2010, il tempo quotidiano trascorso senza nessuno nella stessa stanza \u00e8 cresciuto di 124 minuti, arrivando a 7 ore e mezza al giorno <a href=\"#_ftn5\" id=\"_ftnref5\">[5]<\/a>. Anche per questo, dovremmo domandarci: dove pu\u00f2 condurre l\u2019uso massiccio dell\u2019intelligenza artificiale di tipo generativo, se non esattamente in questa direzione? Se questo strumento \u00e8 in grado, in diverse forme, di sostituire uno o pi\u00f9 colleghi di un grande ufficio, di imitare con una buona approssimazione consulenti ed esperti, financo i professionisti come medici di base o psicologi <a href=\"#_ftn6\" id=\"_ftnref6\">[6]<\/a>, di emulare segreterie e reparti creativi di quasi tutte le aziende, se \u00e8 in grado di fare tutto questo e di migliorare sempre di pi\u00f9 nel tempo, qual \u00e8 la direzione che stiamo prendendo, se non quella di disimpegno nelle occasioni di relazioni umane?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 ormai risaputo che la plasticit\u00e0 cerebrale, cio\u00e8 la capacit\u00e0 dei neuroni di modificare la propria struttura e funzione, avviene anche in risposta all&#8217;esperienza che si fa del mondo, ai luoghi che li circondano, nonch\u00e9 agli strumenti che abbiamo imparato ad usare. Perch\u00e9 i tassisti potrebbero avere un ippocampo posteriore pi\u00f9 sviluppato? <a href=\"#_ftn7\" id=\"_ftnref7\">[7]<\/a> Perch\u00e9 l\u2019ippocampo, una zona del cervello posta sotto la corteccia cerebrale, oltre ad essere uno dei centri della memoria in generale, concorre a immagazzinare le rappresentazioni dello spazio che circonda il soggetto, con posizioni e percorsi ben definiti e registrati. Con l\u2019avvento dei navigatori, pensate che l\u2019ippocampo dei tassisti sia rimasto invariato? Cinquanta automobilisti abituali sono stati testati su compiti di navigazione virtuale che misurano memoria spaziale, uso di strategie cognitive di mappatura e codifica di punti di riferimento. Coloro che avevano usato di pi\u00f9 il navigatore satellitare nella vita quotidiana, mostravano memoria spaziale peggiore nel momento in cui ci si doveva orientare da soli senza alcun dispositivo. Un sottogruppo di 13 persone \u00e8 stato ritestato a distanza di tre anni e si \u00e8 dimostrato che un uso maggiore del navigatore in un tempo pi\u00f9 lungo era associato a un declino pi\u00f9 marcato della memoria spaziale legata all&#8217;ippocampo <a href=\"#_ftn8\" id=\"_ftnref8\">[8]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il cervello non \u00e8 per\u00f2 un organo sospeso in una teca, ma una componente corporea ben collegata a tutto il resto del sistema-corpo. Nel 2011 un gruppo di ricercatori ha mostrato ad alcuni atleti diversi video della durata di circa 4 minuti: triste, erotico, aggressivo, motivazionale da allenamento, umoristico e neutro di controllo. Ogni atleta \u00e8 stato sottoposto al prelievo di saliva prima e 15 minuti dopo aver visto ogni video, misurando i livelli di testosterone e cortisolo. Non solo i livelli erano cambiati in modo significativo a seconda di cosa avevano visto, ma la modifica di questi livelli era tale da cambiare visibilmente la performance nella prestazione fisica degli atleti <a href=\"#_ftn9\" id=\"_ftnref9\">[9]<\/a>. Sono stati sufficienti quattro minuti di immagini su uno schermo per cambiare la chimica del sangue: se questo vale per quattro minuti di video, cosa dobbiamo pensare delle ore che molti di noi spendono ogni giorno per \u201cdialogare\u201d con una macchina che finge di essere intelligente?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In un piccolo studio pilota si \u00e8 dimostrato come in videoconferenza, rispetto all&#8217;incontro in presenza, la pupilla umana si dilata meno rispetto ad una conversazione di persona <a href=\"#_ftn10\" id=\"_ftnref10\">[10]<\/a> e in un altro studio condotto su 62 coppie madre-figlio in fase di preadolescenza, l&#8217;interazione dal vivo ha prodotto nel cervello 9 collegamenti inter-cerebrali significativi, diversamente da quella fatta in videochiamata che ne ha prodotto uno soltanto <a href=\"#_ftn11\" id=\"_ftnref11\">[11]<\/a>. \u00c8 indubbio che qualcosa dell&#8217;altro smette di arrivarci quando in mezzo si frappone lo strumento digitale e il fatto interessante \u00e8 che a comprenderlo, prima ancora della nostra percezione esterna, \u00e8 soprattutto il nostro corpo e il nostro sistema autonomo. Ci\u00f2 che i corpi si trasmettono di persona non pu\u00f2 avvenire a distanza ed \u00e8 forse scontato, anche per la sperimentazione quotidiana che possiamo farne noi stessi, che stiamo lasciando che qualcosa si perda tra i bit. Possiamo affermare, con una buona certezza che l&#8217;assenza di uno sguardo direzionale e dei gesti orientati nello spazio, che la videochiamata a differenza della realt\u00e0 virtuale non riesce a trasmettere, ci faccia vivere una relazione a met\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se il sistema delle risposte che avviene naturalmente tra un corpo e un altro si indebolisce gi\u00e0 quando dietro lo schermo c&#8217;\u00e8 un volto umano reale, cosa resta quando dall\u2019altra parte non c&#8217;\u00e8 nessuno? I chatbot pensati per fare compagnia sono gi\u00e0 usati su larga scala, disponibili a qualsiasi ora e ad usarli sono spesso proprio coloro che di relazione umana avrebbero pi\u00f9 bisogno: adolescenti soli e persone rimaste senza compagnia. Siamo probabilmente entrati in un\u2019era dove quella relazione, che \u00e8 la base tipica di ogni concetto di cura, sar\u00e0 destinata ad affievolirsi e a condurci verso un sentiero per certi versi inesplorato. Questo non significa che la tecnologia non possa, in una qualche forma, tamponare momentaneamente una condizione che l\u2019ambiente circostante non pu\u00f2 (o non vuole) darci in un certo periodo: milioni di adolescenti utilizzano l\u2019intelligenza artificiale per ricevere un supporto psicologico immediato e gratuito e forse questo ha potuto salvare anche qualche ragazzo o ragazza dalla depressione. Certamente questo non pu\u00f2 per\u00f2 sollevarci dal ricercare e comprendere le cause che si frappongono tra i bisogni e le risposte di cura nella nostra stessa societ\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se \u00e8 vero che non possiamo permetterci di delegare il giudizio, la responsabilit\u00e0 e la cura ad un\u2019intelligenza artificiale, \u00e8 altrettanto vero che i presupposti sociali, economici e tecnologici siano maturi perch\u00e9 ci\u00f2 accada terribilmente in fretta. La cura, prima di essere un principio da enunciare, \u00e8 un fatto fisiologico che accade tra due corpi presenti; \u00e8 un battito che rallenta perch\u00e9 qualcuno ci si \u00e8 seduto accanto; \u00e8 una tensione nelle spalle che si scioglie perch\u00e9 un altro essere umano, fisicamente, poggia una mano rassicurante; \u00e8 l\u2019abbraccio che invita l\u2019altro a lasciarsi andare nel pianto. Nessuna interfaccia, per quanto brava a produrre frasi empatiche e ad emulare una risposta umana, restituir\u00e0 l\u2019intensit\u00e0 e l\u2019energia vitale che un corpo riesce ad esprimere.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Credo che sia proprio nella scuola, cos\u00ec come in tutte le comunit\u00e0 educanti, che si dovrebbe ragionare sulle conseguenze che questa rivoluzione tecnologica sta per portare nelle nostre vite.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dovremmo innanzitutto domandarci se non stiamo formando i ragazzi solo dal collo in su, anche a attorno ai nuovi strumenti basati su LLM: insegniamo a scrivere un prompt, a riconoscere un bias, a verificare una fonte. Tutto sacrosanto e utile. Ma quanto tempo dedichiamo a insegnare loro ad accorgersi che il respiro si \u00e8 chiuso, che le spalle sono salite, che il corpo ha gi\u00e0 risposto a qualcosa mentre la testa era altrove? Quanto tempo dedichiamo a trasmettere il valore della relazione prima di quello di una valutazione? Molti insegnanti stanno gi\u00e0 provando ad inserire questi momenti nella quotidianit\u00e0, ma spesso devono farlo &#8220;rubando&#8221; tempo alla burocrazia scolastica e alle sue regole. Sarebbe un&#8217;operazione a costo zero: cinque minuti di respiro condiviso prima di aprire lo schermo, non solo come rituale di compensazione ma come parte esatta di quella alfabetizzazione critica che diciamo di voler costruire. Un ragazzo che sente il proprio corpo \u00e8 un ragazzo pi\u00f9 sano, pi\u00f9 attento, pi\u00f9 presente, che sapr\u00e0 come e quando usare uno strumento e quando ne potr\u00e0 fare a meno, perch\u00e9 riuscir\u00e0 a sentire i bisogni del proprio sistema-corpo, come esso risponde alle sensazioni e alle emozioni. Essere nello stesso posto alla stessa ora, coordinare due agende, sopportare che l&#8217;altro sia di cattivo umore o non disponibile, esporsi al giudizio, tollerare che la risposta arrivi tardi o non arrivi, tutti questi sono attriti che un\u2019intelligenza artificiale non pu\u00f2 offrire e, nonostante essi siano un segnale \u201cnegativo\u201d che giunge al nostro sistema-corpo, essi rappresentano comunque uno strumento utile alla maturazione, alla crescita e allo sviluppo dell\u2019essere umano sociale, fuori e dentro il contesto professionale. Di relazione e di cura non si discute allo stesso modo, forse perch\u00e9 non sono \u201cdotazioni\u201d aggiunte alla nostra umanit\u00e0, forse perch\u00e9 le diamo per scontate o perch\u00e9 non vengono ritenute cos\u00ec utili al progresso economico e alla performance che ricerchiamo ogni giorno dai nostri studenti. Quello che abbiamo davanti \u00e8 un ambiente sociale in cui la relazione costa sempre di pi\u00f9 e la sua imitazione costa sempre meno ed \u00e8 un ambiente che la scuola pu\u00f2 ancora attraversare in modo diverso. La sfida non sar\u00e0 combattere o estromettere l\u2019intelligenza artificiale dalle nostre scuole o dai luoghi di lavoro, ma sar\u00e0 quella di ricostruire una societ\u00e0 che persegue l\u2019abbondanza di relazioni e di cura.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref1\" id=\"_ftn1\">[1]<\/a> Bastani, H., Bastani, O., Sungu, A., Ge, H., Kabakc\u0131, \u00d6., &amp; Mariman, R. (2025). Generative AI without guardrails can harm learning: Evidence from high school mathematics. <em>Proceedings of the National Academy of Sciences<\/em>, 122(26), e2422633122. <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1073\/pnas.2422633122\">https:\/\/doi.org\/10.1073\/pnas.2422633122<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref2\" id=\"_ftn2\">[2]<\/a> Draganski, Gaser, Busch, Schuierer, Bogdahn &amp; May 2004, <em>Neuroplasticity: Changes in grey matter induced by training<\/em>, Nature 427, 311-312<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref3\" id=\"_ftn3\">[3]<\/a> <em>The Corrosion of Character: The Personal Consequences of Work in the New Capitalism<\/em>, 1998; edizione italiana Feltrinelli, &#8220;L&#8217;uomo flessibile&#8221;, 1999<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref4\" id=\"_ftn4\">[4]<\/a> Enghin Atalay, <em>A Twenty-First Century of Solitude? Time Alone and Together in the United States<\/em>, \u00abJournal of Population Economics\u00bb, 37, art. 12, 2024, doi: 10.1007\/s00148-024-00978-0. Dati American Time Use Survey, 227.191 diari giornalieri, adulti dai 18 anni in su. Le percentuali si riferiscono al &#8220;tempo eleggibile&#8221;, circa 11 ore al giorno, escluso il lavoro, il sonno e la cura personale. Nell&#8217;ATUS una persona \u00e8 classificata come sola quando \u00e8 l&#8217;unica presente nella stanza, anche se al telefono o in videochiamata.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref5\" id=\"_ftn5\">[5]<\/a> Timo Anttila, Kirsikka Selander, Tomi Oinas, <em>Disconnected Lives: Trends in Time Spent Alone in Finland<\/em>, \u00abSocial Indicators Research\u00bb, 150, 2, 2020, pp. 711\u2013730, doi: 10.1007\/s11205-020-02304-z. Indagini finlandesi sull&#8217;uso del tempo, 1987\u201388 (n=1887), 1999\u20132000 (n=2673), 2009\u201310 (n=1887), rilevazioni limitate ai mesi da settembre a novembre. Circa 40 dei 125 minuti aggiuntivi nei giorni feriali sono spiegati da invecchiamento e diffusione delle famiglie unipersonali.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref6\" id=\"_ftn6\">[6]<\/a> A proposito \u00e8 interessante il breve esperimento che fa su youtube il medico e psichiatra Valerio Rosso: https:\/\/youtu.be\/5Giz9fXXYEM?si=eud2oZhi7qtUsVgY<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref7\" id=\"_ftn7\">[7]<\/a> Navigation-related structural change in the hippocampi of taxi drivers (Maguire et al., 2000, PNAS)<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref8\" id=\"_ftn8\">[8]<\/a> Dahmani, L., Bohbot, V. D. (2020). Habitual use of GPS negatively impacts spatial memory during self-guided navigation. <em>Scientific Reports<\/em>, 10, 6310. https:\/\/doi.org\/10.1038\/s41598-020-62877-0<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref9\" id=\"_ftn9\">[9]<\/a> Cook C., Crewther B.T., Kilduff L.P., Drawer S., Gaviglio C.M. 2011. Changes in salivary testosterone concentrations and subsequent voluntary squat performance following the presentation of short video clips, Hormones and Behavior.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref10\" id=\"_ftn10\">[10]<\/a> C. Tremmel et al., <em>Physiological and Behavioral Response Differences Between Video-Mediated and In-Person Interaction<\/em>, Sensors, 26(1), 34, 2026.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref11\" id=\"_ftn11\">[11]<\/a> L. Schwartz et al., <em>Technologically-assisted communication attenuates inter-brain synchrony<\/em>, NeuroImage, 264, 119677, 2022.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Biografia<\/strong><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"alignleft size-full is-resized\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"390\" height=\"493\" src=\"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2026\/08\/image-9.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-9242\" style=\"aspect-ratio:0.7910684288929035;width:197px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2026\/08\/image-9.png 390w, https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-content\/uploads\/sites\/4\/2026\/08\/image-9-237x300.png 237w\" sizes=\"auto, (max-width: 390px) 100vw, 390px\" \/><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Adamo Mastrangelo<\/strong> nasce a Milano nel 1985. La sua formazione \u00e8 passata per la biologia, la sociologia e la psicologia clinica, tre strade che si sono incrociate successivamente proprio nelle pratiche energetiche: capire un sintomo nel corpo senza guardare al contesto in cui vive una persona \u00e8 come voler ammirare un quadro senza poterlo vedere dalla giusta distanza. \u00c8 formatore e docente per aziende e scuole, entrando in contatto con aree e persone molto diverse tra loro. Ha insegnato a centinaia di bambini in diverse scuole pubbliche, dove ha iniziato ad approcciarsi all\u2019osservazione dell\u2019et\u00e0 infantile e adolescenziale. Oltre ad essere un divulgatore, Adamo Mastrangelo si avvicina alla Bioenergetica quasi per caso nel 2007, durante il corso di Psicologia Clinica all\u2019Universit\u00e0 Bicocca di Milano, dove conosce per la prima volta Luciano Marchino, che ricontrer\u00e0 molti anni pi\u00f9 tardi come maestro presso l\u2019Istituto di Psicologia Somatorelazionale di Milano.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di Adamo Mastrangelo VIDEO DI PRESENTAZIONE Introduzione editoriale Quello che il corpo ha gi\u00e0 capito In questo numero si discute molto di che cosa succede al pensiero quando una macchina risponde al posto nostro. Questo contributo sposta l&#8217;oggetto: chiede che cosa succede al resto. Adamo Mastrangelo \u00e8 docente, formatore e conduttore di bioenergetica. I suoi studi hanno attraversato Biologia, Psicologia Clinica e Sociologia a Milano. Il suo articolo parte da una frase del suo professore di fisiologia: &#8220;ci hanno abituati a considerare il cervello come qualcosa di altro rispetto al corpo e che non \u00e8 affatto cos\u00ec&#8220;. Pensieri, sensazioni ed emozioni sono meccanismi che accadono<a class=\"more-link\" href=\"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/lintelligenza-artificiale-e-il-resto-del-corpo\/\">Leggi altro &rarr;<\/a><\/p>\n","protected":false},"author":8,"featured_media":0,"parent":0,"menu_order":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":{"_acf_changed":false,"footnotes":""},"class_list":["entry","author-c-marinucci","post-9230","page","type-page","status-publish"],"acf":[],"jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/9230","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/users\/8"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=9230"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/9230\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":9248,"href":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/9230\/revisions\/9248"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=9230"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}