{"id":9291,"date":"2026-08-30T19:36:21","date_gmt":"2026-08-30T17:36:21","guid":{"rendered":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/?page_id=9291"},"modified":"2026-08-30T19:36:25","modified_gmt":"2026-08-30T17:36:25","slug":"persuasione-e-verifica-epistemica-nella-comunicazione-generative","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/persuasione-e-verifica-epistemica-nella-comunicazione-generative\/","title":{"rendered":"Persuasione e verifica epistemica nella comunicazione generative"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Di Gianluigi Polizzi Sasso<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Introduzione editoriale<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Che cosa vuol dire verificare<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 uno dei contributi pi\u00f9 tecnico di questo numero, e contiene la domanda che tutti gli altri danno per risolta: verificare che cosa, esattamente?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un esempio, per capire il problema. Immaginiamo che un&#8217;insegnante chieda a un sistema generativo se il tutoraggio fra pari migliori i risultati degli studenti in difficolt\u00e0, e riceva una risposta di questo tipo: <em>s\u00ec; il tutor consolida ci\u00f2 che spiega e il tutorato trova un linguaggio pi\u00f9 vicino al proprio; una meta-analisi su oltre sessanta studi indica un effetto medio consistente; il riferimento \u00e8 a un lavoro del 2005; si tratta di uno dei risultati pi\u00f9 solidi della ricerca educativa.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sono cinque cose diverse in un&#8217;unica bolla di testo. Una conclusione. Le ragioni che dovrebbero sostenerla. Un&#8217;evidenza quantitativa. Una fonte. E un giudizio sulla robustezza di tutto l&#8217;insieme.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ciascuna richiede una verifica diversa, e ciascuna pu\u00f2 fallire per conto proprio: la conclusione pu\u00f2 essere corretta mentre le ragioni sono plausibili ma non pertinenti; il numero pu\u00f2 riferirsi a un&#8217;altra popolazione; la fonte pu\u00f2 esistere e non dire quello; il giudizio finale pu\u00f2 non essere di nessuno.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Polizzi Sasso chiama questa condizione compressione delle funzioni epistemiche \u2014 non il fatto che stiano insieme, che \u00e8 normale, ma che non se ne vedano pi\u00f9 i confini. Con una precisazione elegante: <em>cinque funzioni ben segnalate possono risultare meno compresse di tre non differenziate<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Da qui la parte pi\u00f9 utile: un segnale non coincide con la qualit\u00e0 della funzione a cui rinvia. Una citazione indica qualcosa che merita di essere esaminato, non l&#8217;esito dell&#8217;esame. E l&#8217;autore precisa subito il limite: non ogni trasferimento \u00e8 indebito \u2014 se la competenza di una fonte \u00e8 pertinente, \u00e8 razionale che pesi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ne segue una definizione di verifica che ci pare la pi\u00f9 precisa che abbiamo letto: non aggiungere un verdetto in fondo, ma tenere distinguibili, abbastanza a lungo, i diversi titoli attraverso cui una risposta chiede di essere accettata.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il testo \u00e8 denso, e chiediamo al lettore la pazienza di attraversarlo. In cambio offre due cose rare: un autore che dichiara ci\u00f2 che il proprio modello non dimostra, e che porta le prove contro la propria tesi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Abstract<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La diffusione dei large language models (LLM) negli ambienti informativi pone un problema epistemico che non coincide con la sola produzione di contenuti falsi. Una risposta generativa pu\u00f2 presentare, nella continuit\u00e0 della stessa interazione, una conclusione, le ragioni che dovrebbero sostenerla, evidenze e riferimenti documentali e, su richiesta, una valutazione della loro attendibilit\u00e0. Muovendo dalla letteratura recente sulla persuasione, sulla generazione <em>evidence-based<\/em>, sulla credibilit\u00e0 delle fonti e sugli LLM impiegati come giudici, il contributo distingue cinque dimensioni dell&#8217;episodio epistemico generativo, distribuite su livelli analitici differenti: <em>Persuasive Force<\/em> (PF), <em>Inferential Support<\/em> (IS), <em>Evidential Support<\/em> (ES), <em>Source Provenance<\/em> (SP) ed <em>Epistemic Judgment<\/em> (EJ). La riduzione della separazione percepibile fra tali funzioni nell&#8217;interfaccia viene descritta come <em>epistemic function compression<\/em>; <em>cross-function proxying<\/em> indica invece, in senso diagnostico, i casi nei quali un segnale associato a una funzione incide sull&#8217;esercizio o sull&#8217;output di una funzione distinta con un peso non giustificato dal valore diagnostico che pu\u00f2 legittimamente essergli attribuito, date le informazioni accessibili all&#8217;agente e il contesto epistemico rilevante. Il modello viene infine ricondotto alla <em>media literacy<\/em> e alla <em>source literacy<\/em> e alla nozione di <em>epistemic agency<\/em>, con l&#8217;obiettivo di rendere pi\u00f9 preciso ci\u00f2 che significa verificare una risposta generativa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Parole chiave:<\/strong> large language models; persuasione; argomentazione; evidenza; fonti; giudizio epistemico; media literacy; epistemic agency<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Abstract<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">The spread of large language models across information environments raises an epistemic problem that cannot be reduced to the production of false content. Within a single conversational interaction, a generative response may present a conclusion, the reasons meant to support it, evidence and documentary references, and, when prompted, an assessment of their reliability. Drawing on recent research on persuasion, evidence-based generation, source credibility, and LLM-as-a-Judge systems, this article distinguishes five dimensions of the generative epistemic episode, distributed across distinct analytical levels: <em>Persuasive Force<\/em> <em><\/em>(PF)<em>, Inferential Support<\/em> <em><\/em>(IS)<em>, Evidential Support<\/em> <em><\/em>(ES)<em>, Source Provenance<\/em> <em><\/em>(SP)<em>,<\/em> and <em>Epistemic Judgment<\/em> <em><\/em>(EJ). The reduction of their perceptible separation at the interface level is described as <em>epistemic function compression<\/em>, while <em>cross-function proxying<\/em> identifies, as a diagnostic category, cases in which a signal associated with one function influences the exercise or output of a distinct function to a degree not warranted by its diagnostic value, given the agent&#8217;s available information and the relevant epistemic context. Finally, the framework is linked to media and source literacy and to epistemic agency, with the aim of specifying what verification requires in generative environments.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Keywords:<\/strong> large language models; persuasion; argumentation; evidence; source provenance; epistemic judgment; media literacy; epistemic agency<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">1. Hallucination e affidabilit\u00e0 epistemica<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le cosiddette <em>hallucinations<\/em> hanno costituito uno dei primi fenomeni attraverso cui il problema dell&#8217;affidabilit\u00e0 dei large language models \u00e8 diventato immediatamente riconoscibile. Nel caso dell&#8217;errore fattuale, infatti, la difficolt\u00e0 pu\u00f2 essere almeno formulata con una certa nettezza: il sistema produce un&#8217;affermazione e un controllo indipendente consente di stabilire che essa non corrisponde ai fatti o che il riferimento invocato non sostiene ci\u00f2 che gli viene attribuito. La circostanza che rende il fenomeno particolarmente insidioso \u00e8 ormai nota. L&#8217;errore non compromette necessariamente la regolarit\u00e0 linguistica della risposta e pu\u00f2 quindi presentarsi con una plausibilit\u00e0 formale del tutto simile a quella dell&#8217;informazione corretta. Adam Tauman Kalai, Ofir Nachum, Santosh S. Vempala ed Edwin Zhang hanno mostrato nel 2026 che persino le procedure di valutazione possono contribuire al problema quando premiano il tentativo di risposta rispetto all&#8217;ammissione dell&#8217;incertezza (Kalai et al., 2026). Il loro lavoro non esaurisce, evidentemente, le cause delle <em>hallucinations<\/em>; ricorda per\u00f2 che l&#8217;affidabilit\u00e0 dipende anche dalle condizioni entro cui una prestazione viene incentivata e misurata.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questo modo di porre la questione resta indispensabile e tuttavia, almeno rispetto al problema affrontato qui, rischia di essere troppo stretto. Se l&#8217;affidabilit\u00e0 viene considerata principalmente come propriet\u00e0 della singola proposizione, diventa naturale concentrare l&#8217;attenzione sulla sua corrispondenza con ci\u00f2 che pu\u00f2 essere verificato esternamente. Nell&#8217;interazione generativa l&#8217;utente incontra per\u00f2 qualcosa di pi\u00f9 articolato. La risposta pu\u00f2 presentare le ragioni attraverso cui una conclusione dovrebbe risultare accettabile, associarvi riferimenti documentali e, se interrogata ancora, pronunciarsi sull&#8217;attendibilit\u00e0 delle fonti o sulla qualit\u00e0 dell&#8217;argomento appena formulato. Considerate separatamente, queste operazioni pongono problemi differenti; dal lato dell&#8217;esperienza dell&#8217;utente, possono invece essere raccolte nella continuit\u00e0 di una medesima conversazione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non si intende qui attribuire a questa continuit\u00e0 una novit\u00e0 assoluta. Informazione e persuasione non hanno mai occupato territori perfettamente separati e la reputazione di una fonte ha sempre inciso sul modo in cui il contenuto viene ricevuto. La specificit\u00e0 dell&#8217;interfaccia generativa sembra piuttosto consistere nel grado con cui pu\u00f2 ridursi la distanza pratica fra operazioni che continuano a richiedere criteri epistemici diversi. La formulazione, la spiegazione, l&#8217;eventuale documentazione e perfino il giudizio possono essere ricondotti allo stesso ambiente conversazionale. La continuit\u00e0 dell&#8217;interazione conserva le differenze fra queste funzioni, ma pu\u00f2 renderle meno visibili proprio perch\u00e9 ci\u00f2 che per l&#8217;analisi deve essere distinto viene incontrato in una forma comunicativa unitaria.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sarebbe tuttavia difficile sostenere che il problema della conflazione epistemica sia rimasto finora inosservato. Giulio Vidotto ha collegato plausibilit\u00e0, persuasione, hallucination e source bias in una proposta di epistemic auditing (Vidotto, 2026). Questo precedente esclude qualunque rivendicazione di priorit\u00e0 sul problema generale. Il contributo proposto qui consiste nel riordinare distinzioni gi\u00e0 presenti in letterature differenti entro la matrice PF-IS-ES-SP-EJ, assumendo come unit\u00e0 di analisi la continuit\u00e0 dell&#8217;episodio generativo osservato dal lato dell&#8217;utente. La proposta dovr\u00e0 essere giudicata sulla capacit\u00e0 di questa organizzazione congiunta di rendere pi\u00f9 precise dissociazioni, trasferimenti e criteri di verifica gi\u00e0 documentati separatamente. <span class=\"footnote_referrer\"><a role=\"button\" tabindex=\"0\" onclick=\"footnote_moveToReference_9291_1('footnote_plugin_reference_9291_1_1');\" onkeypress=\"footnote_moveToReference_9291_1('footnote_plugin_reference_9291_1_1');\" ><sup id=\"footnote_plugin_tooltip_9291_1_1\" class=\"footnote_plugin_tooltip_text\">[1]<\/sup><\/a><span id=\"footnote_plugin_tooltip_text_9291_1_1\" class=\"footnote_tooltip\">La ricognizione della letteratura \u00e8 teorico-narrativa, non una systematic review: le fonti sono selezionate per pertinenza diagnostica rispetto alle distinzioni proposte e non pretendono di&nbsp;&#x2026; <span class=\"footnote_tooltip_continue\"  onclick=\"footnote_moveToReference_9291_1('footnote_plugin_reference_9291_1_1');\">Continue reading<\/span><\/span><\/span><script type=\"text\/javascript\"> jQuery('#footnote_plugin_tooltip_9291_1_1').tooltip({ tip: '#footnote_plugin_tooltip_text_9291_1_1', tipClass: 'footnote_tooltip', effect: 'fade', predelay: 0, fadeInSpeed: 200, delay: 400, fadeOutSpeed: 200, position: 'top center', relative: true, offset: [-7, 0], });<\/script><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Una cautela analoga vale per la <em>computational persuasion<\/em>. La survey di Nimet Beyza Bozdag organizza oltre 150 lavori distinguendo l&#8217;AI come <em>Persuader, Persuadee<\/em> e <em>Persuasion Judge<\/em> (Bozdag et al., 2026). Questa tassonomia chiarisce la pluralit\u00e0 dei ruoli del sistema; qui il problema \u00e8 diverso, perch\u00e9 riguarda le funzioni che possono concorrere alla credibilit\u00e0 della stessa risposta. \u00c8 su questa differenza fra <em>role taxonomy<\/em> e architettura funzionale dell&#8217;episodio che si colloca il modello.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il modello va dunque giudicato per il lavoro diagnostico che consente di svolgere: se non permette di precisare dove si collochi un&#8217;evidenza empirica, quale propriet\u00e0 misuri e quali inferenze autorizzi, la terminologia aggiunta sarebbe superflua. Per <em>modello<\/em> si intende qui uno schema analitico, non un modello predittivo gi\u00e0 validato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">2. Persuasione, ragioni, fonti<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un primo motivo per operare questa distinzione viene dalla letteratura sulla persuasione. Kobi Hackenburg e Ben M. Tappin, insieme al loro gruppo di ricerca, hanno pubblicato su <em>Science<\/em> tre esperimenti comprendenti complessivamente 76.977 partecipanti, 19 large language models e 707 questioni politiche, sottoponendo inoltre a controllo fattuale 466.769 claim prodotti durante le interazioni (Hackenburg et al., 2025). Alcuni interventi di post-training e prompting aumentavano sensibilmente la persuasivit\u00e0 e, nelle condizioni nelle quali producevano tale incremento, diminuivano sistematicamente l&#8217;accuratezza fattuale. Il risultato non dimostra una relazione generalmente inversa fra persuasione e verit\u00e0. Mostra qualcosa di pi\u00f9 limitato e, per l\u2019argomento qui trattato, sufficiente: la capacit\u00e0 di produrre adesione non coincide con la correttezza dei claim e pu\u00f2 variare in direzione opposta alla loro accuratezza; non pu\u00f2 quindi funzionare, senza ulteriori ragioni, come misura della correttezza fattuale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questa dimensione \u00e8 qui indicata come forza persuasiva (<em>Persuasive Force<\/em>, PF). PF non \u00e8 una propriet\u00e0 intrinseca del testo, ma una relazione di influenza fra configurazione comunicativa, destinatario e contesto, riferita a uno specifico outcome persuasivo collocato entro il pi\u00f9 ampio insieme dell&#8217;<em>Epistemic Uptake<\/em> (EU), la famiglia di esiti user-level che comprende trust, claim confidence, acceptance e belief change. Non ogni outcome di EU costituisce, di per s\u00e9, un outcome persuasivo: trust pu\u00f2 operare come esito prossimale, mentre claim confidence, acceptance e belief change possono costituire outcome persuasivi diretti a seconda della specifica operazionalizzazione; l&#8217;endpoint pertinente deve essere specificato nel singolo disegno. Quando il disegno consente identificazione causale, un possibile estimando empirico di PF \u00e8 l&#8217;effetto medio della condizione di esposizione rispetto a un&#8217;appropriata condizione di confronto nella popolazione considerata; altrove la misura richiede maggiore cautela. Fluidit\u00e0, tono e personalizzazione possono contribuire a PF, ma ne costituiscono determinanti o segnali, non PF stessa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ari Deller ha formulato il problema distinguendo persuasivit\u00e0 e <em>felicity<\/em>, condizione in cui la conclusione \u00e8 vera e le ragioni sono abbastanza forti da conferirle <em>warrant<\/em> (Deller, 2026). La distinzione non rende indipendenti i due piani: una pratica argomentativa pu\u00f2 ragionevolmente trattare come informativo ci\u00f2 che resiste a scrutinio. La preoccupazione di Deller \u00e8 che la produzione su larga scala di discorsi molto persuasivi, non accompagnata da qualit\u00e0 epistemica comparabile, indebolisca quel valore diagnostico. \u00c8 dunque una tesi condizionale, in nessun modo una descrizione gi\u00e0 acquisita dell&#8217;intero ecosistema generativo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sembra allora opportuno non raccogliere sotto un&#8217;unica nozione di \u00abgiustificazione\u00bb tutto ci\u00f2 che rende buona una risposta. Per supporto inferenziale (<em>Inferential Support<\/em>, IS) si intende la relazione fra le ragioni offerte e la conclusione che dovrebbero sostenere. In una tradizione che da Stephen Toulmin in poi ha insistito sul passaggio che autorizza il movimento dai dati al claim, la bont\u00e0 dell&#8217;argomento non coincide con la semplice verit\u00e0 delle premesse (Toulmin, 2003). Anche assumendole provvisoriamente, resta da stabilire se la conclusione riceva da esse il grado di supporto attribuitole: un&#8217;inferenza pu\u00f2 partire da informazioni false ma essere ben costruita, o collegare premesse corrette a una conclusione in modo insufficiente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Isolato IS, le premesse empiriche richiedono a loro volta sostegno. Per supporto evidenziale (<em>Evidential Support<\/em>, ES) si intende la relazione fra un claim e il materiale addotto a suo favore, rispetto alla pertinenza, alla forza e alla sufficienza necessarie per autorizzare il claim. La questione riprende, in forma volutamente non esaustiva, il problema classico di che cosa renda un fatto evidenza per un&#8217;ipotesi (Achinstein, 2001). Nei testi generativi lunghi, una risposta pu\u00f2 essere localmente ben argomentata e globalmente male fondata, oppure disporre di buone evidenze integrate attraverso un&#8217;inferenza inadeguata. Separare IS ed ES serve precisamente a localizzare quale relazione di giustificazione stia fallendo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In termini minimi, quando un&#8217;evidenza E viene utilizzata per sostenere una premessa fattuale P, mentre una o pi\u00f9 premesse P\u2081, \u2026, P\u2099 vengono impiegate per sostenere una conclusione C, ES riguarda principalmente la relazione E \u2192 P, IS la relazione {P\u2081, \u2026, P\u2099} \u2192 C. La rappresentazione non pretende di esaurire la struttura degli argomenti naturali; serve soltanto a rendere esplicita l&#8217;unit\u00e0 sulla quale opera la distinzione e, quindi, il tipo di fallimento che un audit dovrebbe cercare. La distinzione non ha natura ontologica, bens\u00ec funzionale: anche la relazione evidenza-claim pu\u00f2 richiedere inferenza; IS ed ES individuano loci differenti nei quali l&#8217;audit pu\u00f2 verificare la tenuta del supporto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questa distinzione consente anche di precisare un punto fondamentale: un segnale non coincide con la qualit\u00e0 della funzione alla quale rinvia. La lunghezza di una spiegazione pu\u00f2 suggerire che vi sia un ragionamento articolato, cos\u00ec come la presenza di una citazione pu\u00f2 suggerire che una risposta sia documentata; in entrambi i casi, il segnale rende visibile qualcosa che merita di essere esaminato, ma non contiene ancora l&#8217;esito dell&#8217;esame. I segnali sono inevitabili e spesso informativi; ci\u00f2 che deve rimanere disponibile \u00e8 la distinzione fra il segnale e la propriet\u00e0 per la quale viene utilizzato. Questa differenza diventer\u00e0 decisiva quando si passer\u00e0 dal supporto delle ragioni al giudizio che su quelle ragioni viene formulato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Su questo sfondo acquista rilievo la questione della fonte. Tobias Schreieder, Tim Schopf e Michael F\u00e4rber hanno analizzato 134 lavori sull&#8217;<em>evidence-based text generation<\/em> e circa 300 metriche in sette dimensioni, documentando una persistente frammentazione terminologica e valutativa (Schreieder et al., 2026). Questa frammentazione suggerisce di non identificare la qualit\u00e0 documentale con la mera presenza di un riferimento. Con provenienza delle fonti (<em>Source Provenance<\/em>, SP) si adotta qui una nozione pi\u00f9 circoscritta dei modelli generali di provenance digitale, che includono entit\u00e0, attivit\u00e0, agenti e catene di derivazione (Moreau &amp; Missier, 2013): per <em>source-level provenance<\/em> si intende identit\u00e0, localizzabilit\u00e0, verificabilit\u00e0 dell&#8217;attribuzione e catena documentale della fonte invocata. SP stabilisce se e come la fonte possa essere ricostruita; non se il materiale reperito sostenga il claim.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">ES e SP restano vicini ma non coincidono. Una fonte pu\u00f2 essere correttamente attribuita e perfettamente tracciabile senza sostenere l&#8217;affermazione per cui viene citata; viceversa, un materiale potenzialmente probativo pu\u00f2 avere origine incerta. ES riguarda la relazione semantico-epistemica fra materiale reperito e claim (pertinenza, forza e sufficienza) mentre SP riguarda la ricostruibilit\u00e0 della fonte. La credibilit\u00e0 o qualit\u00e0 epistemica della fonte costituisce un&#8217;ulteriore propriet\u00e0 target: pu\u00f2 essere valutata attraverso EJ e incidere sul peso di ES quando competenza, indipendenza, metodo o affidabilit\u00e0 siano pertinenti. Nell&#8217;esperimento di Yifan Ding e Matthew Facciani, la presenza di citazioni aumentava la fiducia anche con riferimenti casuali, mentre il controllo effettivo delle fonti risultava associato a fiducia inferiore (Ding et al., 2025). La citazione pu\u00f2 quindi essere insieme infrastruttura di verifica e segnale di credibilit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La sequenza che conduce dalla persuasione alle ragioni e dalle ragioni all&#8217;evidenza non descrive, dunque, funzioni destinate a restare separate. Un buon argomento pu\u00f2 persuadere proprio perch\u00e9 \u00e8 ben costruito, e una buona fonte pu\u00f2 razionalmente modificare il giudizio. Ci\u00f2 che occorre preservare \u00e8 la possibilit\u00e0 di stabilire quale relazione autorizzi il passaggio. La questione diventa ancora pi\u00f9 delicata quando l&#8217;interfaccia produce il materiale da valutare e viene successivamente chiamata a trasformarlo direttamente in un verdetto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">3. Il giudizio e la compressione delle funzioni<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A questo punto si rende necessario introdurre il giudizio epistemico (<em>Epistemic Judgment<\/em>, EJ), inteso come l&#8217;atto mediante cui un agente umano o artificiale attribuisce a un claim, a una fonte o a una risposta uno status di correttezza, credibilit\u00e0 o affidabilit\u00e0. Lo studio di Edoardo Loru, Jacopo Nudo e dei loro collaboratori offre un punto di partenza particolarmente utile. In una prima analisi, gli autori confrontano sei LLM con i rating esperti di NewsGuard e Media Bias\/Fact Check; per il confronto procedurale diretto con valutatori umani adottano poi un workflow agentico strutturato basato su Gemini 2.0 Flash e lo replicano con 50 partecipanti non esperti, chiamati a seguire la stessa procedura di valutazione. Nel complesso, i risultati mostrano che esiti vicini ai benchmark possono coesistere con differenze nei criteri osservabili associati alla valutazione. Chiamano <em>epistemia<\/em> la condizione nella quale la plausibilit\u00e0 superficiale pu\u00f2 prendere il posto della verifica (Loru et al., 2025).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Conviene non chiedere a questo risultato pi\u00f9 di quanto possa dare. Lo studio non consente di stabilire che i modelli \u201cnon ragionino\u201d, n\u00e9 offre un accesso diretto ai loro processi interni. Permette una conclusione metodologica pi\u00f9 circoscritta: dalla convergenza dell&#8217;esito non segue l&#8217;equivalenza del percorso valutativo. La distinzione acquista particolare rilievo quando il giudizio viene delegato a sistemi capaci anche di produrre il contenuto giudicato, perch\u00e9 il verdetto rischia altrimenti di funzionare come conferma retrospettiva dell&#8217;intera catena che lo precede.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Federico Germani e Giovanni Spitale mostrano, da un&#8217;altra prospettiva, che un segnale di <em>source attribution<\/em><em>,<\/em> in particolare l&#8217;origine dichiarata del contenuto, pu\u00f2 entrare direttamente in un giudizio valutativo sul claim. In un disegno che comprende quattro LLM, 4.800 statement relativi a 24 temi e 192.000 valutazioni, gli autori modificano il <em>framing<\/em> dichiarato della fonte e osservano variazioni sistematiche nei rating di <em>agreement<\/em> (Germani &amp; Spitale, 2025). La manipolazione non modifica SP in senso stretto, perch\u00e9 non riguarda tracciabilit\u00e0 o verificabilit\u00e0 dell&#8217;attribuzione documentale. Nel framework proposto il risultato \u00e8 adiacente a EJ, ma non ne costituisce una misura pura: mostra che informazioni associate alla fonte possono modificare, a parit\u00e0 di contenuto, un giudizio valutativo sul claim. Tali informazioni possono essere epistemicamente pertinenti quando competenza, indipendenza o affidabilit\u00e0 contano per il claim, ma il loro peso richiede comunque un nesso giustificativo adeguato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un caso ancora pi\u00f9 netto sul versante della forma persuasiva viene da Yerin Hwang e dai suoi collaboratori. Inserendo sette tecniche persuasive in soluzioni matematiche altrimenti identiche, gli autori osservano che LLM impiegati come giudici attribuiscono punteggi superiori a risposte errate, con incrementi fino a circa l&#8217;8% in media (Hwang et al., 2025). Minzhu Tu, Shiyu Ni e Keping Bi mostrano per\u00f2 che l&#8217;effetto del ragionamento esplicito dipende dalla capacit\u00e0 del valutatore: giudici pi\u00f9 deboli possono accettare pi\u00f9 facilmente risposte scorrette, mentre modelli pi\u00f9 capaci riescono in alcune condizioni a sfruttarne il contenuto per migliorare la valutazione (Tu et al., 2026). La spiegazione pu\u00f2 dunque funzionare come segnale superficiale oppure come informazione pertinente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Gli studi richiamati non provano un unico meccanismo; il loro accostamento serve a definire l&#8217;<em>episodio epistemico generativo<\/em>, cio\u00e8 la situazione comunicativa, osservata dal lato dell&#8217;utente, nella quale possono concorrere PF, IS, ES, SP ed EJ. Con funzione si intende un ruolo analitico, non una classe ontologicamente omogenea: IS, ES e SP sono relazioni di supporto o tracciabilit\u00e0; EJ \u00e8 un&#8217;operazione valutativa; PF \u00e8 una relazione di influenza. La matrice \u00e8 deliberatamente selettiva e non pretende di esaurire tutte le propriet\u00e0 dell&#8217;affidabilit\u00e0 epistemica. Il criterio di inclusione dipende dal percorso che il framework intende rendere auditabile dal lato dell&#8217;utente, seguendo la risposta dalla relazione d&#8217;influenza che pu\u00f2 instaurare con l&#8217;utente fino all&#8217;atto di giudizio, attraverso i passaggi che riguardano ragioni, evidenza e ricostruibilit\u00e0 documentale. Altre propriet\u00e0 dell&#8217;affidabilit\u00e0 possono attraversare questi passaggi senza richiedere, per ci\u00f2 solo, lo statuto di funzione autonoma. A questi livelli si affiancano T <em>(Truth\/Accuracy)<\/em>, status del claim quando applicabile, ed EU, gi\u00e0 introdotto come famiglia di outcome user-level. PF deve essere sempre riferita allo specifico endpoint di uptake assunto come persuasivo nel disegno considerato: trust, claim confidence, acceptance e belief change non sono assunti come esiti commensurabili. Riunire questi elementi significa descriverne la possibile concorrenza senza presupporne l\u2019omogeneit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Si propone qui di chiamare <em>epistemic function compression<\/em> non la semplice compresenza di queste dimensioni, ma la riduzione della separazione percepibile dall&#8217;utente fra funzioni e livelli analiticamente differenti nella continuit\u00e0 dell&#8217;interfaccia generativa. La formula non identifica una propriet\u00e0 interna del modello n\u00e9 richiede che tutte le funzioni siano presenti. Nel caso di PF, ci\u00f2 che l&#8217;interfaccia rende percepibile sono i segnali e le caratteristiche della configurazione potenzialmente rilevanti per l&#8217;influenza, non l&#8217;effetto causale stesso. Formulazione, supporto, provenienza, valutazione e segnali persuasivi possono cos\u00ec essere incontrati come parti di una sequenza comunicativa fortemente unificata. Una nozione recente di <em>epistemic compression<\/em> \u00e8 stata impiegata, in un senso diverso, da Man Sun, Dan Zang, Huan Zhou, Yi-Lin Che e Jun Chen per descrivere spiegazioni LLM che comprimono associazioni condizionali in narrazioni simili a meccanismi, segnalando in misura insufficiente l&#8217;attribuzione delle fonti e l&#8217;incertezza (Sun et al., 2026). L&#8217;affinit\u00e0 terminologica non implica identit\u00e0 concettuale: l&#8217;aggiunta di <em>function<\/em> circoscrive qui il fenomeno alla separazione percepibile fra ruoli analitici distinti nell&#8217;interfaccia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per studiare la <em>compression<\/em> conviene distinguere almeno due dimensioni dell&#8217;episodio: <em>co-presence<\/em>, cio\u00e8 quante funzioni sono simultaneamente presenti, e <em>functional separation<\/em>, cio\u00e8 quanto l&#8217;interfaccia ne rende distinguibili i confini. Nel caso di PF, la co-presence riguarda la presenza nell&#8217;episodio di una configurazione o di segnali potenzialmente pertinenti per l&#8217;influenza, non l&#8217;avvenuta realizzazione dell&#8217;effetto causale stesso. La seconda esprime pi\u00f9 direttamente la compression; la prima determina quante funzioni siano esposte, nello stesso episodio, alla possibilit\u00e0 di essere percepite come un insieme unitario. Ne segue che cinque funzioni ben segnalate possono risultare meno compresse di tre non differenziate. L&#8217;unit\u00e0 proposta per l&#8217;operazionalizzazione \u00e8 l&#8217;episodio user-facing; una futura validazione dovrebbe confrontare versioni funzionalmente equivalenti variando, per esempio, separazione grafica o per turni, etichette di evidenza e interpretazione, accesso alla fonte primaria, distinzione fra generazione e valutazione ed esplicitazione dell&#8217;incertezza. Poich\u00e9 functional separation \u00e8 definita in termini percettivi, una validazione dovr\u00e0 includere anche un manipulation check che verifichi che tali variazioni modifichino effettivamente la separazione percepita dall&#8217;utente. Si tratta di indicatori candidati, non di una scala gi\u00e0 validata; co-presence e functional separation vanno perci\u00f2 manipolate separatamente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La <em>compression<\/em>, presa in s\u00e9, non \u00e8 un difetto. Una risposta epistemicamente buona pu\u00f2 coordinare ragioni, evidenze, fonti verificabili e giudizi calibrati. La difficolt\u00e0 compare quando un segnale associato a una funzione incide sull&#8217;esercizio o sull&#8217;output di una funzione distinta con un peso non giustificato dal valore diagnostico che pu\u00f2 legittimamente essergli attribuito, date le informazioni accessibili all&#8217;agente e il contesto epistemico rilevante. Questa famiglia diagnostica prende il nome di <em>cross-function proxying<\/em>. Per non estendere il termine oltre questa struttura, lo si riserva dunque ai trasferimenti fra funzioni distinte; gli effetti che terminano direttamente su EU saranno invece descritti come <em>cross-level cue effects<\/em> e trattati come fenomeni affini, esterni alle istanze strette della categoria. Quando \u00e8 coinvolto T, occorre invece distinguere una modificazione dell&#8217;accuratezza effettiva del claim da una modificazione della sua valutazione: nel secondo caso l&#8217;endpoint empirico ricade su EJ.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il concetto va collocato in una tradizione pi\u00f9 ampia. Kahneman e Frederick descrivono l&#8217;<em>attribute substitution<\/em> come la sostituzione di un attributo target difficile con uno pi\u00f9 accessibile (Kahneman &amp; Frederick, 2002); Reber e Unkelbach mostrano che la <em>processing fluency<\/em> pu\u00f2 funzionare come segnale di verit\u00e0 in modo dipendente dall&#8217;ambiente (Reber &amp; Unkelbach, 2010). Sperber e il suo team riconducono la valutazione della comunicazione all&#8217;<em>epistemic vigilance<\/em> verso informatori, contenuti e ragioni (Sperber et al., 2010); Metzger, Flanagin e Medders documentano il ricorso a euristiche nella valutazione online di fonti e informazioni (Metzger et al., 2010). <em>Cross-function proxying<\/em> designa quindi una mappatura funzionale del trasferimento, distinta da un nuovo meccanismo generale del giudizio. <span class=\"footnote_referrer\"><a role=\"button\" tabindex=\"0\" onclick=\"footnote_moveToReference_9291_1('footnote_plugin_reference_9291_1_2');\" onkeypress=\"footnote_moveToReference_9291_1('footnote_plugin_reference_9291_1_2');\" ><sup id=\"footnote_plugin_tooltip_9291_1_2\" class=\"footnote_plugin_tooltip_text\">[2]<\/sup><\/a><span id=\"footnote_plugin_tooltip_text_9291_1_2\" class=\"footnote_tooltip\">La relazione con l&#8217;attribute substitution, la credibility evaluation e l&#8217;epistemic vigilance \u00e8 di specificazione, non di identificazione: cross-function proxying aggiunge una condizione&nbsp;&#x2026; <span class=\"footnote_tooltip_continue\"  onclick=\"footnote_moveToReference_9291_1('footnote_plugin_reference_9291_1_2');\">Continue reading<\/span><\/span><\/span><script type=\"text\/javascript\"> jQuery('#footnote_plugin_tooltip_9291_1_2').tooltip({ tip: '#footnote_plugin_tooltip_text_9291_1_2', tipClass: 'footnote_tooltip', effect: 'fade', predelay: 0, fadeInSpeed: 200, delay: 400, fadeOutSpeed: 200, position: 'top center', relative: true, offset: [-7, 0], });<\/script><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questa precisazione consente anche di distinguere il <em>proxying<\/em> dall&#8217;influenza legittima fra funzioni. Se competenza, indipendenza o affidabilit\u00e0 di una fonte sono pertinenti al claim, tali propriet\u00e0 possono razionalmente incidere su EJ e sul peso di ES; se una spiegazione contiene informazione diagnostica, il ragionamento dovrebbe modificare la valutazione. Non tutti gli effetti richiamati hanno, perci\u00f2, lo stesso statuto rispetto alla categoria: nel caso studiato da Ding, la presenza della citazione aumenta la fiducia dichiarata anche quando il riferimento \u00e8 casuale, mentre l&#8217;effettivo controllo della fonte risulta associato a livelli inferiori di fiducia; poich\u00e9 l&#8217;outcome \u00e8 EU, si tratta propriamente di un <em>cross-level cue effect<\/em> affine al problema del proxying. Nel dominio matematico di Hwang, invece, una forma persuasiva altera il giudizio su risposte errate, mentre il lavoro di Tu mostra che il ragionamento pu\u00f2 incidere sullo stesso giudizio in direzioni differenti a seconda della capacit\u00e0 del valutatore. Il framework non unifica causalmente questi fenomeni; prova a descriverne, a un livello pi\u00f9 astratto, una struttura comune.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Che tali passaggi non dominino necessariamente il giudizio emerge anche dalla controevidenza. Esther Boissin, Thomas H. Costello, Daniel Spinoza-Mart\u00edn, David G. Rand e Gordon Pennycook hanno mostrato in un esperimento preregistrato con 955 partecipanti che dialoghi <em>evidence-based<\/em> con un LLM possono ridurre convinzioni cospirazioniste o epistemicamente ingiustificate; n\u00e9 la presentazione dell&#8217;interlocutore come AI oppure come <em>expert<\/em> implicitamente umano, n\u00e9 un tono pi\u00f9 <em>human-like<\/em> hanno modificato significativamente l&#8217;effetto correttivo (Boissin et al., 2025). Il risultato impedisce di trasformare i segnali in una spiegazione universale dell&#8217;uptake e rafforza la necessit\u00e0 di trattare la <em>compression<\/em> come una configurazione che rende possibili alcuni trasferimenti fra funzioni, non come la loro causa sufficiente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La distinzione consente anche di separare due livelli empirici. Sia F\u2c7c la funzione di destinazione, Q\u2c7c la propriet\u00e0 oggetto della sua valutazione o del suo esercizio, V\u2c7c l&#8217;output osservabile di F\u2c7c e S\u1d62 un segnale associato a una funzione F\u1d62 distinta. Se Q\u2c7c resta costante e, in un disegno che consenta identificazione causale, una manipolazione di S\u1d62 produce una variazione sistematica di V\u2c7c, ci\u00f2 costituisce evidenza di un <em>cross-functional cue effect<\/em>. Per classificare l&#8217;effetto come <em>epistemically unwarranted cross-function proxying<\/em> occorre per\u00f2 un ulteriore benchmark normativo: il peso attribuito a S\u1d62 deve eccedere ci\u00f2 che il suo valore diagnostico, alla luce delle informazioni accessibili all&#8217;agente e del contesto considerato, autorizza. Il benchmark pu\u00f2 assumere forme differenti (per esempio un gold standard esperto, una norma esplicita del task o un modello probabilistico che stimi il valore diagnostico del segnale) e deve essere giustificato caso per caso. Rendere S\u1d62 artificialmente non diagnostico in laboratorio non basta, da solo, a mostrare irrazionalit\u00e0 del giudicante. Il criterio sperimentale identifica dunque l&#8217;influenza; la diagnosi di proxying richiede anche una giustificazione del perch\u00e9 quell&#8217;influenza sia epistemicamente indebita. Resta inoltre aperta l&#8217;ipotesi che la configurazione di <em>epistemic function compression<\/em> incida sulla frequenza di tali effetti: co-presence e functional separation dovranno essere manipolate indipendentemente. Gli effetti documentati negli studi su LLM-as-a-Judge restano dipendenti da modelli, prompt e task testati; la loro stabilit\u00e0 cross-model e longitudinale non va presupposta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">4. Verifica e condizioni dell\u2019<em>epistemic agency<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se le distinzioni fin qui introdotte hanno un&#8217;utilit\u00e0, essa dovrebbe emergere soprattutto quando si prova a precisare che cosa significhi verificare una risposta generativa. L&#8217;invito, ormai comune, a \u201ccontrollare ci\u00f2 che dice l\u2019AI\u201d rimane infatti indeterminato finch\u00e9 non \u00e8 chiaro quale relazione debba essere controllata. Una risposta pu\u00f2 essere fattualmente corretta in un punto e inferenzialmente debole in un altro; pu\u00f2 rinviare a una fonte autentica che non sostiene il claim per cui viene convocata; pu\u00f2 infine essere accompagnata da un giudizio plausibile la cui procedura rimane poco trasparente. In casi simili la verifica assume meno la forma di un verdetto supplementare che quella di una pratica capace di mantenere distinguibili, abbastanza a lungo, i diversi titoli epistemici attraverso cui la risposta chiede di essere accettata.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La <em>five-function epistemic appraisal<\/em> che deriva dal modello va intesa in questo senso. Non \u00e8 ancora disponibile una procedura educativa validata, n\u00e9 sarebbe ragionevole applicare lo stesso livello di audit a ogni conversazione. Lo schema serve a rendere pi\u00f9 determinato l&#8217;atto del controllo, permettendo di riaprire la risposta nel punto in cui rischio, contesto o scopo dell&#8217;interazione lo rendano necessario. Nel caso di PF, la five-function appraisal non consente all&#8217;utente di stimare direttamente l&#8217;effetto causale individuale, che richiederebbe un controfattuale non osservabile; consente piuttosto di identificare segnali e configurazioni potenzialmente rilevanti per l&#8217;influenza e di riaprire le relazioni epistemiche sulle quali l&#8217;accettazione si appoggia. Quando l&#8217;accettazione sembra poggiare prevalentemente su segnali o caratteristiche persuasive, diventa pertinente ricostruire la relazione fra ragioni e conclusione; se il problema riguarda le premesse empiriche, occorre risalire al materiale che le sostiene e al documento cui esso pu\u00f2 essere ricondotto. Anche il verdetto prodotto da un sistema artificiale rimane disponibile a una valutazione ulteriore.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La proporzionalit\u00e0 del controllo \u00e8, in questo quadro, parte della competenza stessa. Un impiego a basso rischio e dalle conseguenze facilmente reversibili non richiede lo stesso lavoro di verifica di una decisione sanitaria, civica o professionale. La struttura delle distinzioni rimane disponibile; cambia il grado con cui diventa ragionevole renderle operative. In questo senso la <em>five-function appraisal<\/em> svolge soprattutto una funzione orientativa: offre una mappa dei punti nei quali la continuit\u00e0 dell&#8217;interfaccia pu\u00f2 essere riaperta, lasciando al contesto la determinazione di quanto lontano debba spingersi l&#8217;audit.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La proposta si inserisce, peraltro, in un quadro educativo per il quale esistono gi\u00e0 evidenze empiriche. Marvin Fendt, Xenia Muth e Peter Adriaan Edelsbrunner hanno sintetizzato 64 studi sperimentali controllati sugli interventi per la valutazione della credibilit\u00e0 delle fonti: l&#8217;effetto complessivo \u00e8 positivo e il <em>lateral reading<\/em> presenta, fra gli approcci confrontati, gli effetti medi pi\u00f9 elevati, pur con notevole eterogeneit\u00e0 (Fendt et al., 2025). Su un piano pi\u00f9 ampio, Guanxiong Huang, Wufan Jia e Wenting Yu hanno sintetizzato 49 studi sperimentali, per un totale di 81.155 partecipanti, trovando effetti positivi degli interventi di media literacy sulla resilienza alla misinformation (Huang et al., 2024). Nessuno dei due risultati valida la <em>five-function epistemic appraisal<\/em>, che rimane da testare negli ambienti generativi; mostrano per\u00f2 che source evaluation e media literacy possono essere oggetto di interventi efficaci. La proposta qui avanzata estende questo quadro a un ambiente nel quale possono dover essere riaperte anche le relazioni fra persuasione, ragioni, evidenza e giudizio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L&#8217;esperimento di Mengqi Liao e S. Shyam Sundar rende particolarmente chiaro questo passaggio. In un disegno preregistrato con 477 partecipanti, un assistente generativo presentava misinformation mentre venivano variate <em>conversationality<\/em> e <em>verification affordance<\/em>. Una maggiore conversationality aumentava la fiducia, nel modello degli autori anche attraverso la riduzione della <em>negative-machine heuristic<\/em>, mentre la condizione di verifica effettiva, nella quale l&#8217;utente accedeva anche al materiale correttivo, riduceva la credibilit\u00e0 attribuita all&#8217;informazione falsa (Liao &amp; Sundar, 2026). La disponibilit\u00e0 del cue di verifica non equivale dunque al suo uso: nel loro disegno, l&#8217;affordance produce l&#8217;effetto epistemicamente rilevante quando si traduce in una pratica effettiva dell&#8217;utente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 qui che il problema si raccorda alla nozione di <em>epistemic agency<\/em>. Aaron Hyzen, Hilde Van den Bulck, Manuel Puppis, Michelle Kulig e Steve Paulussen sviluppano un framework generale di <em>epistemic welfare<\/em> centrato sulle condizioni e capacit\u00e0 necessarie all&#8217;esercizio dell&#8217;agency epistemica nella sfera pubblica, illustrandolo principalmente attraverso il caso dei recommender systems (Hyzen et al., 2026). La relazione fra <em>epistemic agency<\/em> e sistemi generativi \u00e8 gi\u00e0 stata tematizzata, soprattutto in ambito educativo: Jiun-Yu Wu, Yuan-Hsuan Lee, Ching Sing Chai e Chin-Chung Tsai propongono un framework che mette in relazione <em>human epistemic agency<\/em> e <em>shared epistemic agency<\/em> nell&#8217;interazione con sistemi generativi (Wu et al., 2025). Il loro oggetto \u00e8 principalmente educativo e non coincide con quello sviluppato qui. L&#8217;applicazione dello specifico criterio di <em>epistemic welfare<\/em> alle condizioni infrastrutturali della verifica nelle interfacce generative costituisce qui la proposta teorica. Ci\u00f2 che pu\u00f2 essere trasferito \u00e8 il criterio secondo cui la qualit\u00e0 di un&#8217;infrastruttura informativa dipende, oltre che dalla quantit\u00e0 di informazione disponibile, anche dalle condizioni che offre agli individui per raggiungere stati epistemicamente validi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Considerata da questo punto di vista, l&#8217;affidabilit\u00e0 di un ambiente generativo non coincide completamente con la frequenza delle risposte corrette, pur continuando a dipenderne in misura essenziale. Un sistema che produce meno errori \u00e8, sotto questo profilo, migliore; resta per\u00f2 da valutare se l&#8217;ambiente attraverso cui l&#8217;informazione viene presentata mantenga percorribili le relazioni che consentono di comprenderne il fondamento. \u00c8 qui che il problema assume una dimensione propriamente ecologica: riguarda la disponibilit\u00e0 di output corretti e, insieme, le condizioni nelle quali l&#8217;utente pu\u00f2 ancora risalire dalle conclusioni alle ragioni, dalle ragioni all&#8217;evidenza e dall&#8217;evidenza alla sua provenienza quando il costo dell&#8217;errore lo richiede.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Una literacy adeguata a questo ambiente non dovrebbe, perci\u00f2, imporre una diffidenza generalizzata verso l&#8217;intelligenza artificiale. Una parte dell&#8217;utilit\u00e0 pratica dei sistemi generativi deriva proprio dalla possibilit\u00e0 di delegare e ricomporre alcune operazioni informative riducendone i costi di accesso e di sintesi. Sembra pi\u00f9 plausibile intendere l&#8217;agency epistemica come capacit\u00e0 di discriminare quando tale delega sia sufficiente e quando debba essere riaperta. Essa non dipende soltanto dalla disposizione individuale a controllare, perch\u00e9 la possibilit\u00e0 del controllo \u00e8 anche una propriet\u00e0 delle infrastrutture: una fonte irraggiungibile, una catena documentale opaca o un verdetto privo di criteri osservabili restringono ci\u00f2 che l&#8217;utente pu\u00f2 effettivamente fare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Anche la letteratura sulla <em>trust calibration<\/em> offre un limite utile. Mohammad Naiseh, Dena Al-Thani, Nan Jiang e Raian Ali, sulla base della letteratura precedente e di uno studio qualitativo su sistemi di raccomandazione spiegabili, discutono errori di calibrazione e principi di design quali <em>engagement, friction<\/em> e <em>attention guidance<\/em> (Naiseh et al., 2021). Il lavoro \u00e8 coerente con l&#8217;ipotesi che spiegazione e controllo siano pi\u00f9 utili quando l&#8217;ambiente ne sostiene un uso discriminante; non la dimostra causalmente per le interfacce generative.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Da questo punto di vista, il design dell&#8217;interfaccia entra nell&#8217;ecologia della comunicazione senza diventarne l&#8217;unico luogo della responsabilit\u00e0. Rendere pi\u00f9 visibile la provenienza, facilitare l&#8217;accesso al documento originario o distinguere la produzione di una risposta dalla sua valutazione pu\u00f2 ridurre alcuni costi del controllo; nessuna scelta di design sostituisce tuttavia criteri istituzionali, pratiche professionali e formazione. Su questa base si propone qui di intendere, nel caso delle interfacce generative, l&#8217;<em>epistemic agency<\/em> come una capacit\u00e0 individualmente esercitata ma infrastrutturalmente abilitata e vincolata: l&#8217;atto di giudicare resta dell&#8217;agente, mentre l&#8217;ambiente pu\u00f2 ampliare o restringere le condizioni concrete in cui il percorso della risposta pu\u00f2 essere riaperto e verificato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">5. Conclusioni<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il problema delle <em>hallucinations<\/em> ha reso manifesta una prima dissociazione della plausibilit\u00e0 dalla verit\u00e0. Le ricerche sulla persuasione, sulle citazioni e sugli LLM impiegati come giudici suggeriscono che la stessa esigenza di distinzione ricompaia anche quando non vi \u00e8 un errore manifesto da correggere. Il modello PF-IS-ES-SP-EJ prova a rendere leggibile questa situazione assumendo come unit\u00e0 l&#8217;episodio generativo osservato dal lato dell&#8217;utente e distinguendo esplicitamente la struttura di supporto della risposta, l&#8217;operazione valutativa, la relazione persuasiva, lo status del claim e gli esiti sull&#8217;utente. La sua pretesa rimane deliberatamente limitata: ricomporre in un&#8217;architettura comune dimensioni gi\u00e0 studiate da letterature differenti, conservando i criteri che impediscono di farle valere automaticamente l&#8217;una per l&#8217;altra.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La riduzione della separazione percepibile fra questi livelli \u00e8 qui descritta come <em>epistemic function compression<\/em>. All&#8217;interno di questa configurazione, <em>cross-function proxying<\/em> isola i passaggi nei quali un segnale associato a una funzione incide sull&#8217;esercizio o sull&#8217;output di una funzione distinta oltre il peso che il suo valore diagnostico pu\u00f2 legittimamente sostenere nel contesto rilevante. Il rapporto causale fra i due fenomeni resta da dimostrare. Ci\u00f2 che il framework consente gi\u00e0 di vedere \u00e8 pi\u00f9 circoscritto: la comodit\u00e0 dell&#8217;interazione generativa pu\u00f2 riunire operazioni epistemiche senza abolire le differenze da cui dipende il loro valore.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se questa ricostruzione \u00e8 corretta, il compito della <em>media literacy<\/em> e della <em>source literacy<\/em> consiste nel conservare la possibilit\u00e0 di riaprire, quando necessario, ci\u00f2 che l&#8217;interfaccia rende conveniente riunire. La posta in gioco riguarda allora le condizioni nelle quali rimane percorribile la distanza fra ci\u00f2 che persuade e ci\u00f2 che autorizza la persuasione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Bibliografia<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Achinstein, P. (2001), The Book of Evidence, Oxford: Oxford University Press. DOI: <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1093\/0195143892.001.0001\">10.1093\/0195143892.001.0001<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Boissin, E., Costello, T. H., Spinoza-Mart\u00edn, D., Rand, D. G. &amp; Pennycook, G. (2025), Dialogues with large language models reduce conspiracy beliefs even when the AI is perceived as human, &#8220;PNAS Nexus&#8221;, 4(11), pgaf325. DOI: <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1093\/pnasnexus\/pgaf325\">10.1093\/pnasnexus\/pgaf325<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Bozdag, N. B., Mehri, S., Yang, X., Ha, H., Cheng, Z., Durmus, E., You, J., Ji, H., Tur, G. &amp; Hakkani-T\u00fcr, D. (2026), Must Read: A comprehensive survey of computational persuasion, &#8220;ACM Computing Surveys&#8221;, 58(12), art. 310, 1-39. DOI: <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1145\/3800687\">10.1145\/3800687<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Deller, A. (2026), The epistemic costs of super-persuasive AI, &#8220;Philosophy &amp; Technology&#8221;, 39, art. 92. DOI: <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1007\/s13347-026-01106-4\">10.1007\/s13347-026-01106-4<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ding, Y., Facciani, M., Joyce, E., Poudel, A., Bhattacharya, S., Veeramani, B., Aguinaga, S. &amp; Weninger, T. (2025), Citations and trust in LLM generated responses, &#8220;Proceedings of the AAAI Conference on Artificial Intelligence&#8221;, 39(22), 23787-23795. DOI: <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1609\/aaai.v39i22.34550\">10.1609\/aaai.v39i22.34550<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Fendt, M., Muth, X. &amp; Edelsbrunner, P. A. (2025), Judging a text by its author &#8211; A meta-analysis of interventions to foster source credibility assessment, &#8220;Learning and Individual Differences&#8221;, 124, 102782. DOI: <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1016\/j.lindif.2025.102782\">10.1016\/j.lindif.2025.102782<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Germani, F. &amp; Spitale, G. (2025), Source framing triggers systematic bias in large language models, &#8220;Science Advances&#8221;, 11(45), eadz2924. DOI: <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1126\/sciadv.adz2924\">10.1126\/sciadv.adz2924<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Hackenburg, K., Tappin, B. M., Hewitt, L., Saunders, E., Black, S., Lin, H., Fist, C., Margetts, H., Rand, D. G. &amp; Summerfield, C. (2025), The levers of political persuasion with conversational artificial intelligence, &#8220;Science&#8221;, 390(6777), eaea3884. DOI: <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1126\/science.aea3884\">10.1126\/science.aea3884<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Huang, G., Jia, W. &amp; Yu, W. (2024), Media Literacy Interventions Improve Resilience to Misinformation: A Meta-Analytic Investigation of Overall Effect and Moderating Factors, &#8220;Communication Research&#8221;, OnlineFirst. DOI: <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1177\/00936502241288103\">10.1177\/00936502241288103<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Hwang, Y., Lee, D., Kang, T., Kim, Y. &amp; Jung, K. (2025), Can You Trick the Grader? Adversarial persuasion of LLM judges, in &#8220;Findings of the Association for Computational Linguistics: EMNLP 2025&#8221;, 14632-14651. Association for Computational Linguistics. DOI: <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.18653\/v1\/2025.findings-emnlp.790\">10.18653\/v1\/2025.findings-emnlp.790<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Hyzen, A., Van den Bulck, H., Puppis, M., Kulig, M. &amp; Paulussen, S. (2026), Epistemic welfare and algorithmic recommender systems: overcoming the epistemic crisis in the digitalized public sphere, &#8220;Communication Theory&#8221;, 36(1), 46-57. DOI: <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1093\/ct\/qtaf018\">10.1093\/ct\/qtaf018<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Kahneman, D. &amp; Frederick, S. (2002), Representativeness revisited: Attribute substitution in intuitive judgment, in Gilovich, T., Griffin, D. &amp; Kahneman, D. (a cura di), Heuristics and Biases: The Psychology of Intuitive Judgment, 49-81, Cambridge: Cambridge University Press. DOI: <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1017\/CBO9780511808098.004\">10.1017\/CBO9780511808098.004<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Kalai, A. T., Nachum, O., Vempala, S. S. &amp; Zhang, E. (2026), Evaluating large language models for accuracy incentivizes hallucinations, &#8220;Nature&#8221;, 653, 1047-1051. DOI: <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1038\/s41586-026-10549-w\">10.1038\/s41586-026-10549-w<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Liao, M. &amp; Sundar, S. S. (2026), Chat but verify: Combating misinformation in conversational generative AI with verification affordance, &#8220;Journal of Computer-Mediated Communication&#8221;, 31(3), zmag012. DOI: <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1093\/jcmc\/zmag012\">10.1093\/jcmc\/zmag012<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Loru, E., Nudo, J., Di Marco, N., Santirocchi, A., Atzeni, R., Cinelli, M., Cestari, V., Rossi-Arnaud, C. &amp; Quattrociocchi, W. (2025), The simulation of judgment in LLMs, &#8220;Proceedings of the National Academy of Sciences&#8221;, 122(42), e2518443122. DOI: <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1073\/pnas.2518443122\">10.1073\/pnas.2518443122<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Metzger, M. J., Flanagin, A. J. &amp; Medders, R. B. (2010), Social and heuristic approaches to credibility evaluation online, &#8220;Journal of Communication&#8221;, 60(3), 413-439. DOI: <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1111\/j.1460-2466.2010.01488.x\">10.1111\/j.1460-2466.2010.01488.x<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Moreau, L. &amp; Missier, P. (a cura di) (2013), PROV-DM: The PROV Data Model, W3C Recommendation, 30 April 2013. URL: <a href=\"https:\/\/www.w3.org\/TR\/prov-dm\/\">https:\/\/www.w3.org\/TR\/prov-dm\/<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Naiseh, M., Al-Thani, D., Jiang, N. &amp; Ali, R. (2021), Explainable recommendation: when design meets trust calibration, &#8220;World Wide Web&#8221;, 24(5), 1857-1884. DOI: <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1007\/s11280-021-00916-0\">10.1007\/s11280-021-00916-0<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Reber, R. &amp; Unkelbach, C. (2010), The epistemic status of processing fluency as source for judgments of truth, &#8220;Review of Philosophy and Psychology&#8221;, 1(4), 563-581. DOI: <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1007\/s13164-010-0039-7\">10.1007\/s13164-010-0039-7<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Schreieder, T., Schopf, T. &amp; F\u00e4rber, M. (2026), Attribution, Citation, and Quotation: A survey of evidence-based text generation with large language models, in &#8220;Proceedings of the 64th Annual Meeting of the Association for Computational Linguistics (Volume 1: Long Papers)&#8221;, 30956-31000. Association for Computational Linguistics. DOI: <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.18653\/v1\/2026.acl-long.1430\">10.18653\/v1\/2026.acl-long.1430<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sperber, D., Cl\u00e9ment, F., Heintz, C., Mascaro, O., Mercier, H., Origgi, G. &amp; Wilson, D. (2010), Epistemic vigilance, &#8220;Mind &amp; Language&#8221;, 25(4), 359-393. DOI: <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1111\/j.1468-0017.2010.01394.x\">10.1111\/j.1468-0017.2010.01394.x<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sun, M., Zang, D., Zhou, H., Che, Y.-L. &amp; Chen, J. (2026), Epistemic compression in large language model explanations of the gut-liver axis, &#8220;Frontiers in Cellular and Infection Microbiology&#8221;, 16, 1773593. DOI: <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.3389\/fcimb.2026.1773593\">10.3389\/fcimb.2026.1773593<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Toulmin, S. E. (2003), The Uses of Argument, updated ed., Cambridge: Cambridge University Press. DOI: <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1017\/CBO9780511840005\">10.1017\/CBO9780511840005<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tu, M., Ni, S. &amp; Bi, K. (2026), How Long Reasoning Chains Influence LLMs&#8217; Judgment of Answer Factuality, in &#8220;Proceedings of the 64th Annual Meeting of the Association for Computational Linguistics (Volume 1: Long Papers)&#8221;, 44957-44972. Association for Computational Linguistics. DOI: <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.18653\/v1\/2026.acl-long.2082\">10.18653\/v1\/2026.acl-long.2082<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Vidotto, G. (2026), Plausibility, persuasion, and truth: why language models may appear designed to deceive, &#8220;Humanities and Social Sciences Communications&#8221;, 13, art. 627. DOI: <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1057\/s41599-026-07513-4\">10.1057\/s41599-026-07513-4<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Wu, J.-Y., Lee, Y.-H., Chai, C. S. &amp; Tsai, C.-C. (2025), Strengthening human epistemic agency in the symbiotic learning partnership with generative artificial intelligence, &#8220;Educational Researcher&#8221;, 54(6), 358-368. DOI: <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.3102\/0013189X251333628\">10.3102\/0013189X251333628<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Biografia<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Gianluigi Polizzi Sasso<\/strong> si occupa di strategia narrativa per la casa di produzione cinematografica italo-canadese Movies Move Us. Ha studiato Filosofia all\u2019Universit\u00e0 Ca\u2019 Foscari Venezia e si \u00e8 successivamente specializzato in Intelligenza Artificiale, Comunicazione e Societ\u00e0 presso l\u2019Universit\u00e0 degli Studi di Udine. I suoi interessi di ricerca riguardano i processi di persuasione e di costruzione del consenso, con particolare attenzione ai rapporti tra argomentazione, comunicazione politica e tecnologie digitali.<\/p>\n<div class=\"speaker-mute footnotes_reference_container\"> <div class=\"footnote_container_prepare\"><h2><span role=\"button\" tabindex=\"0\" class=\"footnote_reference_container_label pointer\" onclick=\"footnote_expand_collapse_reference_container_9291_1();\">References<\/span><span role=\"button\" tabindex=\"0\" class=\"footnote_reference_container_collapse_button\" style=\"display: none;\" onclick=\"footnote_expand_collapse_reference_container_9291_1();\">[<a id=\"footnote_reference_container_collapse_button_9291_1\">+<\/a>]<\/span><\/h2><\/div> <div id=\"footnote_references_container_9291_1\" style=\"\"><table class=\"footnotes_table footnote-reference-container\"><caption class=\"accessibility\">References<\/caption> <tbody> \r\n\r\n<tr class=\"footnotes_plugin_reference_row\"> <th scope=\"row\" class=\"footnote_plugin_index_combi pointer\"  onclick=\"footnote_moveToAnchor_9291_1('footnote_plugin_tooltip_9291_1_1');\"><a id=\"footnote_plugin_reference_9291_1_1\" class=\"footnote_backlink\"><span class=\"footnote_index_arrow\">&#8593;<\/span>1<\/a><\/th> <td class=\"footnote_plugin_text\">La ricognizione della letteratura \u00e8 teorico-narrativa, non una <em>systematic review<\/em>: le fonti sono selezionate per pertinenza diagnostica rispetto alle distinzioni proposte e non pretendono di rappresentare esaustivamente il campo. La formulazione del contributo \u00e8 perci\u00f2 comparativa, perch\u00e9 non si rivendica la priorit\u00e0 delle singole distinzioni, ma la loro organizzazione nella matrice PF-IS-ES-SP-EJ.<\/td><\/tr>\r\n\r\n<tr class=\"footnotes_plugin_reference_row\"> <th scope=\"row\" class=\"footnote_plugin_index_combi pointer\"  onclick=\"footnote_moveToAnchor_9291_1('footnote_plugin_tooltip_9291_1_2');\"><a id=\"footnote_plugin_reference_9291_1_2\" class=\"footnote_backlink\"><span class=\"footnote_index_arrow\">&#8593;<\/span>2<\/a><\/th> <td class=\"footnote_plugin_text\">La relazione con l&#8217;<em>attribute substitution<\/em>, la <em>credibility evaluation<\/em> e l&#8217;<em>epistemic vigilance<\/em> \u00e8 di specificazione, non di identificazione: <em>cross-function proxying<\/em> aggiunge una condizione relativa alla struttura dell&#8217;episodio generativo, chiedendo a quale funzione sia associato il segnale utilizzato e su quale diversa funzione esso incida.<\/td><\/tr>\r\n\r\n <\/tbody> <\/table> <\/div><\/div><script type=\"text\/javascript\"> function footnote_expand_reference_container_9291_1() { jQuery('#footnote_references_container_9291_1').show(); jQuery('#footnote_reference_container_collapse_button_9291_1').text('\u2212'); } function footnote_collapse_reference_container_9291_1() { jQuery('#footnote_references_container_9291_1').hide(); jQuery('#footnote_reference_container_collapse_button_9291_1').text('+'); } function footnote_expand_collapse_reference_container_9291_1() { if (jQuery('#footnote_references_container_9291_1').is(':hidden')) { footnote_expand_reference_container_9291_1(); } else { footnote_collapse_reference_container_9291_1(); } } function footnote_moveToReference_9291_1(p_str_TargetID) { footnote_expand_reference_container_9291_1(); var l_obj_Target = jQuery('#' + p_str_TargetID); if (l_obj_Target.length) { jQuery( 'html, body' ).delay( 0 ); jQuery('html, body').animate({ scrollTop: l_obj_Target.offset().top - window.innerHeight * 0.2 }, 380); } } function footnote_moveToAnchor_9291_1(p_str_TargetID) { footnote_expand_reference_container_9291_1(); var l_obj_Target = jQuery('#' + p_str_TargetID); if (l_obj_Target.length) { jQuery( 'html, body' ).delay( 0 ); jQuery('html, body').animate({ scrollTop: l_obj_Target.offset().top - window.innerHeight * 0.2 }, 380); } }<\/script>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di Gianluigi Polizzi Sasso Introduzione editoriale Che cosa vuol dire verificare \u00c8 uno dei contributi pi\u00f9 tecnico di questo numero, e contiene la domanda che tutti gli altri danno per risolta: verificare che cosa, esattamente? Un esempio, per capire il problema. Immaginiamo che un&#8217;insegnante chieda a un sistema generativo se il tutoraggio fra pari migliori i risultati degli studenti in difficolt\u00e0, e riceva una risposta di questo tipo: s\u00ec; il tutor consolida ci\u00f2 che spiega e il tutorato trova un linguaggio pi\u00f9 vicino al proprio; una meta-analisi su oltre sessanta studi indica un effetto medio consistente; il riferimento \u00e8 a un lavoro del 2005; si<a class=\"more-link\" href=\"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/persuasione-e-verifica-epistemica-nella-comunicazione-generative\/\">Leggi altro &rarr;<\/a><\/p>\n","protected":false},"author":8,"featured_media":0,"parent":0,"menu_order":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":{"_acf_changed":false,"footnotes":""},"class_list":["entry","author-c-marinucci","post-9291","page","type-page","status-publish"],"acf":[],"jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/9291","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/users\/8"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=9291"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/9291\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":9292,"href":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/9291\/revisions\/9292"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.diculther.it\/rivista\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=9291"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}