Nell’Antropocene digitale prevenire non significa soltanto evitare il rischio: significa costruire comunità capaci di riconoscerlo, discuterlo e affrontarlo insieme.

Un bosco dopo una tempesta. Alcuni alberi sono caduti, altri sono rimasti in piedi. Non per fortuna, ma per la qualità del terreno, per la rete delle radici, per una capacità di adattamento costruita nel tempo.

È una buona immagine per ripensare la prevenzione: non soltanto un insieme di norme da rispettare quando qualcosa può andare storto, ma la capacità collettiva di costruire prima le condizioni che permettono alle persone e alle comunità di affrontare il rischio.

Da questa domanda nasce Custodire la vita. Prevenzione, diritti e nuove vulnerabilità nell’Antropocene digitale, nuovo volume della Costellazione editoriale #DiCultHer2026, pubblicato da Stamen nella Collana Studi.

Dall’adempimento al diritto

Il libro propone una tesi precisa: la prevenzione non dovrebbe essere vissuta solo come un obbligo burocratico o come una materia riservata agli specialisti. È un diritto esigibile, radicato nella dignità di ogni persona che lavora, studia, crea e vive negli spazi condivisi.

Questa prospettiva diventa particolarmente importante nell’Antropocene digitale, perché anche i rischi stanno cambiando. Accanto a quelli fisici emergono vulnerabilità cognitive, algoritmiche e relazionali: iperconnessione, sovraccarico informativo, frammentazione dell’attenzione, forme di sorveglianza algoritmica, progressiva delega delle decisioni alle macchine.

Scuole, università, biblioteche, musei, archivi, luoghi di lavoro, ospedali e territori diventano così ecosistemi umani da custodire.

Educare alla prevenzione

Qui la prevenzione incontra direttamente la missione educativa. Formare non può significare soltanto trasmettere conoscenze tecniche o spiegare quali norme rispettare. Significa anche mettere le persone nelle condizioni di riconoscere le vulnerabilità proprie e degli ambienti nei quali vivono e lavorano, sviluppando capacità di giudizio, responsabilità e cura.

La scuola, in questa prospettiva, è un ecosistema umano nel quale salute, benessere, relazioni, attenzione e qualità del lavoro educativo sono profondamente interdipendenti.

Una comunità che sa riconoscere i rischi, nominarli, discuterli e prevenirli è una comunità più libera, più consapevole e più giusta.

La prevenzione diventa così una forma di alfabetizzazione democratica. Per questo dovrebbe trovare spazio stabile nei percorsi educativi, non come materia accessoria, ma come competenza necessaria per abitare responsabilmente il presente.

Dalla sicurezza all’ecologia della cura

Il volume percorre tre passaggi: mette in discussione i modelli di prevenzione ereditati dal Novecento; propone la prevenzione come diritto nei luoghi concreti della vita sociale; apre infine verso una ecologia della cura, nella quale algoretica, One Health, educazione, beni comuni e democrazia vengono ricondotti a una stessa responsabilità.

Custodire la vita significa allora custodire anche le condizioni nelle quali una vita può svilupparsi dignitosamente: la qualità delle relazioni, l’autonomia delle persone, l’ambiente, il lavoro, l’accesso consapevole alla tecnologia, la possibilità di partecipare.

Il libro si conclude con un Manifesto in dieci principi: non una conclusione affidata agli specialisti, ma un appello civile rivolto a educatori, amministratori, professionisti, operatori culturali e cittadini.

Prevenzione e democrazia appartengono alla stessa domanda: quali condizioni vogliamo costruire oggi perché persone e comunità possano abitare dignitosamente il futuro?

IL VOLUME
Custodire la vita. Prevenzione, diritti e nuove vulnerabilità nell’Antropocene digitale
A cura di Carmine Marinucci e Marina Cauletti
Stamen, Collana Studi, 2026 — ISBN 9791281045729
Abstract del volume

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