Perché una Call for Papers oggi?
Per dare corpo e senso alle nostre utopie concrete.
Per connettere persone, comunità educanti, ricercatori, scuole, territori e istituzioni.
Per riflettere insieme su come l’innovazione digitale e l’Intelligenza Artificiale possano essere orientate alla dignità umana, alla partecipazione democratica, alla sostenibilità culturale.
La rivista Culture Digitali promossa da #DiCultHer invita studiosi, docenti, educatori, professionisti dei luoghi della cultura, giovani ricercatori e comunità territoriali a contribuire con articoli, esperienze, ricerche e visioni capaci di interpretare il nostro tempo.
Cornice tematica dei due numeri:
- per il numero 19: Il rovescio. Che cosa il patrimonio vede e la macchina no
- per il numero 20: La cultura tecnica come bene comune. Perché capire come funziona una macchina è un diritto di cittadinanza.

NUMERO 19
Il rovescio
Che cosa il patrimonio vede e la macchina no
Pubblicazione progressiva da ottobre 2026 · chiusura del fascicolo a gennaio 2027 · scadenza per l’invio 20 dicembre 2026
Un abito da sera italiano del 1941. La scansione digitale rileva una linea intatta, un’eleganza fluida, un capo perfettamente conservato. Il rovescio racconta un’altra storia: fodere di recupero, stecche in legno o ferro riciclato. Il regime autarchico. La scarsità della guerra.
La macchina vede il dritto. La storia sta nel rovescio.
Da questa immagine — che dobbiamo a un contributo apparso sul n. 18 della rivista — prende il titolo il numero 19 di «Culture Digitali».
La domanda
Nel numero precedente, contributi arrivati da paesi e discipline diverse sono convenuti su una constatazione che nessuno degli autori aveva concordato con gli altri.
Un’analisi di centonove progetti realizzati da docenti italiani mostrava che nei lavori migliori c’è sempre qualcuno che ha individuato un errore del sistema generativo — e che se n’è accorto perché conosceva il proprio territorio. Un modello didattico elaborato in Türkiye collocava l’osservazione sul campo fra le componenti strutturali del percorso, dopo aver constatato che gli studenti non avevano mai guardato il proprio patrimonio con occhi di ricerca. Un insegnante di scuola primaria proponeva la filologia come metodo educativo, osservando che quella disciplina affronta da secoli il problema di un testo che sembra autorevole e non lo è.
Tutti dicevano, con parole diverse, la stessa cosa: il patrimonio è ciò che permette di accorgersi di un errore che nessuno segnala.
Il numero 19 mette quella constatazione al centro e la interroga.
Non cerchiamo contributi sul patrimonio culturale digitale in generale, né sull’intelligenza artificiale applicata ai beni culturali. Cerchiamo qualcosa di più preciso: che cosa vede chi conosce un patrimonio, e che una macchina non può vedere? E che cosa comporta questo per l’educazione, per la ricerca, per il modo in cui trattiamo ciò che ci è stato lasciato in eredità?
Assi tematici
1. La plausibilità come problema. Un sistema generativo non produce testi falsi: produce testi plausibili, coerenti, indistinguibili dal vero per chi non sa dove guardare. E la plausibilità è più difficile da smontare della falsità. Quali discipline hanno già affrontato questo problema? La filologia con l’errore di copista, la diagnostica con l’artefatto, l’archivistica con il documento apocrifo, il restauro con l’integrazione non dichiarata. Che cosa possiamo imparare da metodi costruiti in secoli?
2. Il rovescio. L’informazione decisiva sta spesso dove il sistema non guarda: nelle cuciture interne di un abito, nelle cancellature di un manoscritto, nelle stratigrafie, nei margini, negli scarti di lavorazione. Quali sono le operazioni concrete con cui si guarda un rovescio — e come si insegnano?
3. Il territorio come criterio. Che cosa significa, operativamente, che la conoscenza di un patrimonio locale permette di giudicare la verosimiglianza di ciò che un sistema restituisce. Quali competenze presuppone. E che cosa accade a chi non le possiede.
4. Ciò che non è digitalizzato. L’archivio non indicizzato, la lingua minore, la fonte mai trascritta, il patrimonio immateriale che non lascia tracce testuali. È un limite dei modelli generativi, o una riserva strategica?
5. Educazione al rovescio. Come si insegna — a un bambino di otto anni, a uno studente, a un docente — a cercare ciò che non è in evidenza. Esperienze documentate, pratiche verificate, metodi trasferibili.
6. Il patrimonio che scompare mentre lo osserviamo. Beni sotto minaccia ambientale, bellica o urbanistica, documentati con strumenti digitali. Che cosa cambia quando lo sguardo è remoto, e che cosa si perde per strada.
Che cosa cerchiamo
Contributi che partano da un caso concreto e ne ricavino un metodo, più che saggi teorici. Un episodio ben raccontato vale più di tre pagine di inquadramento.
Accogliamo contributi da discipline diverse: patrimonio culturale, archivistica, filologia, restauro, diagnostica, storia della scienza e della tecnica, pedagogia, telerilevamento, museologia, studi urbani, antropologia. Cerchiamo esplicitamente autrici e autori che non frequentano abitualmente il dibattito sull’intelligenza artificiale e che portino il metodo del proprio mestiere.
Sono particolarmente benvenuti i contributi che dichiarano esplicitamente i limiti di ciò che dimostrano, e che distinguono i risultati robusti dalle correlazioni e dalle interpretazioni. È la qualità che rende un lavoro utile agli altri.
NUMERO 20
«nel centenario della nascita di Antonio Ruberti»
La cultura tecnica come bene comune
Perché capire come funziona una macchina è un diritto di cittadinanza
Altrimenti la regola civile resta un discorso per iniziati, mentre la macchina continua a essere decisa da altri.
Scadenza 20 aprile 2027 – Pubblicazione maggio 2027
La domanda
Si parla molto di formare il pensiero critico davanti all’intelligenza artificiale. Ma il pensiero critico ha bisogno di qualcosa su cui esercitarsi: sapere che un modello calcola probabilità e non verità; che apprende da dati raccolti da qualcuno, in un certo momento, con certi criteri; che le sue risposte hanno un margine di errore stimabile. Senza queste conoscenze elementari, la richiesta di spirito critico resta un appello.
Non tutti devono diventare programmatori. Ma capire che l’intelligenza artificiale non è magia è un diritto di cittadinanza, non una competenza professionale.
Questa non è una concessione a un modello formativo orientato al mercato del lavoro. È il riconoscimento che la cultura scientifica e tecnica è patrimonio culturale a pieno titolo — e che l’Italia ne possiede uno fra i più ricchi al mondo, in larga parte ancora poco conosciuto.
Una genealogia italiana
Nel centenario di Antonio Ruberti
Il numero si apre con una sezione dedicata ad Antonio Ruberti, nato il 24 gennaio 1927. Raccoglie passaggi dagli interventi che inaugurarono le prime Settimane della Cultura Scientifica, firmati dallo stesso Antonio Ruberti, da Rita Levi-Montalcini, Carlo Rubbia e Giorgio Salvini, accompagnati da riletture di oggi. Quelle parole sono a loro volta patrimonio: documentano il momento in cui l’Italia scelse di considerare la cultura scientifica e tecnica un bene di tutti.
Nel giugno 1988 il Ministro Antonio Ruberti istituiva il Comitato nazionale per la cultura scientifica. La relazione conclusiva di quel Comitato si apriva constatando che nel nostro Paese esiste
“un giacimento culturale largamente ignoto e quasi interamente da recuperare, costituito dalle testimonianze e dai reperti che attestano la grande tradizione scientifica e tecnologica del nostro Paese. Si tratta di un patrimonio ingente, che attende ancora il riconoscimento di bene culturale a pieno titolo“.
Da quel lavoro nacquero la legge 113 del 1991 per la diffusione della cultura scientifica e le Settimane della Cultura Scientifica e Storico-Scientifica. Il riconoscimento formale di quel patrimonio sarebbe arrivato però soltanto con il Codice dei beni culturali del 2004: sedici anni dopo.
Trentotto anni più tardi, la stessa domanda torna su un altro patrimonio — quello digitale — e sulla cultura tecnica che serve a comprenderlo. Con un’aggravante: il patrimonio scientifico, mentre attendeva, restava dov’era. Quello digitale, mentre attende, scompare.
Assi tematici
1. Dall’alfabetizzazione all’alfabetizzazione critica. Non soltanto riconoscere i pregiudizi di un sistema, ma prevenirli e correggerli. Che cosa significa educare alla responsabilità chi progetta, addestra, valuta e acquista questi sistemi — e non soltanto chi li usa.
2. Il patrimonio scientifico e tecnico come bene culturale. Musei della scienza, archivi d’impresa, collezioni di strumenti, patrimonio industriale, memoria dei mestieri. Che cosa custodiscono, chi se ne occupa, perché restano ai margini delle politiche culturali.
3. Imparare a imparare. Il deuteroapprendimento — la capacità di riconoscere e ristrutturare i propri schemi di apprendimento — come competenza che non scade alla versione successiva. Ogni ciclo tecnologico produce la propria ondata di corsi che insegnano uno strumento in una versione. Che cosa resta, invece, quando quella versione è superata?
4. Chi decide quali sistemi entrano. Il tema meno discusso e forse più decisivo: chi sceglie le piattaforme adottate da una scuola, con quale contratto, con quali condizioni sui dati dei minori. Nessun principio educativo sopravvive al contatto con uno strumento scelto male.
5. Le due culture, di nuovo. Perché un discorso sull’intelligenza artificiale condotto solo da umanisti resta un discorso per iniziati — e perché uno condotto solo da tecnici non pone le domande che contano. Esperienze di formazione che tengono insieme le due parti.
6. La cultura tecnica nelle politiche pubbliche. Trent’anni di iniziative italiane ed europee di diffusione della cultura scientifica: che cosa ha funzionato, che cosa si è svuotato, che cosa si può riprendere.
7. Il gabinetto di scienze. Il patrimonio tecnico-scientifico delle scuole italiane. Bilance analitiche, macchine elettrostatiche, modelli anatomici in cartapesta, cannocchiali, collezioni mineralogiche e zoologiche, vetreria e strumenti di fisica e di chimica: quasi ogni scuola secondaria italiana ne possiede, ordinati in un museo, raccolti in una vetrina del corridoio oppure dimenticati in uno scantinato. Sono oggetti costruiti per mostrare come funziona una cosa, e sono quindi cultura tecnica in forma materiale. Il Codice dei beni culturali nomina all’art. 11 «i beni e gli strumenti di interesse per la storia della scienza e della tecnica aventi più di cinquanta anni»: quanti di questi oggetti rientrino in quella categoria, e quante scuole lo sappiano, è una delle domande del numero. Cerchiamo censimenti, recuperi, esperienze di catalogazione e di uso didattico, e il racconto di che cosa accade a queste collezioni quando un edificio viene ristrutturato.
Che cosa cerchiamo
Contributi che uniscano competenza tecnica e sguardo culturale, in entrambe le direzioni: scienziati e tecnici che si interroghino sulla dimensione culturale del proprio lavoro, e umanisti che entrino nel merito del funzionamento dei sistemi.
Cerchiamo in particolare autrici e autori che vengano dalle discipline scientifiche e tecniche. Un numero sulla cultura tecnica scritto soltanto da umanisti sarebbe la dimostrazione del problema che intende affrontare.
Sono benvenute le esperienze di formazione documentate, le pratiche verificate sul campo e i contributi che dichiarano i limiti di ciò che dimostrano.
Norme redazionali
Contributi da 3.000 a 6.000 parole. Abstract in italiano e in inglese (max 250 parole ciascuno), cinque parole chiave, bibliografia finale, breve nota biografica dell’autore.
I riferimenti bibliografici vanno indicati per esteso: autori, titolo, sede editoriale o rivista, anno, pagine. Dove si riportano dati sperimentali, si richiede il riferimento puntuale; dove l’evidenza è correlazionale, si chiede che sia dichiarato nel testo.
Le lingue
«Culture Digitali» pubblica ciascun autore nella lingua in cui ha pensato. La traduzione è strumento di mediazione, non sostituzione delle voci: il numero 18 esce in cinque lingue — italiano, inglese, spagnolo, arabo e portoghese. Chi scrive in una lingua diversa dall’italiano invii il testo nella propria lingua, corredato di abstract in inglese.
Invio e informazioni
I contributi vanno inviati a rivista@diculther.it, indicando nell’oggetto il numero della rivista e l’asse tematico di riferimento.
«Culture Digitali» (ISSN 2785-308X) è la rivista scientifica di #DiCultHer — Associazione internazionale per la cultura digitale «Dino Buzzetti». È pubblicata online ad accesso aperto. Non è previsto alcun costo di pubblicazione, in nessuna forma.
Informazioni e numeri precedenti: www.diculther.it/rivista