Editoriale del numero 18 della rivista «Culture Digitali»
Il numero 18 della nostra rivista raccoglie circa cinquanta contributi, in cinque lingue. Li hanno scritti giuristi e maestri di scuola primaria, filologi e statistici, un biologo, una storica della moda, una studentessa di Amman, un tecnico che cura il patrimonio edilizio di Milano.
Leggendoli tutti insieme ci siamo accorti di una cosa che non avevamo previsto: il numero non contiene cinquanta tesi. Ne contiene sette, sostenute da cinquanta voci che non si conoscevano.
Che il rischio dei sistemi generativi non sia l’errore ma la levigatezza — lo dicono, da tre discipline lontane, un epistemologo, uno studioso di estetica e due traduttori. Che il pensiero abbia bisogno di un tempo che non produce, e che quel tempo sia il primo a sparire. Che la persona ecceda sempre la propria rappresentazione — quattro giuristi, con parole quasi identiche. Che ciò che non si delega non sia scrivere un testo, ma rispondere di ciò che afferma.
Quando una conclusione arriva da una sola disciplina è una posizione. Quando arriva da sette, senza accordo preventivo, comincia a somigliare a una scoperta.
E ce n’è una che ci ha colpito più delle altre: tre dei contributi più precisi su ciò che non si delega vengono da insegnanti di scuola primaria. Forse perché a quell’età la domanda è ancora visibile.
La mappa che pubblichiamo qui non è un indice: è il modo di leggere il numero. Ogni nome è un collegamento, e accanto a ogni autore trovate chi è arrivato alla stessa conclusione da un’altra strada.
Il 23 ottobre, al Primo Congresso Nazionale #DiCultHer, quelle voci incontrano le scuole allo stesso tavolo. Il 6 novembre presentiamo la programmazione 2026-27, e con essa i numeri 19 e 20 — il primo apre il 1° ottobre.
Carmine Marinucci, Silvia Mazzeo, Giovanni Piscolla
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