Metodologia e didattica per un Design dei Sistemi complessi: l’approccio dell’ISIA Roma Design

Di Mario Fois, ISIA RM

Molti progettisti sono affascinati da concetti come “sistema”, “emergenza”, “caos”, ma spesso rimangono frustati dalla difficoltà di applicare concretamente queste conoscenze teoriche nella quotidiana esperienza professionale, il che comporta il ricorso a concetti vecchi ma collaudati come “causa”, “effetto”, “meccanismo”, accettati a livello generale ed in grado, ancora oggi, di risolvere problemi pratici e specifici.

Ciò comporta la necessità di porsi una semplice domanda: come può essere applicato un pensiero astratto e sfumato alle sfide prospettiche ma concrete della progettazione che normalmente si affidano a prassi consolidate nel tempo? Come prima cosa può essere utile una riflessione su quanto avvenuto negli ultimi decenni in questo campo.

Pensiero sistemico e pensiero progettuale: la necessità di una sintesi

I due campi del sapere alla base del Design sistemico sono il pensiero sistemico e il pensiero progettuale. Per il pensiero sistemico dalla Teoria generale dei sistemi (von Bertalanffy, 1956) e dalla Cibernetica (Wiener, 1948) sono scaturiti differenti approcci sistemici applicati a settori differenti.

Queste varianti definiscono il “sistema” in modo diverso e adottano posizioni e metodologie differenti adattate a diverse applicazioni di nicchia.

Per quanto riguarda il design è quasi impossibile individuare un numero limitato di Teorie prevalenti e, per semplificazione è più facile riferirsi direttamente ad alcune esperienze storiche riconosciute come la Bauhaus e la Scuola di ULM.

Comunemente il design viene differenziato a seconda dei settori che vengono affrontati: design architettonico, design ingegneristico, pianificazione urbana, design industriale, design della moda, design grafico, solo per citarne alcuni.

Considerate le indubbie difficoltà che vengono ulteriormente accentuate dalle differenti culture e dai linguaggi utilizzati nei diversi settori, converrà concentrarsi sul design di prodotti e servizi e sul design della comunicazione.

L’idea di fondo della sistemica è che entità di qualsiasi natura interagenti tra loro, con un comportamento organizzato, danno origine ad una nuova entità (un sistema complesso), con proprietà “emergenti” diverse da quelle originali delle entità componenti.

Il presupposto è che conoscenza e azione saranno entrambe più efficaci se saremo in grado di osservare e analizzare i fenomeni nel loro complesso e non per parti separate, senza dividere i sistemi in pezzi sempre più piccoli.

Se è vero che praticamente ogni sistema sul pianeta, anche naturale, ha a che vedere con l’intervento dell’uomo, in linea di principio potremmo affermare che quasi tutto può essere riprogettato e interessato dal design. Appare però fin da subito necessario considerare la condizione particolare in cui tutto ciò avviene: l’essere umano e quindi il progettista sono essi stessi parte del sistema. In questo senso, anche il ruolo del progettista va riconsiderato tenendo conto che esso dovrà intervenire dall’interno, con la consapevolezza che il far parte dell’ecosistema naturale pone dei limiti alla sua azione ma, allo stesso tempo, gli attribuisce una funzione potenzialmente positiva.

Ricordando il celebre slogan coniato da Ernesto Nathan Rogers nel ‘52 “dal Cucchiaio alla Città” 1, secondo una visione sistemica potremmo pensare di evolverlo in “dall’oggetto ad un sistema di cose, ambienti, persone, natura e relazioni”.

La ricerca di un approccio realmente sistemico per il design

Alcune metodologie, come ad esempio quelle di Bruce Archer2, di Alex J. Rayan3 e Harold G. Nelson4, come anche nell’elaborazione teorica avvenuta nella Hochschule für Gestaltung di Ulm, sono indubbiamente un esempio di come, anche nel settore del design, a partire dagli anni ’60, l’approccio sistemico abbia provocato una riflessione profonda, innescando un’interessante evoluzione teorica inizialmente orientata ad immaginare un mondo di oggetti sempre più interconnessi tra loro, e successivamente una visione sempre più allargata che comprende le relazioni del mondo produttivo con la società e l’ambiente.

Nonostante ciò appare evidente che queste concettualizzazioni sono condizionate da un approccio ancora in parte riduzionistico che sembra spesso privilegiare precisione e completezza, obiettivi da raggiungersi attraverso procedure prestabilite e iterative. Lo scopo di fondo sembra quello di fornire ‘una ricetta’ che possa essere appresa e applicata con facilità nell’ambiente professionale, aspetto sicuramente rilevante ma che rischia di far perdere di vista le caratteristiche essenziali della sistemica e le sue potenzialità.

Nella ricerca di metodologie per il design, semplificate e di facile applicazione, il rischio appare quello di travisare concetti fondamentali della sistemica, come quelli di auto-organizzazione e di emergenza, ritornando a logiche non adatte ad affrontare realtà complesse.

Se volessimo tentare di dare una forma, anche visiva, ad un altro tipo di design sistemico, come quello che è stato oggetto di continua sperimentazione all’interno dei corsi di Veneranda Carrino e Alessandro Spalletta all’ISIA di Roma, piuttosto che ricorrere ai consueti schemi geometrici, composti da fasi successive o da layer sovrapposti, potremmo ricorrere all’immagine molto più suggestiva e complessa di uno stormo di uccelli, come già proposto da Gianfranco Minati e dal Nobel per la fisica Giorgio Parisi.

Nel nostro caso la struttura dinamica di questo ‘stormo’ sarà composta da un numero variabile di componenti che derivano da input culturali e artistici, elementi tecnici e scientifici, persone e società, natura.

L’approccio didattico che deriva da questa concezione, pur prevedendo componenti di base ricorrenti, non sarà sempre uguale a sé stesso proprio perché deve creare le condizioni e le occasioni di sperimentazione per preparare il futuro designer di adattarsi alle diverse sfide progettuali a cui sarà chiamato. Anzi, possiamo affermare che uno dei principali scopi di questa metodologia è proprio quella di consentire ai giovani di costruirsi di volta in volta differenti strategie sistemiche, differenti percorsi progettuali, in grado esse stesse di evolversi e adattarsi a differenti sfide. Quindi secondo questo approccio anziché parlare di ‘fasi progettuali’, definizione che suggerisce una sequenza obbligata di attività, sembra più corretto utilizzare il concetto di ‘aree della progettazione’ che oltre a possedere confini più sfumate possono essere ‘assemblate’ secondo differenti configurazioni.

Secondo il modello proposto il designer deve sempre gestire o intervenire con le sue ipotesi progettuali dall’interno di sistemi complessi, correggendo ed adeguando il proprio intervento a realtà che sono in continua trasformazione, senza l’uso di schemi e rigide strutture concettuali che non gli permetterebbero un necessario e continuo adattamento.

Nonostante ciò questa metodologia, con la sua struttura complessa e dinamica, risulterà nel suo insieme coerente e riconoscibile, con un comportamento di fondo prevedibile, e consentirà che di volta in volta possano emergere nuove strategie o soluzioni.

Riprendendo le parole di Minati possiamo affermare che anche all’interno del ‘design dei sistemi’ «processi di interazione tra entità stabiliscono invece emergenza quando la sequenza di nuove configurazioni eventualmente auto-organizzate, non è regolare né ripetitiva, eventualmente sincronizzata (anche in modo multiplo), ma coerente».5

Una logica della complessità applicata al design.

Se, solo per continuare con la metafora già utilizzata osserviamo il comportamento di uno stormo di uccelli, possiamo facilmente capire che sistemi di questo genere, pur nella loro complessità, irregolarità e varianza, che si concretizza attraverso forme, tempistiche, densità e direzioni mutevoli, acquisiscono e mantengono coerenza nel tempo e mantenendo una loro identità riconoscibile facendo ‘emergere’ nuove caratteristiche collettive non possedute dal singolo soggetto.

Se però volessimo ‘influenzare’ i movimenti dello stormo o, per fare un esempio su scala differente, intervenire per modificare l’evoluzione climatica del pianeta, dovremmo cercare di progettare interventi concepiti come interni al sistema naturale di cui siamo parte, verificando con continuità i mutamenti prodotti e correggendo quando necessario la nostra azione.

Ad esempio, così come ogni elemento dello stormo prende come riferimento l’uccello a lui più vicino cercando di allinearsi alla direzione da esso assunta, una possibile strategia per migliorare la situazione ambientale, potrebbe consistere a livello teorico nell’individuare e condizionare un certo numero di fattori-attori principali (gli uccelli ‘guida’) rendendoli più efficienti (nell’avvisare lo stormo del pericolo) e in grado di guidare i comportamenti (i movimenti dello stormo) verso un comportamento più sostenibile. Dal punto di vista del designer questo approccio assume un significato concreto: esso stesso, se inserito all’interno di un sistema complesso, fatto di competenze tecniche e di relazioni umane, dovrà essere in grado di orientare il suo sviluppo in una direzione possibilmente utile.

Probabilmente l’elevato grado di ‘incertezza’ insita nella logica della complessità è uno degli aspetti che rende culturalmente e storicamente più distanti il mondo del design e quello della sistemica ed è anche una delle tematiche per le quali qualsiasi approccio metodologico dovrà impegnarsi a ricercare delle soluzioni praticabili e realistiche.

Il problema nasce dal fatto che per il design, così come per altre discipline progettuali, è difficile accettare e comprendere che fenomeni di auto-organizzazione e di emergenza, non possano essere decisi, progettati, e regolati preventivamente con precisione assoluta.

Immaginare un oggetto o un edificio, secondo questo nuovo approccio, non significa quindi limitarsi a progettarne la forma fisica, forma che dovrà necessariamente possedere una propria compiutezza, ma vuol dire immaginarne l’interfaccia con l’utente, la relazione con e tra le persone che si verrà a creare, la connessione e l’adattabilità con il sistema urbano e con la natura presente nella zona circostante, ed eventualmente anche la possibilità di un’evoluzione futura coerente con la sostenibilità ambientale.

Approcci più adeguati alla complessità saranno quindi l’induzione, la facilitazione e l’orientamento, concetti che già da soli fanno intuire la necessità di un diverso paradigma progettuale che sia tendenzialmente probabilistico e che accetti la presenza di un certo livello di incertezza da valorizzare come elemento di potenziale crescita e adattabilità.

Si tratta quindi di concepire una metodologia che sostituisca modelli formati da un insieme di procedure standard, con un approccio fatto di strategie che favoriscano il costituirsi di processi di emergenza e di innovazione, per mantenerli, variarli, o portarli eventualmente a spegnersi, attraverso una costante valutazione dei cambiamenti in atto.

Per essere in grado di definire e gestire strategie di questo tipo i designers, così come tutti gli altri attori che partecipano alla costruzione di sistemi complessi, dovranno avere esperienza, capacità sperimentali, valutazione in tempo reale, invenzione di approcci, creazione di combinazioni e relazioni, analisi e studio di modelli e teorie e, in generale cultura sia di tipo umanistico-artistico che di tipo scientifico e ‘materiale’.

Per un designer quindi ogni progetto deve essere considerato un sistema o parte di un sistema. Egli stesso è un sistema umano che si trova all’interno di un sistema naturale che, a sua volta, rimane sotto l’influenza di sistemi più grandi o macro-sistemi. Ogni processo progettuale va quindi considerato un approccio intenzionale al cambiamento sistemico che vuole provocare, su scale differenti, cambiamenti più o meno grandi. Definito uno scopo è possibile dare avvio ad un processo di definizione di nuove relazioni e di creazione di connessioni tra idee, esseri e cose, creando in questo modo nuove combinazioni sistemiche sia semplici che complesse.

Se consideriamo un processo multilivello attraverso il quale il designer può proporre ipotesi alternative è possibile, attraverso relazioni che definiscono modelli, strutture e connessioni che creano insiemi funzionali, ottenere qualità emergenti. I sistemi o anche i semplici ‘assemblaggi funzionali’ così ottenuti sono (o dovrebbero essere) il risultato di una corretta attività progettuale ma andrà sempre considerato che essi dovranno interagire con la maggior parte dei sistemi, in particolare con quelli naturali, che non sono progettabili e del tutto controllabili.

«Si tratta quindi di non cercare delle leggi o un nuovo sistema, ma di cercare un metodo che permetta contemporaneamente di collegare e di trattare l’incertezza, metodo che una volta assimilato dallo spirito permetterà il dispiegamento di un pensiero complesso.»6 In definitiva, un approccio di questo tipo applicato alla formazione nel campo del design, consiste nell’addestramento alla navigazione in territori sconosciuti, guidati da conoscenze che consentono di tracciare un’ipotesi progettuale, unite alla capacità di relazionarsi con l’ambiente e con gli altri e di modificare il percorso in ogni momento nel caso emergano nuove possibilità. Una metodologia che assomiglia al modo di viaggiare di una carovana nel deserto.

Per un ‘sapere orientativo’

Un aspetto fondamentale per una formazione sistemica riguarda la qualità delle conoscenze e delle competenze da trasferire attraverso la didattica. È ovvia la necessità per lo studente di acquisire le competenze necessarie per poter operare con successo nei vari settori del design, senza le quali non sarebbe neanche in grado di affrontare progetti relativamente semplici, ma è importante comprendere che queste competenze funzionali, basti pensare a quelle digitali, necessitano di un continuo aggiornamento e sono di breve durata perché superate velocemente dall’innovazione tecnologica.

Più sfumata e complessa, ma probabilmente più importante, è la definizione degli scopi, dei saperi e delle competenze necessarie ad affrontare un futuro in continua trasformazione. E in questo senso che l’acquisizione di un mix di competenze culturali, scientifiche e tecniche, sperimentate dinamicamente sul campo, può costituire la base di un ‘sapere orientativo’, l’unico in grado di aiutare un giovane progettista nel confronto con la complessità, dotandolo di competenze che abbiano validità nel tempo.

«Per ‘sapere orientativo’ intendiamo delle cognizioni che sono indispensabili per poter prendere coerentemente delle decisioni in un determinato ambito. Il nucleo di questo sapere orientativo è ancorato al mondo della vita.»7

Con un approccio che potremmo definire organico, il percorso formativo deve avvenire in modo collaborativo, innanzitutto tra le differenti discipline, creando quando possibile l’occasione di sperimentare la possibilità di connettere conoscenze e persone. Tutto ciò senza perdere l’obiettivo principale che rimane una formazione che consenta di costruire percorsi progettuali in grado di adattarsi alla società e all’ambiente, mantenendo sempre una prospettiva evolutiva. Percorsi da costruire orientandosi rispetto a realtà che vanno conosciute ed affrontate con sensibilità ed empatia.

Nel corso delle esperienze didattiche la coerenza delle decisioni prese durante il percorso progettuale riguarderanno quindi non tanto l’adesione ad un preciso modello formale o teorico ma la capacità di verificare nel tempo i mutamenti prodotti dall’azione proposta, correggendone quando necessario la direzione.

Allargando il discorso possiamo affermare che tutte le esperienze serviranno anche a sviluppare gli aspetti che riguardano ‘l’intenzionalità’ dell’intelligenza degli studenti, cioè la capacità di comprendere, di formulare i propri obiettivi e di provare emozioni. Tutto questo anche nella prospettiva di dover rafforzare le differenze rispetto all’Intelligenza Artificiale che invece funziona in modo molto efficacie attraverso potentissimi programmi di manipolazione di simboli secondo regole sintattiche e simula molti aspetti dell’intelligenza, ma in realtà non comprende alcunché e non può possedere alcun tipo di coscienza ed empatia con il mondo.

Un design delle relazioni e connessioni

Una caratteristica di questo approccio consiste nella necessità di progettare non solo oggetti e interfacce ma connessioni e relazioni tra gli elementi che compongono il sistema. Quindi un’attenzione particolare viene posta a come ogni elemento si collega e relaziona agli altri elementi all’interno di un sistema, perché saranno proprio queste relazioni a far emergere nuove proprietà.

Se una relazione determina un’influenza o un orientamento, una connessione tendenzialmente provoca un trasferimento di energia e di informazioni. La relazione è un concetto che riguarda prossimità, influenze e comunicazione. Una relazione stabilisce, ad esempio a quale tipo di specie appartiene un animale o lo stile architettonico di un edificio fornendo criteri per ordinare la nostra conoscenza della realtà.

Le connessioni all’interno dei sistemi sono quelle che mettendo in contatto diretto i vari elementi che li compongono, hanno un ruolo determinante nel fare emergere nuove proprietà, diverse dalla semplice sommatoria di quelle possedute da ogni singolo elemento.

A questo punto è necessario fare qualche esempio delle logiche applicabili ad una progettazione sistemica sottolineando come molto spesso sia preferibile la definizione di regole di comportamento generale piuttosto che una descrizione dettagliata di ogni relazione e connessione.

Riprendendo la metafora dello stormo e ipotizzando di poter intervenire progettualmente sul suo comportamento collettivo, possiamo immaginare che la soluzione più efficace sia proporre semplici protocolli di comportamento, senza tentare di programmarne ogni movimento di ogni singolo uccello. Una prima regola potrebbe prevedere di cambiare direzione per evitare un eccessivo affollamento di uccelli in una porzione di cielo, una seconda di indirizzarsi nella direzione verso cui si muove la maggior parte dei compagni in modo da armonizzare il movimento dello stormo; una terza di dirigersi verso una situazione di densità media di affollamento per bilanciarne la composizione.

Si tratta di adottare «un modello non lineare che sia più associabile ad un pattern adattivo: una griglia strutturale e concettuale in grado di deformarsi ed adattarsi, variando le relazioni tra i nodi e in definitiva le sue qualità»8.

Si potrebbe anche obiettare che un siffatto sistema sia talmente complesso da risultare sostanzialmente incontrollabile e soprattutto non facilmente progettabile. Ma senza entrare nel merito del dibattito sulla sostenibilità dell’azione umana rispetto al pianeta, possiamo limitarci ad osservare che un design dei sistemi correttamente applicato e applicabile deve prevedere una serie di approcci ‘a scalare’ ed essere in grado di assecondare ma anche guidare i movimenti del sistema.

Partendo dal considerare strategie e protocolli che consentono al progettista, almeno in linea teorica, di agire per ‘orientare’ un sistema complesso, come l’ambiente in cui viviamo, dal suo interno, è necessario anche perseguire obiettivi più limitati che prevedano la possibilità di ‘informare’ un singolo oggetto o intervento limitato, di caratteristiche ‘sistemiche’ che gli consentano di inserirsi, dotandolo di capacità relazionali e di connessioni opportune, all’interno di sistemi complessi naturali o artificiali.

In buona sostanza il designer sistemico anche quando le limitate opportunità non gli consentono di realizzare progetti in grado di modificare realtà complesse, potrà sempre agire per fare in modo che i suoi interventi, considerati anche semplici nodi o elementi da inserire all’interno di strutture molto più grandi, delle quali non ha un vero controllo, siano comunque in grado di esercitare una parziale funzione di indirizzo positivo.

L’aspetto culturale

Per definire l’approccio sistemico di un design in grado di affrontare tematiche complesse, come quelle che riguardano la società e la sostenibilità, è opportuno approfondire il contesto culturale che deve fare da base ad ogni suo possibile sviluppo.

È necessario che questa metodologia abbia come base la valorizzazione delle tre culture, cultura umanistica e artistica, cultura scientifica e cultura materiale, strettamente integrate tra loro. È importante sottolineare come la cultura materiale, identificabile anche come ‘consapevolezza progettuale’, generalmente ignorata a livello formativo, costituisca invece un elemento fondamentale per consentire, anche attraverso il design, di interpretare e dare risposte corrette ai problemi reali.

Il designer deve possedere delle conoscenze e una cultura di base adeguate al ruolo che dovrebbe avere (ma spesso non ha), anche perché uno dei suoi compiti principali sarà proprio quello di fungere da ‘mediatore culturale’ tra mondi e conoscenze diverse, in grado di mettere in relazione esperti di campi specifici del sapere che spesso non parlano la stessa lingua e fanno fatica a capirsi.

Rispetto alla ‘cultura materiale’, che è alla base del design, è necessario aggiungere qualche considerazione. Nonostante che la produzione artistica, artigianale, architettonica e di design riempia i nostri musei, caratterizzi le nostre abitazioni, costruisca le nostre città e in definitiva definisca l’habitat in cui viviamo, è stata a lungo ignorata sia a livello formativo che di governo. Se l’antropologia e l’archeologia, nel cercare di conoscere e comprendere altre culture, hanno riservato all’arte, agli edifici e ai manufatti almeno lo stesso valore che danno alla loro letteratura a ciò non ha corrisposto un’adeguata considerazione nelle politiche attive delle nostre società.

La capacità di ‘saper fare’ pur essendo considerata un aspetto distintivo delle culture ‘altre’ non è mai stata sufficientemente valorizzata a livello formativo e il ruolo sociale di artisti, architetti e designer ha raramente consentito loro di influire sulle scelte fatte a livello di governo. Oggi invece è più che mai necessario che una ‘cultura materiale’, che deve essere operativa e riguardare il fare in modo consapevole, sia sviluppata e valorizzata con l’obiettivo di contribuire ad affrontare le difficili sfide sistemiche ed ambientali che ci attendono.

Il ruolo di ‘mediatore’ del designer, in grado di padroneggiare linguaggi tecnici, scientifici, umanistici ed artistici, può essere fondamentale quando bisogna costruire progetti ‘sistemici’ coinvolgendo competenze molto diverse tra loro, soprattutto nella consapevolezza della necessità di ridefinire un ‘nuovo umanesimo’, incontro delle diverse culture, in grado di affrontare le sfide concrete del nostro futuro.

Analisi e ricerca: la capacità di analizzare ed isolare aspetti della realtà

Se l’analisi progettuale è l’approccio sistemico di base e consente l’acquisizione di conoscenze correlate e interconnesse, creare una prospettiva sistemica attraverso la ricerca delle relazioni e delle connessioni esistenti valutando le loro conseguenze, costituisce per il design la condizione necessaria per poter immaginare nuove possibilità progettuali e renderle realizzabili.

Gli approcci all’osservazione, alla comprensione e all’interazione con il mondo reale, servono ad acquisire nuove strategie d’indagine necessarie per comprendere la complessità, innanzi tutto quelle dell’ambiente umano. Per questo motivo una conoscenza, per quanto sempre parziale, dei sistemi in cui si andrà ad operare è il primo passo per poter proporre concettualizzazioni di diverso tipo che costituiscono la base su cui costruire l’approccio progettuale.

Per il nostro approccio metodologico consideriamo il costruttivismo come strategia cognitiva necessaria ad affrontare l’intrinseca multidimensionalità della realtà. Anche come designer dobbiamo essere in grado di formulare le domande e definire i modelli che ci consentano di individuare i vari livelli della realtà che affrontiamo. Ad esempio, se dobbiamo intervenire progettualmente all’interno di una città avremo il livello urbanistico-architettonico, quello sociale e quello ambientale e per ciascuno di questi livelli sarà necessario porre le domande corrette per poter sperare di individuare risposte accettabili.

La ricerca di casi simili o di casi che ci consentano di individuare soluzioni e strategie utili rappresenta un altro momento importante delle fasi preliminari del progetto.

«Piuttosto è richiesta una pluralità di rappresentazioni ed approcci non-equivalenti, cioè non riducibili uno all’altro. Non si tratta di considerare il fenomeno da diversi punti di vista, in modo relativo, ma di considerare che il fenomeno è effettivamente costituito da aspetti diversi, irriducibili e simultanei ma coerenti. Come dicevamo sopra esempi sono sistemi sociali che hanno simultaneamente proprietà politiche e sociologiche e stanziali e religiose e linguistiche ed economiche.»9

Metaprogettazione sistemica

Nella metodologia ISIA la metaprogettazione (o meta design) ha sempre avuto, fin dai primi anni di attività dei corsi, un ruolo centrale. Teorizzata ed introdotta nella didattica da Andries Van Onck già dai primi anni ’70 è stata storicamente suddivisa in due fasi: una prima fase di ricerca e analisi e una fase di realizzazione del concept progettuale.

Più di recente, il corso di Teoria della forma tenuto da Massimo Ciafrei, è caratterizzato da una metodologia didattica fondata sulla ricerca e sulla sperimentazione, con l’obiettivo di «avvicinare lo studente alle problematiche del design, stimolando le capacità di definizione dei processi logici e l’attitudine a gestire complessi sistemi di relazioni e costruire una mentalità evoluta/flessibile circa lo spazio, la forma e la genesi dei processi formali.» 10

La consapevolezza della necessità di progettare «non solo e non tanto un manufatto formalmente e semanticamente finito quanto piuttosto un semilavorato morfologicamente idoneo ed essere successivamente personalizzato»10 è il primo passo per definire un nuovo paradigma metaprogettuale che lasci maggior spazio ad una progettazione che preveda fin da subito le possibilità ‘aperte’ ed ‘evolutive’ del progetto.

L’evoluzione ‘sistemica’ di questa metodologia comporta che le due fasi non saranno necessariamente distinte, e ciò è dovuto al fatto che i paradigmi del design si sono evoluti secondo concetti probabilistici, e che la possibilità che ‘emerga’ un’ipotesi innovativa richiede la necessità che essa possa essere sottoposta ad una prima valutazione e verifica in qualsiasi fase dello sviluppo del percorso progettuale.

Rispetto poi alla tradizionale progettazione di prodotto è stata necessaria un’ulteriore evoluzione metodologica. La fase metaprogettuale non riguarda più un singolo oggetto o un sistema di oggetti relativamente semplificato ma può riguardare sistemi complessi e dinamici che comprendono, oltre agli stessi oggetti opportunamente integrati, ambienti, luoghi, persone, natura, tutti elementi a loro volta compresi in un sistema multi-livello complessivo.

Nell’attività progettuale, anche dal punto di vista della rappresentazione visiva, per rappresentare gli aspetti metaprogettuali si è dovuti passare dall’utilizzo di diagrammi geometrici lineari, ideali per definire l’uso di forme e funzioni di base, all’uso di mappe concettuali che simulino il funzionamento di un sistema a rete e, in definitiva, la formazione plastica e adattiva del pensiero umano.

Se Van Onck scriveva «Gaudì. Bill e Rietveld partono da una comune premessa di un discorso che precede il progetto particolare. Questo discorso iniziale è più generale e più astratto. Si tratta del design dei parametri di un sistema ma visualizzato da un meccanismo composto di elementi in movimento, siano questi punti, linee e piani o materiali (…)11» oggi possiamo dire che la rappresentazione dovrà riguardare un sistema ancora più astratto e concettuale che metterà in evidenza i nodi della rete e le loro reciproche connessioni e relazioni in continua trasformazione.

L’intuizione che lo stesso Van Onck aveva individuato quando parlando di metadesign evidenziava l’importanza dell’‘omeostasi’, cioè la capacità che hanno gli organismi viventi di conservare le proprie caratteristiche tramite meccanismi di autoregolazione, viene quindi confermata ed evoluta integrandola con quella di ‘autopoiesi’, che riguarda la capacità dei sistemi viventi di trasformarsi attraverso gli input che lo stesso sistema ha generato, modificando continuamente la sua struttura fino al raggiungimento di un nuovo equilibrio.

Il ‘connettivismo’ e la flessibilità come elementi di una metodologia di apprendimento sistemico

In un contesto educativo, abituare gli studenti ad utilizzare metodi e tecniche specifiche selezionate in base alle esigenze del singolo progetto e ad integrare l’apprendimento con fonti di conoscenza emergenti e affidabili, può garantire un elevato livello di elasticità e adattabilità della ricerca e della progettazione e diventare in prospettiva una grande risorsa per i progettisti.

Tradizionalmente, l’educazione al design avviene in un ambiente di studio dove l’approccio teorico e quello applicativo sono integrati e i modelli hanno un’evoluzione relativamente veloce per adattarsi alle innovazioni tecnologiche e alle nuove esigenze emergenti nella nell’antroposfera e nell’ambiente.

Per questo motivo le specifiche metodiche e tecniche devono esse tra loro integrate da ogni progettista o gruppo di lavoro fino alla messa a punto di un giusto mix di soluzioni, che devono essere sempre adeguate al raggiungimento dello scopo prefissato.

Ciò significa che all’interno delle pratiche progettuali sistemiche è possibile, di volta in volta, scegliere di utilizzare metodi specifici come ad esempio il Design Thinking o le Personas, o tecniche materiali o digitali di vario tipo, sempre a patto di ‘connettere’ tutte queste pratiche all’interno di un approccio dinamico e integrato e di non rinunciare ad una visione d’insieme che tenga conto del margine di incertezza e di approssimazione che caratterizza ogni sistema complesso.

La forza dell’approccio ‘connettivista’ può essere rafforzato dalla capacità di costruire anche attraverso internet una rete di apprendimento distribuito basata su “nodi” di conoscenza in continuo aggiornamento e in relazione tra loro e, se questa pratica è applicata a modalità di lavoro correttamente sistemiche, può diventare un ulteriore ed efficacie strumento di lavoro.

I libri di testo, infatti, a parte quelli più teorici o di argomento generale, possono rapidamente diventare obsoleti e rimanere poco utilizzati, mentre testi monografici, ricerche, la lettura di articoli autorevoli pubblicati online, possono garantire che le fonti della ricerca progettuale siano basate su contenuti emergenti e aggiornati.

Vi è quindi una forte necessità di garantire che i materiali per la didattica siano costantemente aggiornati e che, possibilmente, siano addirittura in anticipo rispetto alle richieste e agli standard del settore mentre va evitato che la fase di ricerca si trasformi semplicemente in una biblioteca di esempi e soluzioni formali da imitare.

Micro competenze ‘deterministiche’ all’interno si un sistema complesso ‘probabilistico’

Il design dei sistemi non pretende di risolvere ogni problema ma ha l’obiettivo di fornire una metodologia che consenta di intervenire all’interno di sistemi complessi per orientarli nella direzione che è stata individuata attraverso la progettazione.

Ma il design sistemico, come metodologia applicata, non è universalmente adatta per affrontare qualsiasi problema. Molti aspetti di routine o relativamente semplici possono essere affrontati con approcci più efficienti e ‘facili’ da applicare, in particolare quando è necessaria una profonda e specifica competenza tecnica, determinate prassi sono state precedentemente verificate sul campo e quando, attraverso uno studio sul loro impatto, sia stata provata la loro efficacia all’interno dei sistemi di cui fanno parte.

Anche all’interno di un sistema complesso è possibile che molte singole parti debbano essere progettate con tecniche tradizionali.

Un esempio pratico e problematico del confronto tra un approccio tradizionale ed uno ‘sistemico’ ci viene fornito dalla rilettura di un caso raccontato da Maldonado in un testo del 197012 e dall’analisi di alcuni degli effetti della pandemia degli ultimi anni. Come riporta l’autore nel 1964 l’allora governatore della California Brown incaricò un gruppo di ‘ingegneri di sistemi’ impegnati nel programma spaziale di proporre soluzioni progettuali per migliorare i problemi di inquinamento dell’aria nella regione. Tra le loro proposte la più innovativa fu quella di ‘portare il lavoro al lavoratore’ cioè di far si che in particolare gli impiegati pubblici potessero lavorare da casa anziché in ufficio attraverso «opportuni dispositivi tecnici di comunicazione, calcolo e programmazione» soluzione che, secondo lo stesso autore, avrebbero potuto comportare anche ricadute negative come problemi di socializzazione e condivisione delle idee.

Ora sappiamo che quella che nel ‘64 poteva sembrare una proposta utopistica e in parte sbagliata, si è rivelata durante la pandemia degli scorsi anni, grazie anche al formidabile sviluppo della tecnologia, una soluzione emergenziale importante che ha consentito lo svolgimento di molte attività lavorative ‘a distanza’, permettendo di contenere i contagi e i decessi, provocando indirettamente una notevole diminuzione dell’inquinamento e un forte risparmio energetico.

Nonostante ciò un forte preconcetto culturale che tende a preferire modalità di lavoro tradizionale e soprattutto una evidente incapacità di programmazione politica e progettuale, non consentono un adeguato approccio sistemico attraverso il quale affrontare le questioni dell’ambiente, del lavoro, della persona e dell’impatto sociale nella loro complessità, impedendo che si possano ricercare e proporre soluzioni progettuali adeguate. In questo caso quindi, una cultura del lavoro di per sé consolidata nelle sue prassi, non ha reso facile affrontare i mutamenti sistemici in atto.

Forma e funzione nella complessità: per un muovo approccio sistetico

Form follows Function” – la Forma segue la Funzione – è una famosa citazione pronunciata dall’architetto americano Louis Sullivan, esponente di primo piano del Razionalismo che nel corso degli ultimi 100 anni è stata ripresa, rielaborata e fatta propria da architetti, ingegneri e designers, influenzando le nostre città, il nostro mondo fatto di oggetti e il nostro modo di utilizzare gli spazi fisici e virtuali.

In passato le teorie progettuali sono state fortemente influenzate da congetture artistiche o da approcci scientifici settoriali, ma questo non sembra essere stato sufficiente a definire risposte adeguate. Le conseguenze indesiderate dell’attività umana sul pianeta sono apparse sempre più negative anche a causa di errori riguardanti l’incapacità di comprendere la natura sistemica dell’ambiente in cui viviamo.

Il design sistemico naturalmente non propone uno specifico approccio formale ed estetico, e ciò è intuitivo in quanto la sua metodologia è finalizzata alla risoluzione di problemi complessi che possono riguardare, solo per fare un esempio, questioni ambientali o sociali. Ma anche quando questa metodologia viene utilizzata per la progettazione di oggetti, altri artefatti concreti, o ad altre forme di creatività, non ha mai l’obiettivo di definire forme espressive direttamente riconducibili ad una scuola, ad uno stile o ad una corrente artistica.

L’approccio sistemico piuttosto mira al raggiungimento di risultati ‘sistetici’13, cioè a far rilevare ad un soggetto e alla collettività proprietà emergenti che siano la combinazione di elementi di sistema etici ed estetici, in modo da produrre benefici per la società e per l’ambiente naturale. Le qualità formali di un progetto sistemico sono quindi potenzialmente ‘sistetiche’, e lo diventano effettivamente quando un insieme di realizzazioni materiali riesce a raggiungere una sintesi tra eleganza formale e risultati eticamente sostenibili.

La ricerca di una nuova sistetica piuttosto, sembra essere in linea con quanto auspicato nel manifesto per la New European Bauhaus: «Dobbiamo dare al nostro cambiamento sistemico un’estetica propria – per armonizzare stile e sostenibilità. Per questo costruiremo una nuova Bauhaus europea – uno spazio di creazione condivisa, dove architetti, artisti, studenti, ingegneri e designer lavoreranno insieme per realizzarlo.»14.

Ciò significa l’impegno concreto per nuova estetica che rappresenti la ricerca per immaginare un Antropocene più sostenibile, sintesi e forma dell’utilizzo delle tecnologie fisiche e digitali in grado di integrare l’umanità in modo eticamente virtuoso nel sistema naturale.

1 ispirato allo slogan di Hermann Muthesius, il quale negli anni dieci del ‘900 aveva coniato l’espressione “dal cuscino del divano alla pianificazione urbana”

2 Bruce Archer, Structure of Design Processes 1968, Design is a Discipline 1979

3 Alex J. Rayan, A Framework for Systemic Design

4 Harold G. Nelson, Systemics: the Logics of Design

5/9 Gianfranco Miniati,Parole di Sistemica, quaderni dell’AIMS

6 Edgar Morin, La sfida della complessità, Le lettere

7 Julian Nida-Rumelin, Nathalie Weidenfeld, Giovanni Battista Demarta, da Umanesimo digitale: Un’etica per l’epoca dell’Intelligenza Artificiale

8Alessandro Spalletta dall’intervista Il futuro della città cyborg, DiCulther, 2022

10 Massimo Ciafrei, metaprogettazione.it

11 Van Onck, Metadesign, 1965

12 Thomas Maldonado, La speranza progettuale. Ambiente e società, 1970

13«Un progetto può definirsi ‘sistetico’ quando è in grado di far rilevare a un soggetto (collettivo) proprietà emergenti dall’interazione dei suoi elementi costitutivi che abbiano caratteristiche inscindibili di bello e buono percepibili dallo stesso soggetto.» «… credo che occorra ancora rimarcare che il sistema progettato sarà buono se sarà in grado di assicurare un maggior benessere in termini culturali, oltre che economici, sociali e ambientali, non solo a chi ne sarà fruitore (e all’ambiente, in generale) ma anche a tutti coloro che hanno partecipato alla sua realizzazione. Quindi dovrà essere riconosciuta la sua utilità in termini di essenzialità, facilità di comprensione, usabilità, apprezzamento e riconoscimento della sua importanza ai fini su citati.», Necessità di una “Sistetica”, trad. da “A need for “Systetics””, Systemics of Incompleteness and Quasi-Systems, Springer, 2019, Giordano Bruno

14 Ursula von der Leyen, discorso sullo stato dell’Unione. settembre 2020

Gianfranco Minati, Esseri collettivi. Sistemica, fenomeni collettivi ed emergenza, Apogeo

Una nuova cultura del progetto. La Scuola di Ulm 1953-1968, Costa & Nolan

Veneranda Carrino, Dal Sistema Design al Design dei Sistemi, convegno, 2011

Giordano Bruno e Giulia Romiti, Bank of Experience: A Tool to Enhance Creativity, Enterprises and Countries