Le fonti che non ti aspetti

Fabiana Spinelli

Keywords

Archivi Beni Culturali Memoria

Abstract

Esaminare una fonte è sempre l’inizio di un lavoro laboratoriale. Ma che cosa succede quando non troviamo ciò che cerchiamo nei nostri canali consueti e dobbiamo andare oltre? Spesso la ricerca si blocca. È ciò che accade a molti utenti degli archivi storici, in particolare agli studenti, che non hanno ancora una familiarità con i vincoli archivistici e che spesso hanno bisogno di qualcuno che indirizzi il loro lavoro in direzioni inesplorate, facendo luce sull’enorme e preziosissima rete di informazioni degli archivi privati. Il bene culturale diventa tesoro ritrovato quando emerge inaspettato, in tutta la sua bellezza, utilità e fruibilità.

Examinating a document is always a good start for a workshop activity. But what’s happens when we can’t find any information about our research through the usual channels and we desperately need to go further?  Often, the work freezes. This is what happens with some of historical archives users, particularly for students, who aren’t familiar with archival bonds and they often need an help to explore new directions, shedding light on archive’s great and invaluable information network. Cultural heritage istantly becomes treasure trove when unexpectedly emerges in beauty, utility and accessibility.

Piccoli archivi, grandi traguardi

Il mondo dei beni culturali spesso appare, ai non addetti ai lavori, come un misterioso magma di bellezza e stupore, in un certo modo slegato dal resto della realtà. Difficilmente infatti, nel sentire comune, si associano in prima istanza a musei, biblioteche ed archivi (tanto per citare tre macro-strutture), tecnologie avanzate, software dedicati, reti internazionali di comunicazione e scambio dei dati. Il lavoro svolto in questi campi dagli enti che si occupano di conservazione, studio e ricerca, è naturalmente mastodontico, tanto grande che i confini si sfumano e la percezione generale si diluisce. Tocca quindi a tutti coloro che si occupano di conoscenza, in ogni forma, ordine e grado, colmare questo scollamento dalla realtà, ribadendo con forza che la memoria è modernità, è un ricchissimo trampolino di lancio per una conoscenza trasversale, per una riflessione che metta in movimento ed in correlazione enti piccoli e grandi, fonti e documenti mai accostati prima. Uno spunto in questo senso è l’editoriale della Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen a Bruxelles, nell’ottobre 2020, sul nuovo Bauhaus europeo: “L’esplosione innovativa del Bauhaus non sarebbe infatti stata immaginabile senza il ponte gettato verso il mondo dell’arte e della cultura o verso le sfide sociali dell’epoca. Il primo Bauhaus ha dimostrato che l’industria e l’eccellenza nel design possono migliorare la vita quotidiana di milioni di persone. Il nuovo Bauhaus europeo deve innescare una dinamica analoga. Deve dimostrare che ciò che è necessario può essere anche bello, che lo stile e la sostenibilità vanno di pari passo.


Come colleghiamo un piccolo archivio privato con Bruxelles, ad un discorso importante ed enormemente ambizioso? La risposta si può trovare proprio nella scuola, in quelle trasversalità disciplinari che possono essere sollecitate dai percorsi laboratoriali. È interessante, a questo proposito, il pensiero di Giuseppina Rita Jose Mangione e Francesca De Santis[1]: “una struttura di richiesta intervento su base progettuale andrà a nutrire un Atlante di alleanze tra le piccole scuole e i piccoli musei e avviare dei percorsi di formazione per condividere le buone pratiche già esistenti e che possono rappresentare dei modelli per questa idea di scuola di prossimità.”

Un laboratorio sulle fonti storiche può aprire innumerevoli strade di ricerca, mostrando specialmente agli studenti come la realtà sia legata a doppio filo ai documenti e agli istituti di conservazione, facendo anche dei percorsi di meta-archivistica sulle storie delle collezioni e degli enti. Seguire una traccia (e svolgere parallelamente l’esperienza fisica e digitale) che parte, ad esempio, da un archivio di stato, ma porta poi ad un archivio fotografico, uno ecclesiastico, una biblioteca di quartiere e ad uno spazio urbano o interattivo di un museo, sviluppa una fortissima consapevolezza della rete culturale che unisce e sostiene un intero sistema di studio e conoscenza. È, in fondo, l’obiettivo primario del Manifesto “Ventotene Digitale“, che spinge a “co-creare un sistema di conoscenze e competenze digitali consapevoli, abilitate ad assicurare conservazione, fruizione ampia, interattiva, partecipata e consapevole, sostenibilità, valorizzazione, promozione e presentazione del nuovo Patrimonio culturale digitale”. Una formazione che parte mostrando la concretezza e la fruibilità dei beni culturali, facilita una considerazione più moderna e più consapevole dell’intero sistema, collocando la sfera umanistica in una dimensione reale, miniera di idee innovative tanto quanto ambiti come l’ecologia e la scienza. Così come un sempre più massiccio utilizzo delle risorse digitali ha ridato linfa vitale all’intero settore dei beni archivistici e librari, così una tendenza all’esperienza laboratoriale sulle fonti e sugli strumenti di lavoro, potrebbe mostrare sotto una nuova luce un mondo troppo spesso stereotipato come “polveroso”.


[1] G. Mangione, F. De Santis, (2021). La pedagogia del patrimonio per ripensare il curricolo della piccola scuola. Il museo come terzo spazio educativo, Culture Digitali, anno 1, n. 0, p. 68.