Conversazione con Andrea Granelli, Co-autore di Anima mediterranea. La leadership come arte della guida
a cura di Carmine Marinucci, Direttore editoriale Culture Digitali – Associazione internazionale #DiCultHer
Editoriale
Anima mediterranea, intelligenza artificiale e l’arte della guida

Negli ultimi mesi, parlando di intelligenza artificiale, mi capita spesso di avvertire una strana dissonanza.
Da un lato, una straordinaria accelerazione tecnologica, che promette efficienza, automazione, nuove capacità di calcolo e di previsione. Dall’altro, una crescente fragilità culturale: smarrimento del senso, impoverimento del linguaggio, riduzione della complessità a mera competenza tecnica.
È in questo spazio di tensione che ho letto Anima mediterranea. La leadership come arte della guida, di Elena Granata e Andrea Granelli.
Non come un libro “sulla leadership”, né come l’ennesima proposta di management alternativo, ma come una riflessione più profonda e necessaria: che cosa significa guidare in un tempo segnato da crisi multiple, dall’opacità degli algoritmi e dalla delega crescente alle macchine?
Il Mediterraneo, in questo libro, non è una nostalgia identitaria né un semplice richiamo geografico. È un metodo di pensiero. Un modo di abitare la complessità senza semplificarla, di tenere insieme le differenze, di riconoscere il valore del limite, della relazione, del tempo lungo. Un pensiero non oppositivo, ma connettivo.
Nel pieno dell’era dell’intelligenza artificiale generativa, questa prospettiva appare tutt’altro che marginale. Al contrario, risulta decisiva.
Perché l’IA non è solo una tecnologia: è un ambiente cognitivo che riorganizza il nostro modo di conoscere, di decidere, di raccontare il mondo. E in un ambiente così potente e persuasivo, la questione centrale non è più soltanto che cosa possiamo fare, ma chi stiamo diventando.
Da qui nasce il desiderio di avviare una conversazione con Andrea Granelli, prendendo le mosse dal suo recente contributo su intelligenza artificiale, cultura umanistica e modello Olivetti, ma andando oltre. Per interrogare il presente senza cedere né al tecnicismo né alla nostalgia.
Per comprendere perché le humanities tornano oggi al centro non come ornamento, ma come infrastruttura critica del pensiero e dell’agire. E per riflettere su ciò che rischiamo di perdere se confondiamo la guida con il comando, la leadership con la performance, l’intelligenza con il calcolo.
Questa conversazione non intende offrire risposte definitive. Vuole piuttosto contribuire a formulare domande migliori, in un tempo che ne ha urgente bisogno.
D. Nel tuo articolo del 3 dicembre su Agenda Digitale parli di un “ritorno necessario” della cultura umanistica nell’epoca dell’IA generativa.
Che cosa è cambiato davvero, oggi, rispetto alle precedenti ondate digitali, da rendere questo ritorno non più opzionale ma strutturale?
Credo che il ritorno necessario della cultura umanistica in questa fase dello sviluppo delle tecnologie sia proprio legato al fatto che mentre nelle fasi iniziali il digitale affrontava l’automazione di attività, procedure ripetitive, adesso sta entrando nei processi cognitivi, nei processi decisionali, nel ricordo, nell’azione indipendente.
E quindi è fondamentale avere capacità umanistiche per capire fino a che punto la tecnologia fa cose corrette, quando invece incomincia a sbagliare. Sbaglia perché costruisce dei processi di ragionamento fallaci, perché non utilizza logica, usa i dati sbagliati.
Oggi, per usare al meglio le piattaforme generative, è più importante studiare l’arte retorica, le fallacie, il pensiero critico che non il Python o il prompting. Le macchine sostanzialmente sono molto legate ai linguaggi, infatti si parla di LLM, di large language model, si parla di modelli linguistici, non modelli di contenuto.
L’obiettivo di queste piattaforme è imparare un linguaggio, imparare lo stile, capire le preferenze della persona che interagisce con loro per convincerli che sono la struttura, che sono la macchina, diciamo, di cui potersi fidare.
Fanno quello che Cicerone avrebbe chiamato captatio benevolentiae digitale. Inoltre gli impatti del digitale non sono solo le piattaforme generative, ma sono l’automazione, l’ingresso, il cambiamento dei processi cognitivi.
C’è un bisogno enorme di capire le implicazioni organizzative, psicologiche, linguistiche del digitale, perché il digitale sta trasformando la società e l’essere umano e quindi se non abbiamo capacità per capire le dimensioni umanistiche, cognitive, la salute, e l’equilibrio sociale, la giustizia, rischiamo di essere determinati dalla scelta delle macchine, dal fatto che più si diffondono le cose, più comandano, diventa poi il loro modo di esprimersi, di decidere, di suggerire, diventa la credenza comune ed è molto difficile da scalfire.
D. In Anima mediterranea, proponete una distinzione netta tra leader e guida.
Come cambia questa distinzione quando le decisioni sono sempre più mediate da algoritmi, dati e sistemi di raccomandazione?
La differenza tra leader e guida è sostanziale, anche se è sempre un gioco di parole. Intanto non abbiamo accettato la parola leader in maniera critica, in inglese ci sembra più moderna, più tecnologica.
Mentre se la diciamo in tedesco sarebbe Führer, se la dicessimo in latino sarebbe Dux, se la dicessimo in russo sarebbe czar. Sono concetti che esprimono l’unico uomo al comando, il potere totale, l’autorità.
Invece il concetto di guida di un’azienda è molto più articolato, è molto legato a un processo anche di consenso, dove il capo si fa anche carico, rischia personalmente di suo, accompagna. La guida alpina, per esempio, è addirittura legata con la squadra che deve guidare, è solidale con il suo successo, quando le cose vanno male non abbandona la squadra per salvarsi; si lega a loro e ne vive i successi ma anche gli insuccessi … di cui si sente responsabile.
Tra l’altro spesso la guida va davanti perché è un apripista, perché affronta per primo terreni non ancora esplorati; quindi si fa carico di essere lui l’esploratore. Qualche volta, invece, decide di stare in fondo, di essere l’ultimo, per fare in modo che tutti arrivino alla meta, che anche le persone più fragili e più lente ce la possono fare.
Quindi la guida è un concetto molto più ampio di leader. Come dice Padre Spadaro nella prefazione, bellissima: La guida è una presenza reale, vive dentro i contesti, ne sente le tensioni, sa quando tacere, sa quando fermarsi, sa che una decisione ha un peso ecologico, simbolico, umano.
potremmo allora dire che la guida non si limita a pianificare, ma discerne, prende decisioni corrette anche eticamente, non impone, accompagna, cerca il consenso, non controlla, si prende cura.
D. Il Mediterraneo emerge nel libro come metodo, non come identità.
In che senso questo “pensiero mediterraneo” può aiutarci a governare – e non subire – l’opacità e la potenza persuasiva dell’IA?
Il Mediterraneo può essere visto come un metodo, come un approccio alla creazione di società. Molto bella è la definizione che ne dà Paul Valéry, il grande filosofo e poeta che progettò il primo centro sul Mediterraneo nel 1933 a Nizza.
Lui dice che il Mediterraneo è un dispositivo per creare civiltà. Ovviamente, il punto di partenza è un costrutto geografico, è un mare, un mare che lambisce terre diverse tra di loro, ma con dei grandi elementi di analogie.
Un grande studioso del Mediterraneo, Egidio Ivetic, dice: “Il Mediterraneo è il cuore incandescente di un unico vitale continente afro-euro-asiatico. L’epicentro della grande storia che qui transita e da cui scaturisce.”
Il nostro punto di vista è proprio questo: è una riflessione che nasce ovviamente nel pensiero moderno, da Braudel, che nell’introduzione del suo celebre libro sul Mediterraneo, riflette:
“Che cosa è il Mediterraneo? Mille cose insieme, non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi, non un mare, ma un susseguirsi di mari, non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une alle altre.” E accatastate vuol dire che ogni civiltà si somma all’altra creando un novum. Assorbendo ma rigenerando con in modo nuovo la tradizione.
D. L’intelligenza artificiale generativa è, prima di tutto, una tecnologia del linguaggio.
Quali competenze culturali, retoriche e critiche diventano oggi indispensabili per non trasformarci in semplici fruitori “incantati” delle risposte delle macchine?
Le competenze culturali, retoriche e critiche che servono sono le più varie: sono proprio quelle che potremmo chiamare le humanities, le arti liberali, nel loro senso più completo: la capacità retorica, la linguistica, la cultura, il saper leggere i libri, la letteratura, la psicologia, la neuroscienza.
Si tratta di capire come le tecnologie possono migliorare l’essere umano. L’obiettivo è migliorarlo. È uno strumento potente che deve renderci ancora migliori e non uno strumento che sostituisce l’essere umano, depotenziandolo, marginalizzandolo, anonimizzandolo.
Peraltro, per capire e interagire col mondo dell’intelligenza artificiale, il punto di partenza è capire che può ingannare. E la cultura classica ci permette anche di anticipare dei fenomeni, capire che, pur nella evidente novità, ri-emergono elementi antichi e già visti.
C’è un passaggio molto interessante del Sofista di Platone, quando lo straniero di Elea parla e dice una cosa molto interessante che ci fa capire quanto i temi dell’intelligenza artificiale erano già stati messi a fuoco tanto tempo fa, con altre tecnologie ovviamente.
Lo straniero dice, dunque: “Noi dobbiamo pensare che ci sia anche un’altra arte [e implicitamente Platone richiamava la capacità di imitare la realtà della pittura, rendendo le cose come se sembrassero vere], un’arte dei discorsi per cui sia possibile con i discorsi appunto incantare le orecchie dei giovani e di quelli ancora molto lontani dal conoscere la realtà delle cose, mostrando loro immagini parlate [qui è chiarissima il richiamo ai sistemi di intelligenza generativa] in modo da ingenerare in loro l’opinione che chi parla dice la verità e che su tutto è il più sapiente di tutti”.
Questo rischio è oggi molto evidente. La volontà dei sistemi esperti generativi, dei linguaggi che vengono utilizzati, dei language model che vengono utilizzati è di fare in modo che il prompting, quindi il sistema esperto che lo attiva e controlla, sia considerato vero, credibile, affidabile.
Nel momento in cui l’utente considera la piattaforma generativa affidabile, tende a fidars di tutto quello che dice. E come sappiamo oggi l’obiettivo fondamentale delle piattaforme generative non è dare contenuti (non sappiamo neanche da quali fonti sono utilizzate). Oggi l’obiettivo è persuadere gli utilizzatori su due aspetti: stabilire cosa votare e stabilire che prodotti comprare. Questa è la vera minaccia dietro le piattaforme generative.
D. Il modello Olivetti ritorna spesso come riferimento implicito e esplicito nel tuo lavoro.
Che cosa può insegnarci oggi Olivetti non tanto sull’innovazione tecnologica, quanto sul rapporto tra tecnica, bellezza, responsabilità e bene comune?
Credo che Olivetti, nella figura di Adriano, ma anche di suo padre Camillo, fondamentale come figura per capire anche quello che poi è stata l’azienda Olivetti, abbia insegnamenti straordinari per i leader … o meglio le guide … di oggi, anche nel rispetto e debito che un figlio he nei confronti del padre.
Adriano, nei suoi discorsi, soprattutto quelli che fa ai dipendenti, richiama infatti spesso la figura di suo padre. Ad esempio il fatto che suo padre gli disse: ricordati che la cosa peggiore che tu puoi fare è licenziare le persone o fare in modo che le persone facciano un lavoro che non li motiva.
Il pensiero olivettiano è importante ancora oggi perché aveva colto da subito la potenza della tecnologia, ma anche i rischi, le derive – soprattutto quelle solipsistiche. Come noto Adriano Olivetti ha sempre considerato importante il concetto di comunità – il fare insieme, la solidarietà – centrale anche nel suo pensiero politico. E quindi vedeva, soprattutto nei confronti dei primi personal computer (inventati proprio in Olivetti), il rischio di un approccio individuale, dove la tecnologia tendeva a isolare le persone, a staccarle dalla comunità, a trasformarle in una monade.
E poi il rapporto con la semplicità d’uso, con la bellezza, e tutto il tema del design applicato alla tecnologia, nasce da questa esigenza, dall’esigenza non solo di creare delle cose belle che possono ben integrarsi nell’ambiente, ma anche di creare quella che i designer oggi chiamano affordance: il fare in modo che un oggetto mai visto ci rassicuri e ci dica le funzionalità che ci mette a disposizione. Aspetto ancora più importante con gli oggetti elettronici, dove il cuore (schede è chip) è simile per tutte le tipologie di oggetti e quindi non svela in modo automatico le sue funzionalità.
Quindi l’utilizzo del design era anche per rendere più facilmente utilizzabili gli oggetti, senza manuali, senza sovraccarichi cognitivi; non era dunque solo un fatto estetico. Credo che oggi questa cultura del design, questa importanza della comunità, dell’uomo al centro, ma soprattutto l’uomo parte di una comunità e non l’uomo da solo, ancora una volta il leader al comando, ma una guida che è parte di una squadra, è solidale, si lega alla squadra in qualche modo, sono insegnamenti che noi dobbiamo cogliere da Olivetti.
Pensiamo anche ai negozi di Olivetti – ad esempio quello meraviglioso in piazza San Marco a Venezia, oggi gestito dal FAI, che ci ricorda che un negozio deve essere bello, che un negozio deve creare un senso di appartenenza. Che entra in un negozio Olivetti non veniva bombardato dalla quantità di prodotti esposti, non era un negozio-magazzino caratterizzato dal numero di prodotti da vendere; era invece un negozio-comunità, un negozio dove tu entravi e ti sentivi parte di una comunità molto più ampia.
Per questo motivo, molti dei negozi flagship di Olivetti erano progettati da grandi designer; quello di Venezia è di Carlo Scarpa. Tra l’altro ho verificato, quando ero presidente dell’Associazione Archivio storico Olivetti, che Steve Jobs si è molto ispirato a Olivetti, non solo nell’uso del design applicato alla tecnologia, ma anche nella forma e scopo dei negozi. L’Apple Store è in qualche modo la forma moderna di quell’idea concepita oltre cinquant’anni prima, da Carlo Scarpa.
Adriano Olivetti era dunque molto sensibile all’importanza dei luoghi, al loro lay-outing, all’urbanistica. Ha per esempio fondato la rivista di urbanistica, ha fatto il piano regolatore di Ivrea e, quando ha fatto progettare dall’architetto Cosenza la fabbrica di Pozzuoli, ha fatto in modo che la fabbrica avesse le vetrate in modo che gli operai potessero entrare in contatto con la natura, col sole, con la luce, col mare. Quindi questi sono tutti elementi che conciliano la tecnologia, il design, la bellezza, ma anche la competitività, per creare un unicum che sia sostenibile veramente e faccia in modo che tutti abbiano benefici.
D. Se dovessi indicare una qualità fondamentale per chi oggi è chiamato a guidare processi complessi – nelle imprese, nelle istituzioni, nei territori – quale sarebbe?
E perché non può essere ridotta a una competenza misurabile?
Credo che la qualità fondamentale di una guida oggi sia la consapevolezza del contesto, la consapevolezza di se stesso, dei suoi punti di forza e debolezza, e la consapevolezza del potere della squadra.
Questo è un punto di potenza necessario su cui poi vanno aggiustate, integrate tutte le competenze che sono prevalentemente soft skill: pensiero critico, sguardo al futuro, intelligenza emotiva, abilità retorica, cultura del dato, competenza digitale vista come capacità decisionale, non il suo utilizzo da smanettone.
Ecco, sono competenze composite che sono necessarie per fare in modo che le guide del futuro siano capaci di agire in un mondo sempre più complesso.
Conclusione
Questa conversazione con Andrea Granelli non offre ricette né scorciatoie. Offre qualcosa di più raro: un orientamento.
In un tempo in cui l’intelligenza artificiale tende a presentarsi come soluzione neutrale, efficiente e autosufficiente, emerge con forza l’idea che la vera posta in gioco non sia tecnica, ma culturale. L’IA è un ambiente cognitivo che modella linguaggi, decisioni, immaginari. Abitarlo senza consapevolezza significa subirlo.
Il Mediterraneo, inteso come metodo di pensiero, ci ricorda che la complessità non va semplificata ma attraversata; che le civiltà crescono per stratificazione e dialogo, non per rottura; che il futuro si costruisce solo se si mantiene un rapporto vivo con la memoria.
In questo scenario, la guida – non il leader – torna a essere una figura decisiva: qualcuno che discerne, accompagna, si prende cura; che sa stare davanti quando serve esplorare e dietro quando è necessario non lasciare indietro nessuno.
Forse è proprio questa l’arte della guida oggi: custodire l’umano mentre tutto accelera, mantenere il senso mentre le macchine producono linguaggi, e ricordare che nessun algoritmo può sostituire la responsabilità, la relazione e il giudizio.
