a cura di Fonzo Concetta, Laura Evangelista e Marianna Forleo (*)
Premessa editoriale
Il contributo di Fonzo, Evangelista e Forleo si colloca nel cuore del dibattito contemporaneo sull’Intelligenza Artificiale, proponendo una lettura ampia e sistemica del paradigma dell’Umanesimo Digitale come risposta europea alle sfide della trasformazione tecnologica.
L’analisi evidenzia come l’Intelligenza Artificiale non rappresenti soltanto un’innovazione tecnologica, ma una trasformazione strutturale che investe diritti, partecipazione democratica e qualità dello spazio pubblico. In questo scenario, l’Unione europea si propone come laboratorio di un approccio antropocentrico, volto a coniugare sviluppo tecnologico e tutela della dignità umana.
Particolarmente rilevante è il focus sui diritti cognitivi e sul ruolo strategico dell’educazione e della formazione, chiamate a garantire non solo competenze tecniche, ma capacità critiche, autonomia di giudizio e partecipazione consapevole. In questa prospettiva, strumenti come l’AI Act, il quadro EQAVET e le microcredenziali assumono un valore che va oltre la dimensione regolativa, configurandosi come dispositivi per la costruzione di una cittadinanza digitale responsabile.
Il contributo richiama con forza la necessità di orientare l’innovazione attraverso un investimento strutturale nei sistemi educativi e nelle comunità educanti, affinché l’Intelligenza Artificiale possa diventare un fattore di emancipazione e non di disuguaglianza.
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Abstract (IT)
Il presente contributo analizza il paradigma dell’Umanesimo Digitale come risposta dell’Unione europea alle sfide poste dall’Intelligenza Artificiale, ormai riconosciuta come una forza pervasiva della cosiddetta “Quarta Rivoluzione”. Lo studio indaga come l’approccio antropocentrico europeo cerchi di mediare tra competitività tecnologica e tutela della dignità umana, ponendo l’istruzione e la formazione professionale al centro della vitalità democratica e della coesione sociale. Dal punto di vista metodologico, la ricerca adotta una ricognizione della letteratura, integrata da un’attività di desk research sui principali documenti di policy, al fine di offrire un’analisi della normativa e istituzionale europea. Attraverso l’esame dell’AI Act, il contributo approfondisce la natura “ad alto rischio” dei sistemi di IA applicati ai contesti educativi e formativi, sottolineando l’importanza della supervisione umana per evitare che i bias algoritmici alimentino nuove forme di disuguaglianza. In questo quadro, strumenti come il quadro EQAVET e il sistema delle microcredenziali emergono come pilastri strategici. Se, da un lato, l’IA consente una maggiore personalizzazione dei percorsi di apprendimento, dall’altro i dispositivi per la qualità, le microcredenziali e i portafogli digitali restituiscono agli individui una maggiore valorizzazione, autonomia nella gestione e spendibilità delle proprie competenze. Lo studio evidenzia, infine, come una formazione di qualità, integrata da una solida data literacy, rappresenti una condizione essenziale per trasformare l’Intelligenza Artificiale in un volano di emancipazione, partecipazione democratica consapevole e sviluppo umano.
Parole chiave: umanesimo digitale, Intelligenza Artificiale, educazione, microcredenziali, EQAVET.
Abstract (EN)
This contribution analyses the paradigm of Digital Humanism as a response of the European Union to the challenges posed by Artificial Intelligence, now widely recognised as a pervasive force of the so-called “Fourth Revolution.” The study investigates how the European anthropocentric approach seeks to balance technological competitiveness with the protection of human dignity, placing vocational education and training at the core of democratic vitality and social cohesion. From a methodological perspective, the research adopts a literature review integrated with desk research on key policy documents, in order to provide an analysis of the European regulatory and institutional framework. Through the examination of the AI Act, the paper explores the “high-risk” nature of AI systems applied to educational and training contexts, emphasising the importance of human oversight to prevent algorithmic biases from generating new forms of inequality. Within this framework, tools such as the EQAVET framework and the micro-credentials system emerge as strategic pillars. While AI enables greater personalisation of learning pathways, quality assurance mechanisms, micro-credentials and digital wallets enhance individuals’ autonomy in managing, valuing and making their skills more transferable and recognisable. Finally, the study highlights how high-quality education, supported by strong data literacy, represents a fundamental condition for transforming Artificial Intelligence into a driver of emancipation, informed democratic participation and human development.
Keywords: digital humanism, Artificial Intelligence, education, micro-credentials, EQAVET.
Introduzione
Nel corso di pochi decenni, l’Intelligenza Artificiale (IA) si è evoluta da tecnologia in grado di simulare i processi di apprendimento umano a infrastruttura pervasiva, capace di incidere profondamente su molteplici ambiti della vita contemporanea. Essa non rappresenta soltanto un avanzamento tecnologico, ma configura una trasformazione strutturale dello spazio pubblico e privato, incidendo in misura crescente sulla sfera dei diritti, della partecipazione e della coesione sociale.
L’umanità si trova oggi al centro di una trasformazione che la storiografia recente ha definito come “Quarta Rivoluzione” (Floridi, 2017). In questo scenario, l’Europa ambisce a porsi come riferimento per un approccio antropocentrico all’innovazione, volto a coniugare competitività globale e tutela dei valori liberal-democratici. La sfida contemporanea non consiste unicamente nello sviluppo di sistemi sempre più performanti, ma soprattutto nel garantire che tali sistemi siano progettati e governati in modo da risultare intrinsecamente allineati alla dignità umana, principio fondativo sancito dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea[1].
In questa prospettiva, l’Intelligenza Artificiale interpella direttamente la dimensione culturale ed educativa delle società contemporanee, richiedendo un impegno condiviso volto a orientarne lo sviluppo verso finalità di inclusione, responsabilità e partecipazione democratica.
L’Intelligenza Artificiale, pertanto, si configura oggi come un’infrastruttura invisibile e pervasiva, capace di modellare non solo le decisioni individuali e i consumi collettivi, ma anche le modalità di produzione, organizzazione e trasmissione della conoscenza, incidendo profondamente sulle trasformazioni del lavoro e delle relazioni sociali. In assenza di un chiaro orientamento etico e culturale, tale pervasività rischia di tradursi in nuove forme di alienazione, asimmetria informativa e polarizzazione sociale.
Pertanto, orientare l’IA alla dignità umana significa, in primo luogo, presidiare i diritti cognitivi e garantire che la crescente delega di funzioni cognitive alle macchine non comporti un indebolimento dell’autonomia, del pensiero critico e della capacità di giudizio dei soggetti. Ciò implica riconoscere che la questione dell’IA è, prima ancora che tecnologica, profondamente educativa e culturale.
In tale prospettiva si colloca il paradigma dell’Umanesimo Digitale, inteso non come mera cornice teorica, ma come orientamento operativo capace di guidare l’innovazione verso finalità di accoglienza, consapevolezza e impegno civico. Esso richiama la necessità di coltivare ecosistemi digitali che promuovano responsabilità, rafforzino le comunità educanti e valorizzino il patrimonio culturale come spazio dinamico di costruzione condivisa di senso.
Al cuore di questa trasformazione permane tuttavia un evidente paradosso: l’Intelligenza Artificiale possiede un potenziale senza precedenti nel migliorare la qualità della vita umana, ampliare l’accesso alla conoscenza e sostenere processi decisionali complessi; al contempo, introduce rischi significativi connessi alla tutela della privacy, alla diffusione della disinformazione, alla riproduzione di bias e disuguaglianze, nonché alla progressiva opacità dei processi algoritmici (Evangelista et al., 2025).
Affrontare tale tensione richiede non solo strumenti normativi e tecnologici adeguati, ma anche un rinnovato investimento nei processi educativi, nella formazione del pensiero critico e nella costruzione di una cittadinanza digitale consapevole, in grado di abitare responsabilmente l’ecosistema dell’innovazione.
In questo scenario globale, la scelta politica dell’Unione europea è stata quella di delineare un quadro etico e giuridico capace di porre la persona al centro dei processi di trasformazione digitale, nel tentativo di bilanciare le esigenze della competitività internazionale con la tutela dei valori liberal-democratici[2]. Tale orientamento non può esaurirsi nella sola dimensione regolatoria, ma richiede un investimento strutturale nei sistemi educativi e formativi, riconosciuti come snodi strategici per l’attuazione di un approccio realmente antropocentrico all’innovazione (Cedefop, 2021).
In questa prospettiva, il settore dell’istruzione e formazione professionale, insieme allo sviluppo di una serie di sistemi e strumenti digitali per il riconoscimento, la certificazione e la messa in trasparenza delle competenze, assume un ruolo centrale non solo nel colmare lo skill mismatch, ma anche nel promuovere percorsi di emancipazione culturale e sociale. Tali sistemi e strumenti, infatti, contribuiscono a costruire una cittadinanza attiva e consapevole, in grado di partecipare pienamente ai processi di trasformazione digitale.
Dunque, formare oggi non significa soltanto trasmettere competenze tecniche, ma sviluppare capacità critiche e interpretative che consentano di comprendere le logiche sottese alle tecnologie, riconoscerne i limiti, mitigarne i bias e orientarne l’impatto in senso sociale e democratico. L’educazione all’Intelligenza Artificiale si configura quindi come una dimensione costitutiva della formazione del cittadino, intrecciando conoscenza, responsabilità e partecipazione.
In tale quadro, la qualità dei sistemi educativi e formativi diventa un indicatore fondamentale della vitalità democratica di una società; essa misura la capacità di garantire equità di accesso, pluralismo informativo, autonomia di giudizio e pieno esercizio dei diritti cognitivi. Investire nella formazione significa, dunque, non solo preparare al lavoro, ma contribuire alla costruzione di comunità educanti capaci di orientare l’innovazione verso finalità di inclusione, sostenibilità e sviluppo umano.
Educare e umanizzare l’IA: obiettivi e domande
Alla luce del quadro delineato nell’introduzione, il presente contributo si propone di esplorare criticamente alcuni dei più recenti approcci all’Intelligenza Artificiale, con particolare attenzione alle sue implicazioni nei contesti educativi, formativi e socioculturali. L’analisi si colloca all’intersezione tra innovazione tecnologica, diritti cognitivi e responsabilità democratica, assumendo una prospettiva orientata alla centralità della persona e alla costruzione di ecosistemi educativi inclusivi. In particolare, la riflessione è guidata dalle seguenti domande:
- In che modo il quadro regolatorio europeo contribuisce a ridefinire il concetto di dignità umana nell’ambito dei sistemi di Intelligenza Artificiale, anche in relazione ai contesti di istruzione e formazione professionale?
- In che modo l’innovazione digitale e l’Intelligenza Artificiale possono essere orientate a promuovere partecipazione democratica, inclusione e sostenibilità culturale, rafforzando il ruolo delle comunità educanti?
- Quale ruolo assumono i dispositivi di trasparenza (tra cui le microcredenziali) e i sistemi di assicurazione della qualità nell’istruzione e formazione professionale nel sostenere la resilienza degli individui, in un contesto segnato dalla rapida obsolescenza delle competenze indotta dall’IA?
Attraverso tali quesiti, il contributo intende concorrere alla definizione di un paradigma interpretativo capace di coniugare sviluppo tecnologico e sviluppo umano, evidenziando il ruolo strategico dell’educazione nei processi di “umanizzazione” dell’innovazione.
Per rispondere a tali interrogativi, è stato adottato un approccio metodologico fondato su una ricognizione della letteratura recente e su un’attività di desk research, finalizzate a sviluppare una comprensione critica e integrata dell’evoluzione delle politiche europee in materia di Intelligenza Artificiale, istruzione e formazione.
Tale impostazione ha consentito di analizzare in modo sistematico il quadro esistente, con particolare riferimento ai documenti strategici, ai rapporti istituzionali e agli atti normativi relativi sia allo sviluppo e alla governance dell’IA, sia ai sistemi di assicurazione della qualità nell’istruzione e nella formazione professionale. L’analisi è stata pertanto orientata non solo alla dimensione regolativa, ma anche alle implicazioni educative, culturali e sociali dei processi di innovazione.
Le fonti sono state individuate attraverso ricerche mirate nei principali archivi istituzionali online. La ricognizione si è concentrata su pubblicazioni e documenti prodotti nel periodo 2020–2025, in corrispondenza dell’attuale ciclo di policy avviato con la Raccomandazione del Consiglio europeo del 2020 in materia di istruzione e formazione professionale[3] e sviluppatosi attraverso le successive iniziative europee in ambito competenze, digitalizzazione e IA.
I documenti selezionati sono stati analizzati mediante un approccio di analisi tematica del contenuto, che ha permesso di individuare pattern ricorrenti, categorie concettuali e relazioni significative tra politiche, strumenti e pratiche. Questo processo interpretativo ha consentito di mettere in luce sia traiettorie comuni a livello europeo, sia specificità nazionali, integrando prospettive teoriche, istituzionali ed empiriche.
Nel loro insieme, tali scelte metodologiche restituiscono una lettura critica e multilivello dei processi in atto, evidenziando il ruolo strategico della formazione e delle politiche educative nell’orientare l’innovazione tecnologica verso obiettivi di inclusione, responsabilità e partecipazione democratica.
IA, diritti cognitivi e democrazia: il ruolo dell’educazione e della regolazione europea
La sfida posta dall’Intelligenza Artificiale non si limita alla tutela dei dati personali, ma investe in modo più ampio la salvaguardia dello spazio pubblico e della qualità del dibattito democratico. In questo senso, l’IA incide direttamente sul diritto all’informazione e sulla possibilità per gli individui di partecipare consapevolmente alla vita democratica.
Nel XXI secolo, tale partecipazione richiede una nuova forma di alfabetizzazione: la data literacy. Non è più sufficiente saper leggere e scrivere; l’individuo deve essere in grado di comprendere e decodificare le logiche che regolano la produzione, la selezione e la circolazione delle informazioni nell’ecosistema digitale. In assenza di tali competenze, il rischio è quello di una crescente vulnerabilità rispetto ai meccanismi di manipolazione informativa.
Come evidenziato anche dalla letteratura recente, i sistemi di IA – in particolare quelli generativi – possono amplificare fenomeni di disinformazione, attraverso la diffusione di contenuti sintetici, deepfake e narrazioni distorte, compromettendo l’accesso a un’informazione affidabile e pluralistica (Evangelista et al., 2025). Tali dinamiche, alimentate anche dagli algoritmi di personalizzazione e dalle cosiddette “echo chambers”, rischiano di indebolire il confronto pubblico e di polarizzare il dibattito democratico.
In questa prospettiva, i documenti strategici europei, tra cui il Digital Education Action Plan 2021–2027[4], sottolineano con forza la necessità di rafforzare le competenze critiche e digitali dei cittadini. L’educazione all’Intelligenza Artificiale si configura quindi come una leva fondamentale non solo per l’occupabilità, ma per la tutela dei diritti cognitivi e per la costruzione di una cittadinanza digitale consapevole. Tutto ciò implica riconoscere che educare all’IA significa anche coltivare capacità interpretative, educare al pensiero critico e umanizzare l’innovazione, affinché le tecnologie digitali contribuiscano a rafforzare – e non a indebolire – i processi democratici e la coesione sociale.
In questo contesto, la qualità dell’istruzione e della formazione professionale assume un ruolo politico e strategico di primaria rilevanza. Integrare nei percorsi formativi moduli dedicati all’etica dei dati, alla comprensione dei modelli algoritmici e all’analisi critica dei sistemi di IA non rappresenta un mero esercizio accademico, ma una condizione necessaria per tutelare la libertà di scelta e l’autonomia del soggetto. Comprendere, ad esempio, come gli algoritmi di raccomandazione possano generare filter bubbles significa dotarsi degli strumenti cognitivi per interpretare la realtà in modo consapevole e plurale.
In questa prospettiva, l’innovazione digitale deve essere accompagnata da adeguati livelli di trasparenza e accountability delle piattaforme, come previsto anche dal Digital Services Act (DSA) o Regolamento (UE) 2022/2065[5], affinché le tecnologie non limitino il confronto pubblico, ma ne rafforzino la qualità e l’apertura. Tale esigenza si intreccia con il tema della qualità della formazione, che si realizza pienamente quando le parti sociali – istituzioni, sistemi educativi e mondo del lavoro – partecipano attivamente alla definizione dei curricoli digitali e degli standard delle microcredenziali. Questo approccio partecipativo e multilivello contribuisce a garantire che l’introduzione dell’IA nei contesti educativi e produttivi sia il risultato di un processo negoziale, orientato a equità, inclusione e rilevanza sociale.
Al tempo stesso, è necessario riconoscere che l’Intelligenza Artificiale, basandosi su modelli statistici e sull’analisi di grandi quantità di dati, tende a privilegiare ciò che è più frequente e prevedibile, con il rischio di marginalizzare ciò che è minoritario, atipico o culturalmente specifico. Come evidenziato anche nella letteratura, i sistemi di IA possono infatti amplificare bias e disuguaglianze preesistenti, contribuendo a forme di discriminazione implicita e alla riproduzione di narrazioni dominanti.
In tale ottica, la sostenibilità culturale dell’innovazione digitale dipende dalla capacità di utilizzare l’IA non come strumento di omologazione, ma come dispositivo capace di valorizzare la diversità, la complessità e il pluralismo dei contesti umani. Ciò implica un investimento consapevole nei processi educativi e nella costruzione di comunità educanti in grado di orientare criticamente l’uso delle tecnologie, in linea con i principi di inclusione, partecipazione e dignità.
In definitiva, se da un lato l’Intelligenza Artificiale rappresenta una straordinaria opportunità di innovazione e sviluppo, dall’altro essa introduce rischi significativi per i diritti fondamentali, tra cui la non discriminazione, la libertà di espressione, la dignità umana e la protezione dei dati personali. Affrontare questa tensione richiede un approccio integrato, in cui regolazione, educazione e partecipazione sociale concorrano a orientare l’evoluzione tecnologica verso finalità di sviluppo umano e democratico.
A fronte dei limiti del quadro generale di tutela dei diritti fondato sulla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e sul Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), l’Unione europea ha progressivamente orientato la propria azione verso l’adozione di un approccio esplicitamente antropocentrico all’IA, volto a garantire che lo sviluppo tecnologico sia coerente con i principi e i valori fondativi dell’Unione.
In questo contesto, la dignità umana si configura come il principio cardine del rinnovato ordinamento giuridico europeo. Tuttavia, nell’era della trasformazione digitale, essa non può più essere intesa unicamente come tutela della dimensione fisica o privata dell’individuo, ma deve essere reinterpretata come dignità digitale, ossia come diritto alla protezione dell’identità, dell’autonomia decisionale e dell’integrità cognitiva nell’ambiente digitale.
Il Regolamento europeo sull’Intelligenza Artificiale (AI Act) del 2024 rappresenta, in tal senso, una svolta di portata globale, configurandosi come il primo quadro normativo orizzontale e vincolante dedicato all’IA. Esso introduce un sistema regolatorio innovativo, finalizzato a coniugare promozione dell’innovazione e tutela dei diritti fondamentali, delineando condizioni di sviluppo e utilizzo delle tecnologie basate su criteri di sicurezza, trasparenza, responsabilità e controllo umano.
Attraverso tale impianto giuridico, l’Unione europea mira a costruire un ecosistema digitale affidabile, in cui i sistemi di IA siano progettati e impiegati nel rispetto dei diritti fondamentali, contribuendo al contempo alla promozione dell’equità, dell’inclusione e della partecipazione democratica. In linea con quanto evidenziato dalla letteratura, infatti, l’adozione di sistemi di IA non adeguatamente regolati può comportare rischi significativi per diritti quali la privacy, la non discriminazione e l’accesso equo all’informazione (Evangelista et al., 2025).
Elemento centrale dell’AI Act è l’introduzione di un approccio regolatorio basato sul rischio, che classifica i sistemi di Intelligenza Artificiale in diverse categorie, prevedendo obblighi proporzionati al livello di rischio associato; maggiore è il potenziale impatto sui diritti e sulla sicurezza delle persone, più stringenti sono i requisiti normativi applicabili. Tale impostazione consente di bilanciare esigenze di innovazione e tutela, ponendo le basi per uno sviluppo tecnologico responsabile e orientato al benessere umano.
In questa prospettiva, la regolazione dell’IA non si esaurisce nella dimensione giuridica, ma si intreccia con quella educativa e culturale, richiedendo un impegno condiviso volto a promuovere consapevolezza, competenze critiche e responsabilità nell’uso delle tecnologie, in linea con i principi di “umanizzazione” dell’innovazione richiamati nel presente contributo.
In particolare, l’Intelligenza Artificiale impiegata nei sistemi di istruzione e formazione professionale rientra tra le applicazioni classificate come ad alto rischio. Tale qualificazione non assume un valore meramente tecnico o burocratico, ma riflette la consapevolezza che l’IA, quando incide sui percorsi educativi e formativi, può influenzare in modo determinante le traiettorie di vita degli individui, condizionandone l’accesso alla conoscenza, al lavoro e alla piena partecipazione sociale.
I sistemi ad alto rischio – che includono, tra gli altri, quelli utilizzati nei settori educativo, occupazionale, sanitario e della sicurezza pubblica – sono pertanto soggetti a requisiti stringenti, tra cui la trasparenza dei criteri decisionali, la qualità e governance dei dati, la supervisione umana e il monitoraggio dei bias e delle possibili discriminazioni. Tali prescrizioni mirano a garantire che lo sviluppo e l’utilizzo dell’IA siano orientati alla tutela dei diritti fondamentali, ponendo un limite alla mera efficienza computazionale.
L’AI Act, pur rappresentando un avanzamento significativo verso un modello di governance responsabile e affidabile, evidenzia al contempo la necessità di un coordinamento internazionale, poiché i sistemi di IA operano in ecosistemi globali che eccedono i confini normativi nazionali ed europei.
In questo quadro, la qualità dei sistemi educativi, formativi e culturali assume un ruolo cruciale. Essa non può essere ridotta alla sola trasmissione di conoscenze e competenze tecniche, ma deve essere intesa come capacità di promuovere soggetti attivi, in grado di esercitare agency, compiere scelte informate e incidere criticamente sul proprio contesto culturale e sociale. L’introduzione, nell’AI Act, dell’obbligo di supervisione umana si inserisce pienamente in questa prospettiva, poiché riconosce implicitamente che i processi decisionali automatizzati non possono sostituire il giudizio umano, ma devono essere accompagnati da una responsabilità consapevole.
Tale principio assume un valore particolarmente rilevante nei contesti educativi e culturali; l’istruzione e la formazione non possono essere ridotte a un processo di trasferimento di informazioni elaborabili da sistemi automatizzati, ma si configurano come una relazione pedagogica fondata sul riconoscimento reciproco, sull’interpretazione e sulla costruzione condivisa di significato. In questa prospettiva, la tecnologia deve essere concepita come uno strumento di potenziamento delle capacità educative, capace di supportare il docente e il formatore (ad esempio liberandolo da attività ripetitive e amministrative) per rafforzarne il ruolo di guida critica, etica e culturale.
Alla luce di queste considerazioni, l’educazione all’Intelligenza Artificiale emerge come una leva fondamentale per dare attuazione ai principi del coltivare, educare e umanizzare, orientando l’innovazione tecnologica verso la promozione della dignità umana e della pluralità culturale.
Qualità nell’era dell’IA: tra EQAVET, microcredenziali e approccio antropocentrico
Se l’AI Act fornisce la cornice giuridica di riferimento per la tutela dei diritti fondamentali e per la regolazione dei sistemi di IA, le Raccomandazioni del Consiglio dell’Unione europea in materia di istruzione e formazione professionale e le indicazioni europee sulle microcredenziali costituiscono, già da tempo, le basi per uno sviluppo sostenibile e inclusivo dei sistemi educativi e formativi.
In questo scenario, l’influenza dell’Intelligenza Artificiale sulla qualità dell’istruzione e della formazione professionale a livello europeo appare sempre più rilevante. Da un lato, l’IA offre opportunità significative di innovazione didattica, consentendo di personalizzare i percorsi di apprendimento, adattare contenuti e metodologie ai bisogni degli individui e migliorare l’efficacia dei processi formativi. Dall’altro, essa permette di raccogliere e analizzare grandi quantità di dati, supportando attività di monitoraggio, valutazione e miglioramento continuo della qualità dei sistemi educativi.
Tuttavia, tali potenzialità si accompagnano a criticità non trascurabili. Tra queste, il rischio di accentuare disuguaglianze nell’accesso alle tecnologie e alle opportunità formative, la necessità di garantire trasparenza, affidabilità e accountability dei sistemi algoritmici, nonché l’esigenza di preservare la dimensione educativa, relazionale e valoriale del processo formativo. Come evidenziato dalla letteratura, infatti, i sistemi di IA possono amplificare bias e disuguaglianze preesistenti, incidendo negativamente su principi fondamentali.
In ambito europeo, l’integrazione dell’IA nei sistemi di istruzione e formazione è pertanto strettamente connessa ai principi di qualità e richiede un’evoluzione dei dispositivi di assicurazione della qualità (come, ad esempio, il quadro EQAVET[6]) capace di coniugare innovazione tecnologica e tutela dei diritti. In questa prospettiva, la qualità non può essere intesa unicamente come efficienza o performance, ma come capacità dei sistemi formativi di contribuire allo sviluppo umano, alla partecipazione democratica e alla costruzione di comunità educanti, in linea con i principi del coltivare, educare e umanizzare più volte richiamati.
L’evoluzione della qualità dei sistemi di istruzione e formazione professionale nell’Unione europea è oggi profondamente influenzata dalla convergenza tra le potenzialità dell’Intelligenza Artificiale e il quadro europeo di assicurazione della qualità EQAVET (European Quality Assurance in Vocational Education and Training). In linea con il Digital Education Action Plan 2021–2027, tale integrazione contribuisce a trasformare la qualità da un concetto statico a un processo dinamico di miglioramento continuo, in cui l’IA può agire come fattore abilitante lungo l’intero ciclo della qualità (pianificazione, implementazione, valutazione e revisione).
In particolare, nelle fasi di pianificazione e revisione, l’utilizzo di strumenti di analisi predittiva consente di rafforzare l’allineamento tra offerta formativa e fabbisogni del mercato del lavoro. L’analisi dei dati occupazionali e delle traiettorie professionali permette infatti di aggiornare i curricula in modo più tempestivo e mirato, contribuendo a rendere la formazione non solo solida sul piano pedagogico, ma anche strategica rispetto all’occupabilità, anche in una prospettiva europea e transfrontaliera. Tale approccio si inserisce pienamente nelle priorità della duplice transizione digitale e verde promossa dalla Commissione europea.
Nelle fasi di implementazione e valutazione, l’IA consente invece di sviluppare sistemi di apprendimento e monitoraggio più adattivi, capaci di personalizzare i percorsi formativi in funzione dei bisogni, dei ritmi e delle caratteristiche dei discenti. Ciò risponde ai principi di inclusività e accessibilità sanciti dal Pilastro Europeo dei Diritti Sociali[7], contribuendo a migliorare gli esiti formativi e a ridurre i tassi di abbandono attraverso interventi tempestivi e mirati. In questo senso, la qualità dei sistemi di istruzione e formazione professionale può essere letta anche come capacità di accompagnare efficacemente i percorsi individuali, valorizzando le differenze e sostenendo il successo formativo[8].
L’IA si configura inoltre come uno strumento di supporto strategico per l’orientamento e la programmazione dei sistemi formativi. Attraverso l’analisi dei dati su larga scala, le istituzioni possono individuare in tempo reale competenze emergenti e fabbisogni professionali, orientando l’offerta formativa verso settori chiave quali la sostenibilità ambientale e le tecnologie avanzate[9].
In questa prospettiva, la qualità dei sistemi di istruzione e formazione può essere sempre più letta attraverso la loro capacità di ridurre i tassi di abbandono e di migliorare il successo formativo, anche grazie all’impiego di strumenti basati sull’Intelligenza Artificiale in grado di individuare precocemente situazioni di difficoltà e di attivare interventi mirati e tempestivi. L’IA si configura, in tal senso, come un potenziale facilitatore dei processi educativi, permettendo, attraverso l’analisi di grandi moli di dati, di supportare le istituzioni nella comprensione delle dinamiche occupazionali e nell’individuazione delle competenze emergenti, orientando l’offerta formativa verso i settori strategici della transizione verde e digitale.
Tuttavia, tali opportunità devono essere lette alla luce delle priorità strategiche europee, che individuano nell’inclusività non solo un principio etico, ma anche un fattore chiave di competitività e coesione sociale. In questa direzione, l’uso dell’IA nei sistemi formativi deve contribuire alla riduzione del divario digitale, promuovendo percorsi personalizzati che tengano conto delle diverse condizioni di partenza e dei bisogni dei discenti, in linea con il principio di equità.
Al tempo stesso, la personalizzazione non può tradursi in forme di standardizzazione o di omologazione algoritmica. La qualità risiede anche nella capacità di valorizzare le identità professionali e culturali, integrandole con le competenze digitali in una prospettiva dinamica e inclusiva. Come evidenziato dalla letteratura, infatti, i sistemi di IA tendono a riprodurre e talvolta amplificare bias e disuguaglianze presenti nei dati, con il rischio di generare effetti discriminatori impliciti.
Alla luce di un Umanesimo Digitale, la qualità dei sistemi formativi si intreccia quindi con i principi di trasparenza, responsabilità e interpretabilità dei sistemi algoritmici. Rendere comprensibili i processi decisionali dell’IA – ovvero poter ricostruire il “ragionamento” della macchina – rappresenta una condizione essenziale per evitare l’automatizzazione di pregiudizi e per garantire il rispetto dei diritti fondamentali (Soro, 2019). In tal senso, educare all’Intelligenza Artificiale significa anche sviluppare competenze critiche che consentano di interrogare, comprendere e governare le tecnologie,
Anche la Raccomandazione europea sulle microcredenziali[10] introduce un cambiamento strutturale nei sistemi di istruzione e formazione, rendendo possibile la certificazione trasparente, flessibile e portabile di unità di apprendimento di dimensioni ridotte ma di elevata qualità. In questa prospettiva, le microcredenziali consentono di costruire percorsi formativi personalizzati e progressivi, configurandosi come un “mosaico” di competenze che può essere accumulato, riconosciuto e valorizzato in contesti diversi, anche a livello transnazionale.
Affinché questo strumento sia pienamente coerente con una visione antropocentrica dell’innovazione, è tuttavia necessario che le microcredenziali non siano interpretate come una frammentazione del sapere, bensì come espressione di una modularità coerente e significativa. La qualità di tali percorsi è garantita dall’adozione di standard europei condivisi, che assicurano non solo l’acquisizione di competenze tecnico-professionali, ma anche lo sviluppo di competenze trasversali, critiche e riflessive, essenziali nell’ecosistema digitale contemporaneo.
In questo senso, le microcredenziali contribuiscono a rafforzare la partecipazione democratica nel mercato del lavoro, superando modelli formativi rigidi e lineari e favorendo una maggiore apertura e accessibilità dei percorsi di apprendimento lungo tutto l’arco della vita. Inoltre, attraverso strumenti digitali sicuri, come le European Digital Credentials for Learning[11], gli individui possono gestire direttamente i propri titoli e le proprie competenze all’interno di portafogli digitali, esercitando un maggiore controllo sui propri percorsi formativi e professionali.
Tale configurazione contribuisce a riequilibrare le dinamiche di potere nella validazione delle competenze, sottraendole a logiche esclusivamente di mercato o a piattaforme proprietarie, e riportandole entro un quadro pubblico, regolato e orientato alla tutela dei diritti. In linea con quanto emerge a livello internazionale, infatti, la governance dei sistemi digitali e dei dati rappresenta un elemento cruciale per evitare derive discriminatorie e garantire equità nell’accesso alle opportunità.
In questa prospettiva, le microcredenziali si configurano come uno strumento strategico per promuovere una formazione continua di qualità, in cui l’individuo non è più un soggetto passivo dei processi di innovazione, ma un attore consapevole e responsabile, in grado di orientare il proprio sviluppo professionale in relazione alle trasformazioni indotte dall’Intelligenza Artificiale. Ciò risponde pienamente ai principi del coltivare, educare e umanizzare, ponendo al centro la persona, la sua autonomia e la sua capacità di partecipare attivamente alla costruzione del proprio futuro
Conclusioni
L’integrazione dell’Intelligenza Artificiale nel tessuto della vita contemporanea non può essere interpretata come una semplice evoluzione tecnologica di natura strumentale; essa rappresenta, piuttosto, una trasformazione sistemica che ridefinisce i confini tra spazio pubblico e privato, tra azione umana e automazione, tra conoscenza e decisione. In questo scenario, la sfida che l’Unione europea è chiamata ad affrontare non riguarda esclusivamente l’efficienza dei sistemi o la competitività economica, ma investe una dimensione più profonda e decisiva; la capacità di preservare la centralità dell’essere umano in un ecosistema sempre più mediato dagli algoritmi.
In tale scenario, il concetto di Umanesimo Digitale si configura come una bussola interpretativa, capace di orientare l’innovazione verso finalità di sviluppo umano, inclusione e partecipazione democratica. Orientare l’IA alla dignità umana significa garantire che ogni individuo mantenga autonomia decisionale, capacità critica e identità culturale, evitando il rischio che il soggetto venga ridotto a mero oggetto di processi predittivi, estrattivi o automatizzati (Floridi, 2022).
Tale obiettivo richiede un intervento strutturale che investa in modo particolare i sistemi educativi e formativi. In questo senso, la riorganizzazione dell’istruzione e formazione professionale e la diffusione sistematica delle microcredenziali emergono come leve strategiche fondamentali. Se, da un lato, l’Intelligenza Artificiale accelera la trasformazione dei profili professionali e dei contesti produttivi, dall’altro il sistema formativo è chiamato a rispondere con una flessibilità non solo tecnica, ma anche culturale e umanistica, capace di prevenire l’obsolescenza delle competenze e di accompagnare le transizioni individuali.
Le microcredenziali, in particolare, rappresentano uno strumento concreto per sostenere processi di apprendimento permanente, inclusivi e personalizzati. Esse consentono di certificare competenze specifiche in modo trasparente e riconoscibile, facilitando percorsi di upskilling e reskilling che permettono agli individui di adattarsi in modo dinamico ai cambiamenti del mercato del lavoro, senza essere vincolati ai tempi e alle rigidità dei percorsi formativi tradizionali, spesso non allineati alla rapidità delle trasformazioni digitali.
Tuttavia, affinché tali strumenti contribuiscano realmente alla costruzione di una società equa e democratica, è necessario che siano inseriti all’interno di un quadro regolativo, educativo e culturale coerente, capace di coniugare innovazione e tutela dei diritti. In linea con quanto emerso nell’analisi, la regolazione europea – a partire dall’AI Act – rappresenta un passo fondamentale, ma non sufficiente; essa deve essere accompagnata da un investimento continuo nelle competenze critiche, nella trasparenza dei sistemi e nella responsabilità condivisa tra istituzioni, comunità educanti e attori sociali.
In definitiva, la sfida posta dall’Intelligenza Artificiale non è solo tecnologica, ma profondamente educativa e culturale. Essa richiede di ripensare il rapporto tra sapere, potere e tecnologia, promuovendo modelli di sviluppo in cui l’innovazione sia orientata al bene comune. In questo senso, i principi del coltivare, educare e umanizzare non rappresentano soltanto un orizzonte valoriale, ma una vera e propria agenda operativa per costruire un futuro in cui l’Intelligenza Artificiale sia al servizio della dignità umana, della pluralità culturale e della democrazia.
In conclusione, la qualità di una società digitale si misura, in ultima analisi, nella sua capacità di porre la persona al centro dei processi di innovazione. Tale approccio non si limita a rispondere alle esigenze dell’occupabilità, ma si configura come un dispositivo strategico per rafforzare la coesione sociale e la partecipazione attiva dei cittadini.
Difatti, in un contesto caratterizzato da trasformazioni rapide e profonde, la dignità della persona è sempre più legata alla possibilità di mantenere un ruolo significativo all’interno del tessuto sociale e produttivo. La possibilità di acquisire competenze certificate in modo flessibile, trasparente e di alta qualità consente agli individui di affrontare le transizioni lavorative senza subire fratture identitarie, trasformando il cambiamento tecnologico da potenziale minaccia a opportunità continua di crescita e autorealizzazione.
Questo rappresenta il nucleo della sostenibilità sociale nell’era digitale; orientare l’Intelligenza Artificiale verso la dignità umana e la partecipazione democratica richiede un impegno costante nel monitoraggio degli impatti e nella valutazione dei risultati, come sottolineato anche a livello internazionale (OECD, 2023). Non è sufficiente che la tecnologia sia “sicura” o “affidabile” secondo parametri tecnico-normativi, come quelli delineati dall’AI Act; essa deve essere in grado di generare valore umano, contribuendo allo sviluppo integrale della persona.
In questa prospettiva, investire in un sistema formativo ispirato ai principi dell’Umanesimo Digitale significa progettare percorsi capaci di formare individui che siano non solo tecnicamente competenti, ma anche eticamente consapevoli, dotati di pensiero critico e in grado di esercitare una cittadinanza attiva e responsabile. Ciò implica una responsabilità condivisa tra istituzioni, sistemi educativi e comunità, chiamati a costruire ecosistemi di apprendimento inclusivi, aperti e orientati al bene comune.
Solo attraverso questo impegno collettivo verso una formazione continua, equa e profondamente centrata sulla persona, il cambiamento tecnologico può trasformarsi in un autentico motore di emancipazione. È in questa sintesi tra innovazione tecnologica e consapevolezza etica che risiede la possibilità per la società contemporanea di governare il progresso, assicurando che l’algoritmo rimanga uno strumento al servizio della libertà umana e non un suo limite.
Bibliografia
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[1] Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (2016/C 202/02): https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:12016P/TXT.
[2] Floridi, L. (2017). La quarta rivoluzione: come l’infosfera sta trasformando il mondo. Raffaello Cortina Editore.
[3] Raccomandazione del Consiglio del 24 novembre 2020 relativa all’istruzione e formazione professionale (IFP) per la competitività sostenibile, l’equità sociale e la resilienza 2020/C 417/01: https://op.europa.eu/it/publication-detail/-/publication/08b9af27-3465-11eb-b27b-01aa75ed71a1.
[4] European Commission. (2020). Digital Education Action Plan 2021-2027: Resetting education and training for the digital age. European Commission: https://education.ec.europa.eu/focus-topics/digital-education/actions.
[5] Regolamento sui servizi digitali: https://eur-lex.europa.eu/IT/legal-content/summary/digital-services-act.html.
[6] Il quadro e la rete europea EQAVET: https://employment-social-affairs.ec.europa.eu/policies-and-activities/skills-and-qualifications/working-together/eqavet-european-quality-assurance-vocational-education-and-training_en.
[7] Il Pilastro europeo dei diritti sociali: https://commission.europa.eu/system/files/2017-12/social-summit-european-pillar-social-rights-booklet_it.pdf.
[8] Per un approfondimento consultare gli Indicatori EQAVET 4 e 5.
[9] L’IA trasforma la raccolta dei feedback da un onere burocratico a uno strumento di governance proattiva, permettendo ai centri di formazione di monitorare l’efficacia dei tirocini e dei percorsi di apprendimento in contesti lavorativi con una granularità senza precedenti; si veda, tra gli altri, Rivoltella, P. C. (2021). Nuovi alfabeti. Educazione e culture nella società post-mediale. Scholé, Hildebrandt, M. (2020). Law for Computer Scientists and Beyond. Oxford University Press, Selwyn, N. (2023). Critical Perspectives on AI in Education. Routledge.
[10] Raccomandazione Del Consiglio del 16 giugno 2022 relativa a un approccio europeo alle microcredenziali per l’apprendimento permanente e l’occupabilità (2022/C 243/02).
[11] Credenziali digitali europee per l’apprendimento: https://europass.europa.eu/en/european-digital-credentials-learning.
(*) Brevi bio delle autrici
Laura Evangelista (e-mail: l.evangelista@inapp.gov.it): Coordinatrice Nazionale dell’EQAVET National Reference Point italiano e responsabile del gruppo di ricerca “Accreditamento e Qualità della formazione” presso la Struttura Sistemi Formativi dell’INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche). Nell’ambito delle sue funzioni istituzionali, svolge attività di coordinamento scientifico e metodologico di programmi e progetti di ricerca a carattere nazionale ed europeo, con particolare riferimento ai processi di governance, monitoraggio e valutazione dei sistemi di accreditamento della formazione. Nel corso della sua attività pluriennale, ha maturato una consolidata esperienza nell’elaborazione e implementazione di dispositivi, modelli e strumenti per l’assicurazione e il miglioramento continuo della qualità, in coerenza con i quadri di riferimento europei e con i principi e gli indicatori definiti a livello dell’Unione europea.
Concetta Fonzo (e-mail: c.fonzo@inapp.gov.it): Vicecoordinatrice Nazionale dell’EQAVET National Reference Point italiano e Vicecoordinatrice nazionale di ReferNet Italy. È membro del gruppo di ricerca “Accreditamento e Qualità della formazione” presso la Struttura Sistemi Formativi dell’INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche), nell’ambito del quale contribuisce allo sviluppo di attività di ricerca a carattere nazionale ed europeo. Nel corso della sua esperienza professionale pluriennale, ha maturato competenze specialistiche nell’analisi e nella valutazione dei sistemi di istruzione e formazione professionale, con particolare riferimento alle politiche di orientamento permanente e ai dispositivi di assicurazione della qualità. Esperta in project management, promuove e coordina progetti innovativi nel campo delle politiche per la formazione e della ricerca applicata in ambito socioeducativo, anche attraverso la partecipazione a network e iniziative di cooperazione a livello europeo e internazionale.
Marianna Forleo (e-mail: m.forleo@inapp.gov.it): lavora presso l’INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche), nell’ambito della Struttura Sistemi Formativi, dove collabora alle attività del gruppo di ricerca “Accreditamento e Qualità della formazione”. La sua attività si concentra sull’analisi delle politiche di istruzione e formazione professionale (VET), con particolare attenzione ai temi della qualità, dell’innovazione digitale e dell’integrazione dei dispositivi europei per la trasparenza. Partecipa a progetti di ricerca a carattere nazionale ed europeo, contribuendo allo studio dei processi di governance dei sistemi formativi e all’evoluzione degli strumenti per l’apprendimento permanente, tra cui le microcredenziali. I suoi interessi di ricerca includono inoltre l’impatto dell’Intelligenza Artificiale nei contesti educativi e formativi, con un focus sulle implicazioni etiche, sociali e culturali dei processi di innovazione.
