Di Chiara Bellucci

Introduzione editoriale

La passione non sostituisce il salario

In questo numero si discute a lungo di che cosa resti umano quando una macchina produce. Questo contributo pone una domanda che nessun altro pone: chi lo fa, quel lavoro, con che cosa vive?

Chiara Bellucci lo scrive senza giri di parole. Il lavoro culturale viene associato alla passione, alla vocazione, all’autorealizzazione — elementi la cui importanza è fuori discussione, ma che producono un effetto paradossale: proprio perché è considerato fonte di realizzazione personale, si arriva ad accettare condizioni economiche che in altri settori non sarebbero tollerate.

Il dato che riporta è secco: il quaranta per cento dei lavoratori del settore culturale guadagna meno del salario minimo nazionale del proprio Paese.

Da qui l’autrice ricava una tesi che sposta la questione delle competenze. Non serve soltanto aggiungere abilità a un curriculum: serve ripensarne l’architettura. E accanto alle competenze disciplinari, progettuali, relazionali, digitali e interculturali, ne indica una che di solito nessuno nomina — l’alfabetizzazione al lavoro: contratti, diritti, proprietà intellettuale, protezione sociale, negoziazione.

«La competenza professionale deve comprendere la capacità di difendere il valore del proprio lavoro.»

C’è poi un passaggio che riguarda un tema su cui questa rivista tornerà. L’orientamento tradizionale presuppone un insieme relativamente stabile di occupazioni, e cerca di far coincidere le caratteristiche di una persona con quelle di una professione. Ma le carriere culturali non sono lineari: sono ipertestuali. Una persona alterna attività artistiche, insegnamento, progettazione, consulenza, gestione. E allora l’orientamento non può più basarsi su cataloghi di professioni — deve insegnare a leggere un ambiente che cambia.

Con una conseguenza che l’autrice formula in una riga e che dovrebbe essere ovvia, e non lo è: informare qualcuno sulle opportunità professionali significa informarlo anche sulle condizioni di lavoro. Altrimenti l’orientamento è incompleto.

Resta, infine, il concetto che dà il titolo al percorso: l’intelligenza culturale. Non l’intelligenza artificiale come competenza del secolo, ma la capacità di interpretare significati, mediare fra linguaggi, riconoscere che i propri parametri non sono neutrali — una capacità che comprende la prima e la eccede.

Carmine Marinucci


Abstract

Oggi, il lavoro culturale sembra essere oggetto di una trasformazione continua delle professioni, delle competenze e dei rapporti tra formazione, tecnologia e società.  L’avvento del digitale a fine anni Novanta del secolo scorso, la conseguenziale digitalizzazione dei processi creativi, e in ultimo, l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa con la crescente interdipendenza tra dimensione locale e globale, ha introdotto significativi cambiamenti nelle modalità di produzione e distribuzione della cultura, riflettendosi poi sui profili professionali richiesti dai vari settori culturali e creativi. La trasformazione del lavoro culturale richiede dunque un’intersezione necessaria tra dimensione delle competenze tecniche e capacità personali ed etiche: interpretative, relazionali, creative, progettuali, interculturali che va ben oltre il saper padroneggiare uno strumento.  Il contributo seguente propone di mettere in relazione il lavoro culturale e l’intelligenza artificiale, evidenziando l’impatto delle nuove tecnologie sulle professioni culturali in termini di competenze, orientamento, dignità del lavoro e la necessità di integrare alfabetizzazione all’intelligenza artificiale e alla formazione culturale, da cui una riflessione sul concetto di “intelligenza culturale”.  

Today, cultural work appears to be undergoing a continuous transformation of professions, skills, and the relationships between education, technology, and society. The advent of digital technologies in the late 1990s, the subsequent digitalisation of creative processes, and, more recently, the emergence of generative artificial intelligence, together with the growing interdependence between the local and global dimensions, have introduced significant changes in the ways in which culture is produced and distributed. These transformations have, in turn, affected the professional profiles and skill sets required across the various cultural and creative sectors.  The transformation of cultural work therefore requires a necessary intersection between technical competencies and personal and ethical capacities, including interpretative, relational, creative, project-management, and intercultural skills—capacities that extend far beyond the mere ability to master a technological tool.  The following contribution seeks to examine the relationship between cultural work and artificial intelligence, highlighting the impact of new technologies on cultural professions in terms of competencies, career guidance, and the dignity of work. It also addresses the need to integrate AI literacy with cultural education, thereby opening up a broader reflection on the concept of “cultural intelligence.”

Parole chiave: lavoro culturale, intelligenza artificiale, intelligenza culturale, competenze, orientamento, trasformazione digitale, dignità del lavoro.

1. Lavoro culturale e intelligenza culturale

La definizione di “lavoro culturale” non è univoca poiché abbraccia un complesso eterogeneo di attività, intellettuali e materiali, finalizzate a produrre, conservare, mediare e divulgare beni, idee, saperi ma anche servizi legati alla cultura, all’arte e alla comunicazione.  Dalla definizione stessa di lavoro culturale, dunque, è già possibile fare qualche osservazione di carattere generale.  Emerge, infatti, un’ampiezza di settori che spaziano dall’ente pubblico al privato, da profit a non-profit, e ancora, dallo spettacolo al patrimonio artistico.  Ciò comporta una variegata profilazione di operatori e competenze eterogenee, talvolta sfuggenti a confini tassonomici, considerato il rapido e continuo evolversi della materia.  Interessante è però, nella definizione, l’associazione tra lavoro culturale e mediazione, divulgazione di idee e saperi, perché un riferimento di tal genere, che è poi il cuore pulsante della parola “cultura”, chiama direttamente in causa la funzione sociale del lavoro culturale.  In tale accezione, esso diventa uno strumento, un ponte di collegamento generazionale, nel senso che il lavoro culturale connette generazioni, le educa, costruisce relazioni e stimola il pensiero critico.   

Questa dimensione sociale del lavoro culturale, nel mondo fluido in cui viviamo, nel mondo globalizzato e interconnesso della contemporaneità, implica anche e soprattutto delle responsabilità, giacché divulgare un sapere, un’idea, un concetto, può implicare un relativismo, tale per cui, ciò che va bene per qualcuno potrebbe invece urtare la sensibilità o contrastare con gli assi valoriali di altri che provengono da culture diverse.  Del resto, considerare idee e saperi solo in veste di ciò che è occidentale, sarebbe profondamente riduttivo e poco funzionale.  Lo aveva già intuito Jacques Derrida diversi anni fa, anticipando tempi futuri, quando coniò coraggiosamente il concetto di “decostruzione” come approccio filosofico atto ad analizzare e discutere criticamente i fondamenti, le gerarchie e le contraddizioni della cultura occidentale.

Pertanto, se si parla di idee, il lavoro culturale non credo possa prescindere dal confronto costante con una realtà variamente articolata che si riflette sulla dimensione professionale, poiché, a fianco di occupazioni ormai radicate e consolidate nel tempo, si delinea un’area professionale confinante, appunto quella dei lavoratori culturali, che si presenta nelle interessanti vesti di una zona-limite riservata all’ampio bacino dei settori culturali e creativi.  Come tutte le zone limite che restano “aperte”, aspetto che le rende così stimolanti, le stesse, però, presentano altresì coni d’ombra che necessitano di illuminazione.  Ai lavoratori culturali sono sempre più richieste capacità specialistiche e competenze trasversali ma talvolta non si capisce bene cosa siano e come acquisirle. Insomma, parliamo chiaramente di una pluralità di entità in costante trasformazione che richiede una razionalizzazione e una regolamentazione, considerando che il lavoro culturale, sovente è anche sinonimo di carriere discontinue, mobilità elevatissima, contratti a progetto e soprattutto reddito irregolare.  L’ultimo punto, attenzionato perfino dal Work Plan europeo per la cultura 2023-2026, evidenzia, infatti, una massiccia presenza di mercati frammentati, microimprese e forme occupazionali nelle quali la pluralità dei lavori, congiunta all’irregolarità del reddito, sembra diventato un marchio di fabbrica.

Il problema, pertanto, non è solo comprendere e identificare le nuove professioni culturali, quanto piuttosto studiare le condizioni ideali che consentano alle persone di costruire futuri professionali sostenibili dentro un sistema in cui lavoro e professioni cambiano dall’oggi al domani.  La parola d’ordine diventa perciò orientamento in funzione strategica, il che non significa disseminare meramente informazioni su corsi di studio, profili professionali o sbocchi lavorativi.  Tutte queste dinamiche (che sono ottime pratiche)  non hanno tuttavia molto senso senza un valido supporto che aiuti la persona a capire realmente le relazioni che legano competenze, identità, contesti, partecipazione sociale e in ultimo – ma non per ultimo – trasformazioni tecnologiche.

Il problema delle competenze è un punto cruciale. Il settore culturale non ha bisogno soltanto di competenze artistiche e disciplinari ma anche di capacità progettuale, di comunicazione, gestione, collaborazione, uso consapevole delle tecnologie e capacità interculturali.  L’OECD stessa, in una pubblicazione del 2022[1] ha fatto notare la forte presenza di professionisti della cultura, di addetti ai lavori creativi in molti settori dell’economia, evidenziando l’indiscusso contributo all’innovazione anche al di fuori dei loro comparti culturali.

È proprio in una tale intersezione che trova applicazione il concetto di “intelligenza culturale” o cultural intelligence.  Utilizzato in origine all’interno della letteratura manageriale e interculturale, l’espressione cultural intelligence si riferisce alla capacità di comprendere e adattare il proprio comportamento in maniera efficace e funzionale in contesti culturalmente eterogenei.  P. Christopher Earley e Soon Ang[2], ad esempio, hanno calato, adattato e applicato il concetto di cultural intelligence nell’ambito delle dimensioni cognitive, motivazionali e comportamentali, laddove la letteratura successiva lo ha sviluppato in termini di insieme di capacità che interagiscono, rendendo possibile un comportamento culturalmente efficace.

Se applicato poi al lavoro culturale, il concetto di cultural intelligence può essere ulteriormente problematizzato perché un professionista culturale non è soltanto un individuo che opera tra culture diverse, ma è soprattutto un bravo interprete di significati, una persona capace di mediare, organizzare esperienze, produrre narrazioni, fornendo altresì prova di essere un facilitatore di processi di partecipazione, traducendo linguaggi differenti. Una prospettiva così ampia, insomma, mette in discussione la tradizionale separazione tra competenze tecniche e umanistiche poiché nel lavoro culturale, una determinata competenza tecnica acquista valore se accompagnata dalla capacità di comprendere le persone, i significati, i contesti e le conseguenze.

Tra l’altro, oggi, il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale rende la questione della massima urgenza. L’AI, a tutti gli effetti, può automatizzare alcune attività, accelerare processi, generare testi e immagini, montare filmati, facilitare analisi e traduzioni.  L’intelligenza artificiale, dunque, sostiene la progettazione e amplia l’accesso alla produzione culturale, accentuando l’importanza che assume la capacità umana di attribuire significati, formulare giudizi, riconoscere valori, vecchi o nuovi, e interpretare differenze.  Ed ecco riemergere il riferimento alla consapevole assunzione di responsabilità, da cui, una riflessione ragionata sulla tipologia di strumenti da imparare, ma anche e soprattutto qual è il tipo di persone e di professionisti che si vuole formare attraverso quegli strumenti.

2. Competenze e orientamento nel lavoro culturale

Vale la pena approfondire la nozione di competenza e orientamento culturale per comprendere poi come la questione si applica agli usi dell’intelligenza artificiale nell’era dell’intelligenza artificiale che tuttavia non è un inizio ma un punto di arrivo, cominciato con la rivoluzione apportata dalla rete, aperta a tutti nel 1994, anno in cui nasce il W3C.  In realtà, volendo spingerci ancora più indietro nel tempo, tale capacità di visione appartiene ad Alan Turing, considerato il padre dell’informatica moderna e dell’intelligenza artificiale.   La nozione di competenza in un contesto lavorativo è spesso utilizzata in accezione funzionale: una competenza è qualcosa che il lavoratore detiene e che può trasformare in prestazione.  Quando però si applica la definizione di competenza nel settore culturale, il concetto tende a ridursi poiché le competenze, in ambito culturale, non sono semplicemente strumenti che permettono di svolgere in maniera migliore un determinato compito ma sono altresì forme di comprensione del mondo.   La Commissione Europea, non a caso, evidenzia che i settori culturali e creativi sono caratterizzati da un uso “congiunto” della conoscenza, della creatività,  del talento individuale e che la loro implementazione necessita costantemente di professionalizzazione, sviluppo dei talenti e rafforzamento delle competenze pregresse e pre-esistenti.

Il recente rapporto UNESCO[3] dedicato alle competenze e all’occupazione nell’industria culturale e creativa conferma tale necessità, puntualizzando come sistemi formativi e bisogni in rapida evoluzione non siano allineati, da cui, l’esigenza di superare approcci frammentati attraverso nuove pedagogie, apprendimento intergenerazionale e partnership tra soggetti diversi. La faccenda, tuttavia, non è soltanto “quantitativa” ovvero non si tratta di una mera aggiunta di nuove competenze al proprio curriculum quanto piuttosto ripensare la loro architettura. Nel lavoro culturale è possibile individuare almeno cinque assi di competenze.  Il primo riguarda le competenze disciplinari in sé o anche tecniche. Un curatore museale deve conoscere la storia dell’arte così come un’ archivista sa usare software informatici per ricercare dati e catalogarli. Il secondo riguarda le competenze progettuali e organizzative, il che significa definire chiaramente obiettivi a breve e lungo termine.  Il terzo punta, alla cosiddetta “competenza sociale”, dunque, capacità relazionali e comunicative. Il quarto, non per ordine di importanza, naturalmente, sono le competenze prettamente digitali, ivi compresa la familiarità con l’intelligenza artificiale e la quinta apre alle competenze culturali e interculturali: capacità di leggere contesti, riconoscere la pluralità di valori, interpretare simboli e pratiche sociali ed essere preparati a dialogare con pubblici differenti e mettere in relazione prospettive diverse.

La competenza, pertanto, è sempre relazionale.  Non è qualcosa che esiste immobile dentro il soggetto ma al contrario essa deve manifestarsi nella capacità di agire in modo adeguato in situazioni complesse, aspetto, quest’ultimo, di importanza fondamentale nell’epoca dell’intelligenza artificiale, dal momento che, se una parte delle attività operative si presta ad essere automatizzata da sistemi generativi, si profileranno altri problemi che potenziano il valore relativo delle competenze.  Se un problema, prima dell’epoca digitale, aveva una sola soluzione univoca e avevamo l’esperto per risolvere, oggi i problemi possono avere più soluzioni, il che vuol dire differenti approcci, interpretazione di risultati e assumere decisioni.  L’AI rende, insomma, più evidente una distinzione cruciale: sapere usare uno strumento non equivale a sapere il perché, quando utilizzarlo e le possibili conseguenze di un certo uso.   Ciò si lega dunque alla tematica dell’orientamento. Nei percorsi tradizionali, l’orientamento professionale è stato spesso visto nelle vesti di un’attività di incontro tra caratteristiche individuali e caratteristiche professionali, tale che, ad esempio, un modello orientativo presuppone implicitamente l’esistenza di un insieme relativamente stabile di occupazioni affinché il compito di chi orienta sia aiutare la persona a individuare quella che maggiormente risponde ai propri interessi e capacità.

Il lavoro culturale mette in crisi questa concezione. Il modello tradizionale è infatti lineare, laddove le carriere culturali, nella maggior parte dei casi, non sono lineari ma “ipertestuali”.  Una persona può alternare attività artistiche, insegnamento, progettazione, comunicazione, consulenza, gestione di eventi e lavoro autonomo. La professionalità allora si costruisce progressivamente attraverso esperienze differenti e non necessariamente attraverso una singola occupazione. L’orientamento deve pertanto superare l’incontro-abbinamento tra individuo e caratteristica professionale per dare spazio a un nuovo paradigma maggiormente basato sulla lettura e sulla comprensione di un ambiente professionale in trasformazione, al fine di riconoscere opportunità ma anche rischi.  Ideale, insomma, sarebbe comprendere quali competenze possano essere trasferite da un contesto all’altro e costruire così una specie di traiettoria orientativa che non sia determinata dalle sole esigenze del mercato.  Una recente ricerca europea[4] sull’orientamento nei settori culturali e creativi nell’era della trasformazione digitale considera un sistema di orientamento accessibile e inclusivo come requisito necessario per consentire alle persone, alle organizzazioni e ai territori di affrontare la transizione digitale.

Se la trasformazione digitale modifica continuamente i profili professionali, l’orientamento non si può incentrare su cataloghi statici di professioni ma deve elaborare strumenti adatti a interpretare il cambiamento, sviluppando la componente della consapevolezza del sé, la conoscenza dell’ecosistema professionale, la capacità di progettazione e l’adattamento riflessivo.  Nel caso delle professioni culturali, bisogna poi aggiungere che l’orientamento va inteso in una dimensione anche civica.  Aiutare una persona a orientarsi significa metterla nella condizione di capire il valore sociale del proprio lavoro e di riconoscere i diritti che gli sono propri, dimensione, quest’ultima, di fondamentale importanza perché la cultura è afflitta da una contraddizione strutturale: da un lato, essa mira alla coesione sociale, all’innovazione e allo sviluppo, però, dall’altro, chi produce cultura può essere soggetto a condizioni lavorative precarie e ritorneremo sulla questione.   La Commissione europea segnala esplicitamente, tra le problematiche di artisti e professionisti culturali e creativi, la dolente nota dei redditi bassi, irregolari e imprevedibili, elevati livelli di lavoro autonomo con tassazione penalizzante, carriere basate su progetti e carenze nelle strutture di protezione sociale.  L’orientamento non può ignorare questa realtà. Informare una persona sulle opportunità professionali implica altresì informarla sulle condizioni di lavoro.  In caso contrario, l’orientamento sarebbe incompleto.

3. Creatività, trasformazione digitale e “intelligenza culturale”

La trasformazione digitale non fa il suo ingresso in un ambiente neutro ma, al contrario, trasforma pratiche già esistenti e ne viene a sua volta trasformata dagli usi sociali e culturali.  Nel settore della cultura, la relazione è molto evidente poiché le tecnologie digitali modificano i sistemi di produzione, conservazione, distribuzione, promozione e fruizione, se solo si pensa alla digitalizzazione degli archivi, le visite virtuali, le piattaforme streaming, i social media, gli ambienti immersivi, la realtà aumentata o la recente produzione generativa.  Ovviamente tutto ciò pone delle domande perché chiama in causa, la dimensione etica inerente al possessore dei dati, chi controlla la piattaforma, paternità del prodotto e soprattutto identificazione di validi criteri di distinzione tra la semplice automatizzazione e la creatività, incluso altresì il delicato problema degli algoritmi che dovrebbero evitare di amplificare contenuti già dominanti.

Si tratta, insomma, di domande legittime alle quali l’Unione europea sta lavorando per fornire una risposta.  La creatività, in tale ottica, non equivale alla mera capacità di produrre qualcosa di nuovo ma significa invece capacità di formulare possibilità, considerando che un sistema di intelligenza artificiale può generare numerose alternative, la cui selezione dipende da criteri culturali, estetici, etici e sociali.  Si deduce facilmente che l’intelligenza artificiale non rende superflua la formazione umanistica, anzi, paradossalmente la rende più importante, la valorizza.  Più cresce la capacità della macchina di produrre forme e possibilità, più diventa importante, per l’uomo dotato di coscienza e ragione, attribuire loro valore e farne un determinato uso.  Del resto, una riflessione di questo genere si applica a tutta la tecnologia e alle scoperte. Ne L’Essere e il Nulla[5] Jean-Paul Sartre sostiene questo: che l’esistenza di ciascun individuo sia precedente all’essenza, che il libero arbitrio esiste e che costituisce il paradosso della condizione umana. L’uomo è condannato alla libertà e diventa necessario dare un senso a questa tragedia, implicando il concetto di obbligo, o meglio, come formulato da François Noudelmann[6], la nostra responsabilità consiste nell’inventare un significato che non sia mostruoso.

Ciò vale particolarmente per il lavoro culturale nell’era dell’intelligenza artificiale.  Un algoritmo può contribuire alla produzione di un’immagine ma non può determinare in autonomia il significato sociale di quella rappresentazione in una data comunità senza coinvolgere giudizi e responsabilità umane.  Era il lontano 1964, quando Marshall McLuhan coniò l’espressione “villaggio globale”[7] nel contesto dei media elettronici, che, annullando le distanze, trasformano il mondo intero in un piccolo centro dove le informazioni circolano in tempo reale, innescando dinamiche sociali, psicologiche e di interazione molto particolari in cui tutto sembra interconnesso, scenario ripreso poi al cinema in modo perfetto dal film Babel (2006).  Se una prospettiva di questo tipo era inquietante e distopica allora, oggi con l’intelligenza artificiale generativa che crea per te, lo scenario è ancora più angosciante e indietro non si torna, si può andare solo avanti.  Il professionista culturale del futuro, quindi, non è colui che continua a fare tutto senza la macchina ma è chi sa decidere che cosa delegare all’AI, che cosa non delegare e soprattutto perché, da cui, la locuzione agency tecnologica come l’insieme delle capacità di utilizzo degli strumenti tecnologici senza diventare semplici esecutori delle logiche incorporate negli strumenti stessi.

L’ agency tecnologica richiama a sua volta il concetto di intelligenza culturale o cultural intelligence di Earley e Ang come abilità individuale di funzionare in maniera efficace ed esaustiva in situazioni caratterizzate da differenze culturali. Il modello è trasversale e assembla dimensioni cognitive, motivazionali e comportamentali, quali comprendere segnali e modelli culturali, essere fortemente motivati a entrare in relazione con persone culturalmente differenti e adattare il proprio comportamento alla situazione.  Questo concetto può essere particolarmente produttivo se trasferito al lavoro culturale, dove, il professionista di settore o worker of cultural intelligence è chiamato ad operare in una pluralità di sistemi simbolici.  Può lavorare tra discipline, generazioni, istituzioni, pubblici, territori, comunità e linguaggi e pertanto gli è richiesta una continua traduzione di significati, connessa ad una chiara funzione di interpretazione e mediazione culturale.  E con tale etichetta “lavoratore culturale” non si parla  solo di antropologi, mediatori interculturali o professionisti internazionali ma anche curatori, educatori museali, progettisti culturali, bibliotecari, organizzatori di eventi, comunicatori, giornalisti, designer, operatori del patrimonio, artisti, manager culturali o professionisti dell’audiovisivo.

Tanti profili con un comune denominatore che non è il settore in cui operano, ma una particolare forma di lavoro cognitivo e relazionale all’interno del quale non è l’intelligenza artificiale ma l’intelligenza culturale – che in sé comprende la prima – a diventare una competenza trasversale del XXI secolo, aspetto assolutamente rilevante in società attraversate dalla mobilità, dalla migrazione, dalle reti digitali e dalla circolazione globale dei contenuti.  Le persone, oggi, entrano quotidianamente in contatto con forme culturali differenti ma la mera esposizione alla diversità non produce in automatico competenza interculturale.  Per produrla è necessaria una capacità riflessiva e l’intelligenza culturale si appella alla consapevolezza che i propri parametri interpretativi non sono neutrali e che ciò che appare ovvio in un contesto può essere problematico in un altro e viceversa.  Dunque la comunicazione non consiste soltanto nel trasmettere informazioni ma anche nella negoziazione dei significati e per i professionisti culturali questa competenza è cruciale perché il loro lavoro produce sovente spazi di incontro. Un museo, una biblioteca, un festival, una scuola o una piattaforma culturale non sono luoghi nei quali sono erogati contenuti, ma sono soprattutto ambienti nei quali persone differenti costruiscono interpretazioni.

4. IA e alfabetizzazione

L’espressione “alfabetizzazione all’intelligenza artificiale” rischia di essere male interpretata in senso meramente tecnico, diventando ambivalente.  UNESCO, nel proprio AI Competency Framework for Students, definisce dodici competenze distribuite in quattro dimensioni: 1) mentalità antropocentrica, 2) etica dell’AI, 3) tecniche e applicazioni dell’AI, 4) progettazione dei sistemi AI.  Le stesse si sviluppano poi su tre livelli: 1) comprendere, 2) applicare e 3) creare, ma dal Framework è altresì indicato – e con chiarezza tra l’altro – che il perno centrale del quadro non parte dallo strumento, dalla macchina quanto piuttosto dalla persona; non è la macchina ad aver creato la persona ma viceversa. L’obiettivo è formare soggetti creativi e anche responsabili, capaci di essere, in modo congiunto, utenti e co-creatori dell’AI.  Questa impostazione vale massimamente per l’educazione al futuro professionale perché se l’educazione all’AI si relega al solo apprendere il funzionamento di piattaforme specifiche, una prospettiva educativa di questo tipo rischia di diventare presto obsoleta. Le piattaforme, i modelli e le interfacce cambiano e dunque la formazione deve concentrarsi su competenze che siano trasferibili.

Fondamentale diventa la comprensione dei dati e dei modelli, la capacità di valutare l’affidabilità degli output; il riconoscimento di bias e discriminazioni poiché la macchina può sbagliare e confondersi, tutelare la privacy e la proprietà intellettuale – e ancora – capacità di risolvere problemi, progettare processi collaborativi uomo-macchina, verificare fonti e risultati nella piena consapevolezza degli impatti ambientali e sociali, da cui, l’utilizzo responsabile dell’AI nei lavori creativi.  

UNESCO rileva che le competenze AI dovrebbero essere orientate alla formazione continua e costruite in modo indipendente da marchi o prodotti specifici, così da rimanere trasferibili anche quando cambiano le tecnologie.  Quest’ultima osservazione è di importanza primaria.  Consente effettivamente di operare una distinzione tra un’educazione all’AI che insegna soltanto ad usare l’intelligenza artificiale e un’educazione che insegna a “pensare” nell’epoca dell’intelligenza artificiale.  La differenza è sostanziale se si prende come esempio un training tecnico che mi serve per fare determinate cose che prima non sapevo fare.  Tuttavia, un training tecnico parte dalla domanda – “come faccio questo?” laddove un’educazione all’AI risponde ad altre domande, del tipo, “perché faccio questa cosa?”, “ho alternative? –  Se sì, quali sono? E quali sono le conseguenze di quello che potrei produrre, in termini di chi eventualmente ne trae vantaggio: tutti o un gruppo ristretto, da cui, ancora una volta, il concetto di responsabilità del creatore.

In questa prospettiva, l’alfabetizzazione diventa anche una parte fondamentale dell’intelligenza culturale perché il professionista o operatore di settore “culturalmente intelligente” deve, infatti, essere in grado di comprendere non soltanto le differenze tra persone e comunità ma anche il rapporto tra persone, tecnologie e sistemi di produzione dei significati, dinamica che segna il passaggio dall’ alfabetizzazione all’AI ad una più vasta e comprensiva alfabetizzazione culturale sull’AI.  Con questa espressione si definisce e si ingloba la capacità generale di comprendere e utilizzare l’intelligenza artificiale, tenendo conto delle dimensioni culturali, simboliche, sociali ed etiche dei suoi impieghi.

In tale accezione, il discorso si ricongiunge all’asse dell’orientamento per forza di cose. Il mix trasformazione digitale e instabilità delle professioni pone una sfida all’orientamento, che, come detto, non potrà più basarsi sulla previsione di un futuro professionale preciso giacché nessun catalogo può garantire che una determinata professione rimarrà identica per decenni. Al contrario, l’orientamento nell’epoca dell’AI, il futuro, dovrebbe imparare a costruirlo.  In tal senso, l’orientamento diventa una forma di apprendimento permanente, perché il professionista non riceve un’identità professionale, una volta per tutte, ma, al contrario, costruisce quella traiettoria in precedenza definita al punto 2 di questo contributo.  L’orientamento dovrebbe aiutare a organizzare un portafoglio di competenze senza ridurre le stesse a  mero insieme. Il portafoglio professionale deve essere sempre accompagnato da un’identità ma ciò non toglie l’importanza di saper combinare competenze differenti e comprendere i contesti nei quali esse assumono valore.

Ovviamente, se le competenze richieste dal lavoro culturale sono multidimensionali, nessun singolo individuo potrà svilupparle completamente e per questo serve una collaborazione seria e strutturata tra università, istituzioni culturali, imprese, professionisti, amministrazioni pubbliche e territori. La formazione universitaria dovrebbe mantenere una solida dimensione teorica e critica, accompagnata però, da occasioni di confronto con problemi e professionali reali.  Lo stesso vale per le istituzioni culturali che vanno trasformate da luoghi di occupazione a luoghi di apprendimento o le imprese creative che si fanno ora partecipatrici, in modo proattivo, alla definizione dei percorsi formativi.  Un’esigenza di questo genere è tra l’altro già riconosciuta nelle politiche europee che incoraggiano una  collaborazione tra enti che va ben oltre il semplice adeguamento alle esigenze immediate del mercato. Il rapporto tra educazione e lavoro è bidirezionale nel senso che la formazione ascolta il mercato ma offre anche il suo contributo orientato a trasformarlo.

Se un’università insegna soltanto ciò che il mercato richiede, corre il rischio di inseguire trasformazioni che sono già avvenute. Al contrario, una formazione che sia in grado di interpretare criticamente il presente può e deve anticipare nuovi bisogni, creare nuove professioni e proporre nuovi modelli organizzativi.  In breve, bisogna stipulare una rinnovata alleanza tra formazione, cultura e lavoro. Questo è uno dei contributi specifici della cultura alla trasformazione del lavoro: la capacità di immaginare ciò che ancora non esiste.

5. Dignità del lavoro culturale e conclusioni

Uno dei rischi più alti che caratterizza la tipica rappresentazione del lavoro culturale è la sua idealizzazione quasi romantica, in altre parole, il lavoro creativo è spesso percepito (e poi associato) alla passione, alla vocazione e all’autorealizzazione.  Questi elementi, la cui importanza è fuori discussione, possono però produrre, in un eccesso di idealizzazione, un effetto paradossale: proprio perché il lavoro culturale viene accostato a fonti di realizzazione personale, si può arrivare a considerare, accettabili, condizioni economiche e contrattuali che in altri settori non sarebbero neanche tollerate.  La passione non sostituisce il salario. Può sembrare un’affermazione molto venale ma è così. Esclusi i casi di persone benestanti che possono permettersi il lusso di lavorare gratis, in condizioni normali, la vita ha un costo sempre più elevato ed esattamente come la passione necessita uno stipendio adeguato, la creatività non può sostituire la tutela sociale o la vocazione non può eliminare il diritto a condizioni di lavoro dignitose.

La questione è esplosa in tutta la sua importanza dopo la pandemia di COVID.  Un recente rapporto UNESCO datato 2026[8] sulle competenze e l’occupazione nelle industrie culturali e creative ha segnalato che il 40% dei lavoratori del settore culturale guadagna meno del salario minimo nazionale nel proprio Paese, evidenziando precarietà, informalità e divari di genere. Pertanto il documentato citato è rivelatore dell’ingente vulnerabilità dei settori culturali e creativi, da cui, la necessità di sostenere accesso al lavoro, protezione sociale e digitalizzazione. La trasformazione digitale ha innescato molte ambivalenze, ampliando, da un lato, l’accesso al grande pubblico e rendendo possibili nuove forme di produzione e distribuzione culturale, ma dall’altro, è piuttosto comune che piattaforme e modelli di consumo digitale inneschino, talvolta, condizioni nelle quali la visibilità cresce più rapidamente della remunerazione.

UNESCO ha riconosciuto i grandi benefici alla creatività che la trasformazione digitale ha prodotto ma la diffusione dello streaming e di forme di consumo online può anche tradursi, per i creatori, in una paga insufficiente, senza menzionare che, spesso, gli autonomi sono pure gravati da tasse e contributi INPS molto alti.  Il problema della dignità, dunque, assume una dimensione strutturale e ne consegue che non è più sufficiente formare persone competenti se il sistema professionale non crea condizioni tali per cui le competenze siano valorizzate.  L’educazione professionale deve includere, in aggiunta, una vera e propria alfabetizzazione al lavoro: conoscenza dei contratti, dei diritti, della proprietà intellettuale, della protezione sociale, delle forme di autoimpiego, della negoziazione, della gestione economica e della progettazione della propria carriera.  La competenza professionale deve comprendere la capacità di difendere il valore del proprio lavoro.  Capita frequentemente che un professionista culturale adibito alla produzione di contenuti audiovisivi, ad esempio, nel caso di un documentarista, paradossalmente non possa, in ultima analisi, valorizzare economicamente il proprio lavoro e tutelare i propri diritti. Questo è uno scenario che va a costituire un rapporto professionale squilibrato.

La dignità diventa così parte integrante della professionalità.  Non si tratta di opporre cultura ed economia.   Al contrario, la questione si rivolge alla possibilità di costruire un’economia culturale che sia in grado di riconoscere il valore del lavoro che la rende possibile. Anche su questo punto insiste il recente rapporto UNESCO sulle competenze nelle industrie culturali e creative: necessità di avere ecosistemi più inclusivi e resilienti per combattere precarietà e disuguaglianze. La domanda sul futuro professionale non può essere formulata soltanto in accezione di occupabilità ma ne deve studiare le condizioni, considerando che il lavoro culturale non produce soltanto beni e servizi ma anche condizioni di partecipazione sociale, aspetto che bisogna sempre tener presente quando si parla di competenze.  Biblioteche, musei, archivi, teatri, cinema, festival, spazi culturali, istituzioni educative, media e industrie creative contribuiscono alla costruzione dello spazio pubblico, trasportando la cultura fuori dalla dimensione di un settore economico, contribuendo a costruire identità, valori condivisi, coesione sociale e sviluppo della società.  In accezione sociale, la cultura diventa anche un luogo in cui una società dialoga e discute sulla propria essenza, ricordando le proprie origini e quale futuro auspica.

Interpretare, negoziare e costruire. Questi sono i capisaldi del lavoro culturale come infrastruttura democratica del domani. Pertanto, la questione centrale non ruota attorno a quali saranno le professioni che potrebbero sopravvivere all’intelligenza artificiale, ma piuttosto, qual è l’idea di professione, di creatività e di persona che si vuole formare, preparare e sviluppare attraverso l’intelligenza artificiale, perché solo in questo punto di intersezione è possibile l’incontro tra intelligenza culturale e dignità del lavoro: riconoscere che ogni trasformazione tecnologica non può essere separata dalla trasformazione sociale e che ogni politica delle competenze è sempre una politica delle possibilità umane.

BIBLIOGRAFIA

Fonti scientifiche

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Thomas, D. C., Elron, E., Stahl, G. K., Ekelund, B. Z., Ravlin, E. C., Cerdin, J.-L., Poelmans, S., Brislin, R., Pekerti, A., Aycan, Z., Maznevski, M., Au, K., & Lazarova, M. B. (2008). Cultural Intelligence: Domain and Assessment. International Journal of Cross Cultural Management, 8(2), 123–143. https://doi.org/10.1177/1470595808091787.

Cerquetti, M. (2023). Building skills for cultural and creative sectors in the digital era: current needs, trends and challenges. Pact for Skills / European Commission.

OECD. (2022). The Culture Fix: Creative People, Places and Industries. Paris: OECD Publishing. In particolare, capitolo “Cultural and creative jobs and skills: who, what, where, and why it matters”.

Fonti istituzionali e policy

European Commission. (2023). EU Experts publish recommendations to improve working conditions of artists and cultural and creative professionals. European Commission, Directorate-General for Education, Youth, Sport and Culture.

European Commission. (2023). Career Guidance Model for Digital Transformation in the Cultural and Creative Industries. Pact for Skills.

European Commission. (2023). Building skills for cultural and creative sectors in the digital era: current needs, trends and challenges. Pact for Skills.

European Commission. (2023). Study on Opportunities and Challenges of Artificial Intelligence (AI) Technologies for the Cultural and Creative Sectors.

European Commission. (2022). Council Resolution on the EU Work Plan for Culture 2023–2026.

European Commission. (2026). Cultural and creative sectors. Culture and Creativity.

European Commission. (2023). Data on the cultural sector. Culture and Creativity.

International Labour Organization. (2024). Defining and contextualizing digital platforms, the creative sector and creative workers. ILO Working Paper No. 123.

UNESCO. (2022). Re|Shaping Policies for Creativity: Addressing Culture as a Global Public Good. Paris: UNESCO.

UNESCO. (2024). Miao, F., Shiohira, K., & Lao, N. AI Competency Framework for Students. Paris: UNESCO.

UNESCO. (2024). AI Competency Framework for Teachers. Paris: UNESCO.

UNESCO. (2026). Skills and employment in the culture and creative industries: Strategic frameworks and promising initiatives. Paris: UNESCO.

Nota metodologica sulle fonti e criteri di ricerca

La bibliografia utilizzata comprende: 1) contributi teorici e scientifici sul concetto di intelligenza culturale e sulle competenze; 2) letteratura e documentazione di tipo istituzionale sul lavoro culturale e creativo; 3) documentazione recente sulla trasformazione digitale e sull’alfabetizzazione informatica con particolare riferimento alle fonti UNESCO, OECD, Commissione Europea e ILO che consentono di ampliare e calare la riflessione teorica alla dimensione delle politiche pubbliche e del mercato del lavoro. Il rapporto UNESCO del 2026, nello specifico, è una fonte molto rilevante per l’asse competenze–occupazione e il Framework UNESCO sull’AI del 2024 sostiene esplicitamente la tesi secondo cui l’alfabetizzazione all’AI deve includere dimensioni etiche, umane e creative e non può essere ridotta all’apprendimento operativo meccanico di specifici strumenti.


[1] “Cultural and creative jobs and skills: who, what, where, and why it matters” in The Culture Fix: Creative People, Places and Industries. Paris, OECD Publishing, 2022.

[2] Earley, Cristopher, P., Ang, S., Cultural Intelligence: Individual Interactions Across Cultures, Stanford University Press, 2003

[3] UNESCO. (2026). Skills and employment in the culture and creative industries: Strategic frameworks and promising initiatives. Paris: UNESCO.

[4] European Commission. (2023). Career Guidance Model for Digital Transformation in the Cultural and Creative Industries. Pact for Skills.

[5] J-P. Sartre, L’Être et le Néant: Essai d’ontologie phénoménologique, Gallimard, 1943

[6] F. Noudelmann,  Sartre: L’incarnation imaginaire,  L’Harmattan, Ouvertures philosophiques, 1996

[7] M. McLuhan,  Understanding Media: The Extensions of Man, Gingko Press, 1964,  M. McLuhan, B. R. Powers,  The Global Village,  Oxford University Press, 1989

[8] UNESCO. (2022). Re|Shaping Policies for Creativity: Addressing Culture as a Global Public Good. Paris: UNESCO.

Bio

Chiara Bellucci, PhD in Scienze umanistiche, settore Filosofia, è ideatrice e fondatrice di Humanities – Divulgazione Digitale, portale dedicato alla divulgazione e alla formazione nelle discipline umanistiche attraverso l’erogazione di corsi online.