Il filo che si tende: una scuola in ascolto
In anteprima dal volume “Coltivare, Educare, Umanizzare”
Sguardi educativi nella scuola secondaria di secondo grado per un’IA generativa dal volto umano
di Cristiana Pivetta, Docente di Discipline letterarie e latino presso l’IIS G. Asproni di Iglesias.
Il contributo che pubblichiamo in anteprima in questo numero della rivista Culture Digitali è parte del volume collettivo in preparazione Coltivare, Educare, Umanizzare. Raccomandazioni per una strategia di adozione dell’IA nella scuola, nei luoghi della cultura e nelle comunità educanti.
Ringraziamo Cristiana Pivetta per averci offerto un testo lucido e coinvolgente, che nasce da un’esperienza concreta di progettazione didattica e di accompagnamento degli studenti della scuola secondaria di secondo grado in percorsi di consapevolezza critica sull’intelligenza artificiale, anche attraverso la lettura letteraria e l’educazione civica.
La pubblicazione in anteprima si inserisce nella cornice della nostra programmazione 2025–26, come stimolo e riferimento ispiratore per le attività della DiCultHer Academy e per i docenti che scelgono di essere protagonisti responsabili della trasformazione culturale in atto.
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Il filo che si tende: una scuola in ascolto
L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando ogni aspetto della nostra vita e di conseguenza non poteva che influenzare il mondo dell’educazione e i processi di apprendimento. Se nel passato le trasformazioni all’interno delle istituzioni scolastiche richiedevano dei tempi dilatati per farsi strada, non accade così con l’AI. Questa si sta affermando dal basso e proprio a partire dagli studenti. Gli allievi hanno abbonamenti pro e la utilizzano in modo profuso per svolgere attività e compiti, dai più semplici ai più complessi. Ciò non dimostra che ne abbiano una certa consapevolezza, se prendiamo in esame i loro elaborati ce ne rendiamo subito conto.
Non si tratta di una semplice tecnologia innovativa, da adottare senza pensarci troppo, ma di uno strumento dalle enormi potenzialità e dagli altrettanti rischi, che pone la scuola di fronte alla necessità di ripensare il modo in cui si apprende e in cui si insegna.
Se, come insegnanti, non vogliamo smarrire il nostro ruolo, ritengo che sia tempestivo partire dall’ascolto. Non prestando attenzione alle ultime tendenze tecnologiche, piuttosto interrogando chi vive e chi abita la scuola ogni giorno: gli studenti, i docenti, le famiglie e la comunità.
L’AI non è un semplice software da installare, va invece indagata, esplorata, condivisa e agita collaborativamente. Per gli allievi, fin dalla sua comparsa, ha costituito uno spazio privilegiato con cui interagire nei social, nei videogiochi, nei motori di ricerca. Si è fatta strada nel loro mondo silenziosamente con un alone di mistero e di opportunità. La scuola, da canto suo, rischia di rimanere ancora una volta al di fuori di questa rivoluzione, rinunciando o esulando dal suo compito formativo.
Perché questo non avvenga, credo che sia fondamentale partire da un gesto normale e allo stesso tempo risolutivo: prendersi del tempo per prestare ascolto. Ascoltare le richieste, le riflessioni degli studenti e, in concomitanza, intuire i silenzi e i loro dubbi.
Qualche mese fa, mentre ragionavo con un gruppo di studentesse sugli effetti dell’intelligenza artificiale nella vita quotidiana, una di loro ha esordito ponendomi questa domanda: “L’AI è come se fosse una persona reale e se di fatto un giorno ci comprendesse meglio di voi adulti?”
Dietro questa richiesta, dal sapore certamente provocatorio, emerge la necessità di un confronto, di una relazione, di una riflessione condivisa. Proprio per questo motivo, la scuola ha bisogno di fermarsi, di sostare e di porgere ascolto alle richieste degli allievi. Richieste che, se ci riflettiamo, rispecchiano una realtà in continuo mutamento, senza certezze e difficile da immaginare.
Forse il tempo a disposizione della scuola è scaduto. Non si può più continuare sulla falsa strada della demonizzazione o della adorazione in toto delle tecnologie, è necessario piuttosto considerarle come occasioni per costruire spazi collaborativi di riflessione.
2. Il nodo della consapevolezza: perché introdurre l’AI a scuola
Se dunque viviamo in un tempo in cui l’AI è ovunque nella nostra quotidianità, siamo sicuri di saperla utilizzare con una piena consapevolezza? Questo è il vero problema o forse squilibrio che comporta un rischio educativo da non sottovalutare.
Anche se gli allievi impiegano strumenti guidati da algoritmi tutti i giorni, raramente si interrogano sulle logiche di funzionamento e di determinazione. La scuola ha pertanto il dovere di colmare questo vuoto, non con toni allarmistici, come generalmente avviene, bensì coltivando un’educazione al senso.
L’intelligenza artificiale è indiscutibilmente un potente strumento cognitivo e creativo ma come ogni tool può distorcere la realtà mediante le allucinazioni o l’overfitting. Le allucinazioni emergono con la presentazione, di fronte a prompt anche mirati, di informazioni inesistenti, perché non presenti dati di addestramento in merito al tema richiesto. L’overfitting, da canto suo, si verifica quando il sistema “si pianta” su una risposta in modo rigido, senza ampliare i suoi orizzonti e pervenire alla soluzione corretta. Con queste modalità l’intelligenza artificiale sta già educando i nostri ragazzi.
Alla luce di quanto ho appena rilevato, siamo sicuri che lo faccia in modo trasparente e che queste opacità siano di fatto riconosciute dagli allievi? La scuola deve chiaramente portare alla luce e spiegare queste possibili opacità. Semplici domande che richiedono altrettante semplici risposte: Chi costruisce queste tecnologie? Con quali fini? Quali sono le alternative possibili?
Introdurre l’intelligenza artificiale nei processi di apprendimento prevede dunque una nuova alfabetizzazione, che è allo stesso tempo tecnica, etica, estetica e sociale. Chi meglio di noi docenti può portare avanti questi processi all’interno dei curricula di apprendimento, fornendo ai discenti gli strumenti per scegliere, per decidere, per ottimizzare i propri compiti secondo il personale ritmo di apprendimento in modo inclusivo? Chi può far comprendere come si interrogano gli algoritmi, spiegare come si riconoscono i bias, comprendere la differenza che intercorre tra un bias dell’AI e un bias cognitivo di una persona, valutare le fonti?
Compito insostituibile e irrinunciabile della scuola è pertanto educare all’AI. Un atto di cittadinanza, un modo per dare agli studenti non solo strumenti operativi ma anche una visione e una responsabilità sull’impatto delle tecnologie sul pensiero, sull’identità e sui processi democratici della società.
3. Tessere insieme: come introdurla nella pratica
Ogni istituzione scolastica si sa, agisce all’interno di un suo “telaio”, che prende forma sulla base degli obiettivi formativi, delle competenze, delle esigenze del territorio.
Dal mio punto di vista, il filo di una progettazione significativa con l’AI può attraversare e deve abbracciare ogni disciplina, ogni attività culturale. Occorre solo la condivisione di un disegno.
Ho scelto nella didattica quotidiana di adottare un approccio trasversale e laboratoriale, fondato su esperienze concrete e su una riflessione critica condivisa. I percorsi costruiti hanno avuto come punto di generazione i nuclei fondanti delle discipline e allo stesso tempo si sono aperti alla contaminazione tra letteratura e tecnologia, arte e dati, storia e futuri possibili.
Un primo laboratorio curricolare è stato dedicato alla scrittura creativa e aumentata. Le difficoltà iniziali e i risultati non troppo promettenti sono stati influenzati dalle problematiche riscontrate nel formulare prompt adeguati. È un dato di fatto che gli studenti nella maggior parte dei casi si lasciano guidare da un approccio reattivo, senza riflettere con profondità e prendersi il tempo per strutturare i prompt in modo strategico e mirato.
Gli studenti, pertanto, dopo un certo numero di prove hanno cominciato a generare apprezzabili testi, consultando varie piattaforme AI[1]. Ogni risultato è stato analizzato, modificato ove necessario, confrontato con il proprio modo di scrivere e di parlare. Hanno scoperto che l’AI può imitare diversi stili, che può sorprendere oppure deludere. Invece le emozioni no, sono ben altra cosa!
Da qui, è nata l’idea di sperimentare e organizzare un ulteriore blocco di lezioni, durante le quali si mettevano in scena dialoghi impossibili tra personaggi storici ed epici. Hanno impiegato alcune piattaforme di intelligenza artificiale per la generazione di voci con differenti tonalità.
La finalità non era la performance in termini di lettura, scrittura e recitazione, piuttosto il processo di costruzione di un testo attraverso specifici prompt, articolati in domande e risposte. Queste particolari attività hanno portato i discenti a riflettere e a discutere sulla relazione tra umano e non-umano, tra linguaggio e identità in modo etico e civico.
In un secondo momento ci siamo dedicati alla generazione di immagini per saggiare l’AI come strumento di visualizzazione creativa. Gli allievi hanno creato rappresentazioni grafiche partendo da concetti astratti, hanno esplorato la semiotica delle immagini e della gestualità.
Infine hanno delimitato maggiormente le loro azioni con prompt sempre più precisi, introducendo nuovi parametri, per ottenere strisce di fumetti e video animati.
Questo è uno degli esempi di prompt per generare una tavola a fumetti ispirata all’Eneide, ottenuto dopo una serie di modifiche per giungere a un risultato soddisfacente:
Crea una tavola a fumetti in stile classico, con colori tenui e tratto vintage, che rappresenti la scena dell’addio tra Didone ed Enea.
Titolo della tavola: Enea parte.
- Nella prima vignetta, Didone affronta Enea con rabbia e dolore, affermando:
«Ti ho accolto con tutti gli onori!… Ti ho curato, amato, e ora fuggi senza neanche dirmi una parola?» - Nella seconda vignetta, Didone grida con tutta la sua forza:
«Non voglio!!» - Nella terza vignetta, Enea, serio e sofferente, risponde:
«Ma devo partire… perdonami» - Nella quarta vignetta, Didone alza le braccia verso il cielo e pronuncia la sua maledizione:
«Che tu sia maledetto, Enea!»
Lo stile deve ricordare i vecchi fumetti degli anni ’60, con dialoghi in italiano e ambientazione in stile epico.
Osservate la tavola creata con questo specifico prompt:

I primi prompt non prevedevano un’impostazione così accurata e gli allievi si sono trovati di fronte all’incognita dei bias, perché le prime tavole ottenute presentavano delle problematiche. Questo fatto ha aperto alla discussione tra i cosiddetti bias[2] cognitivi, che ognuno di noi commette nella vita quotidiana, e i bias dell’intelligenza artificiale.
I bias cognitivi sono delle rapide scorciatoie che si adottano per trovare le soluzioni più rapide ai problemi, con il minor dispendio di energia. Spesso queste non sono del tutto corrette, ma è grazie a questa nostra consuetudine che ci siamo evoluti e siamo sopravvissuti fino ad oggi. Pertanto riflettere sui bias cognitivi ha consentito agli allievi di imparare in modo responsabile a riconoscere e a gestire le illusioni dell’AI.
Nelle attività realizzate si sono intrecciati saperi, si sono stimolate domande, si è costruito un senso. L’AI non è stata introdotta allo scopo di semplificare piuttosto per cogliere la globalità del sapere e soprattutto per rendere visibile ciò che spesso rimane impercettibile o viene trascurato.
4. Menti che apprendono: le voci degli studenti
La parte più rilevante di questo percorso è stata rappresentata dalle voci delle ragazze e dei ragazzi. Non solo ciò che hanno detto, è stato il modo in cui hanno imparato a dire. All’inizio le domande erano semplici: “Come funziona ChatGPT?”, “L’AI può fare i compiti al posto nostro?” In seguito, si sono fatte più profonde: “Chi controlla l’AI?”, “Può avere un’etica?”, “A che cosa serve pensare, se un algoritmo lo fa meglio?”
Durante un’attività uno studente ha scritto: “L’AI non ha paura di sbagliare. Noi sì. Ma proprio per questo siamo diversi.” Queste parole rivelano questioni fondamentali: del bisogno di confronto, del desiderio di senso, della capacità dei ragazzi di affrontare tematiche complesse se messi nelle giuste condizioni. Le loro riflessioni hanno restituito uno sguardo lucido e insieme poetico: un’AI che interroga, provoca e non risponde da sola.
Le attività curricolari sono diventate più articolate dalla costruzione di podcast su alcuni personaggi della poesia epica alla registrazione di dialoghi, alla costruzione di rubriche di “intelligenza creativa” nelle quali l’AI era vista come “un compagno di classe”, non come un sostituto. Si è discusso a classe intera di alcune eventuali problematiche come il plagio, la manipolazione e la dipendenza. Pertanto un’educazione sull’AI e con l’AI è possibile quando gli studenti diventano autori del loro pensiero e protagonisti del proprio apprendimento.
5. Il filo che continua: verso una scuola generativa
Non conosciamo gli esiti a cui ci porterà l’intelligenza artificiale. Sappiamo che non possiamo delegare il futuro a scelte altrui, o peggio all’automatismo tecnologico. Una scuola che genera valore, relazioni, apprendimento attivo, e che favorisce lo sviluppo personale e collettivo, non si limita a formare utenti ma a preparare cittadini consapevoli, critici, capaci di immaginare alternative. È a partire da questi significati che si deve adottare l’AI a scuola.
Educare con l’AI, pertanto, equivale a educare attraverso l’AI. Uno strumento da impiegare per far emergere nuove domande, per costruire alleanze tra discipline, per promuovere l’empatia e la responsabilità. In questo senso ogni scuola è chiamata a diventare un laboratorio di democrazia algoritmica, un luogo nel quale la tecnologia non è fine a sé stessa. È uno strumento per costruire senso, per generare legami, per vivere la propria vita in modo consapevole.
Il filo che sto tessendo insieme ai discenti è fatto di intuizioni, di tentativi, di momenti inattesi, di metodi di ricerca. A volte il filo è stato teso eccessivamente, a volte si è annodato. Ma ogni volta che gli studenti lo hanno dipanato, si sono accorti di non essere soli.
Introdurre l’AI a scuola non è solo un gesto didattico, è un atto di fiducia. Fiducia nei ragazzi, nel loro pensiero, nelle loro capacità.
Conclusione: un filo da affidare
Educare con l’intelligenza artificiale non è un traguardo da raggiungere, ma un sentiero che si apre camminando verso il domani. In questo percorso non ci sono ricette preconfezionate né certezze, piuttosto intuizioni, tentativi, piccole scoperte quotidiane. La scuola, se vuole davvero preparare al futuro, deve prima di tutto imparare ad abitare nel presente con occhi nuovi. E oggi questo presente ci chiede di rimettere insieme ciò che troppo spesso abbiamo separato: sapere e senso, tecnica e cura, innovazione e memoria.[3]
Introdurre l’AI a scuola significa riconoscere che l’apprendimento non può più essere solo trasmissione di contenuti, deve diventare uno spazio di confronto sulle e con le tecnologie, che ci attraversano, ci trasformano e vivono con noi. Non per farci dominare dalle stesse, piuttosto per imparare a governarle con consapevolezza e responsabilità.
I miei studenti non hanno trovato tutte le risposte, hanno imparato a porsi le domande giuste. In fondo è questo il cuore del lavoro educativo: generare in ciascuno la capacità di interrogare il mondo, di leggerne la complessità, di prendere posizione. Il filo che abbiamo intrecciato in questi mesi, tra l’AI e le pratiche scolastiche, tra la tecnologia e l’umanità, è ancora fragile. Ma è reale. Soprattutto è condiviso. Non è un filo mio o della mia scuola, è un filo comune che tante altre realtà stanno tessendo con pazienza e immaginazione.
Vorrei che questo filo non si spezzasse. Che diventasse un tessuto. Una trama collettiva fatta di voci diverse, di esperienze che si parlano, di percorsi che si incontrano. Perché l’AI non è solo una tecnologia, è uno specchio del modo in cui vogliamo crescere insieme come comunità educante.
L’esperienza condotta con i miei studenti ha fatto emergere una doppia esigenza: da un lato, la necessità di potenziare lo spirito critico degli studenti; dall’altro, di abituarli a un confronto progettuale attivo con i pari e con i docenti. In questo contesto l’intelligenza artificiale può rivelarsi uno strumento estremamente efficace per stimolare processi di riflessione, esplorazione e di costruzione condivisa del sapere. Se guidato in modo consapevole, l’uso dell’AI favorisce lo sviluppo di competenze trasversali e un approccio più collaborativo alla progettazione.
Dunque affidiamo e tessiamo questo filo insieme ai nostri allievi con fiducia, con attenzione e la convinzione che ogni innovazione ha rilevanza solo se serve a renderci più umani.
Bibliografia e sitografia
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Zanetti, M., & Di Palma, S. (2023). Intelligenza artificiale a scuola: Guida critica per docenti e studenti. Pearson Italia.
[1] Pivetta C. (2025), Mappa mentale Ai per la didattica https://bit.ly/4lutB20
[2] Pronin, E., Lin, D. Y., & Ross, L. (2002). The bias blind spot: Perceptions of bias in self versus others. Personality and Social Psychology Bulletin, 28(3), 369-381.
https://doi.org/10.1177/0146167202286008
[3] Edgar Morin, La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero, trad. di Giulio Giorello, Milano, Raffaello Cortina, 2001, pp. 23-30.
