di Giovanni Marcianò
Abstract (Italiano)
Un quarto di secolo può rappresentare un significativo periodo da cui rilevare tendenze e orientamenti di un fenomeno sociale come la digitalizzazione.
Nell’a.s. 1999-2000 frequentavo un master all’LTE (Laboratorio di Tecnologie Educative) di UniFI dal titolo “Metodi della comunicazione ed apprendimento in rete”. Oggi, nel 2025, sono alle prese col tema della sicurezza e legalità nell’impiegare i droni a scuola e in università. Dal focus alle metodologie a quello sulle normative e prassi opportune per adottare un NT nella didattica. Nell’articolo si illustra il graduale ma inesorabile cambiamento di rotta che l’innovazione ha vissuto in questi 25 anni. In cui l’attenzione si è spostata dall’artefatto tecnologico (computer – LIM – piattaforme di e-l – robot – realtà virtuale e/o aumentata – IA – drone…) e ai relativi linguaggi / interfacce (coding – ambienti digitali – robotica e automazione …) alle regole, all’insieme di regole che sempre più sono percepite “necessarie” per garantire un uso lecito e sicuro del potenziale delle tecnologie impiegati in ambito civile, per scopi personali e professionali. Un’attenzione che avrebbe dovuto nascere doveva nascere insieme alle NT, e crescere in sincronia con l’evoluzione oggi evidente a tutti. La proposta conclusiva passa il testimone alle nuove comunità educanti, per superare quella fase di “stupore” e “affascinamento” iniziale e procedere nell’integrazione culturale necessaria per promuovere sviluppo e crescita.
Abstract (English version)
A quarter of a century is a significant timespan for observing trends and directions in a complex social phenomenon such as digitalization. In the academic year 1999–2000, I attended a master’s program at the Laboratory of Educational Technologies (LTE) of the University of Florence, entitled “Methods of Communication and Online Learning.” Today, in 2025, I am engaged with issues of safety and legality concerning the use of drones in schools and universities.
The focus has thus shifted from learning methodologies to the establishment of rules and best practices for the responsible use of new technologies in education. This article outlines the gradual yet inexorable change of perspective that has taken place over the past twenty-five years: from an emphasis on technological artifacts (computers, interactive whiteboards, e-learning platforms, robots, virtual and augmented reality, artificial intelligence, drones…) and their related languages (coding, digital environments, robotics, automation), to the growing centrality of rules—the set of norms increasingly perceived as essential to ensure the lawful, safe, and responsible use of technology in civil, personal, and professional contexts.
1. Dall’e-learning alla cultura digitale
Sul finire degli anni Novanta del XX secolo quando si parlava di formazione in rete, la dimensione tecnologica appariva quasi magica. Bastava un collegamento Internet, una piattaforma rudimentale e la promessa di un’aula virtuale per generare entusiasmo e curiosità. L’idea di poter apprendere “ovunque e in qualsiasi momento” era rivoluzionaria: l’e-learning prometteva di realizzare la democratizzazione del sapere, l’accesso diffuso alla conoscenza e la rottura dei confini tradizionali della scuola e dell’università [1].
Dietro quell’entusiasmo, tuttavia, si celava una visione ancora strumentale della tecnologia. Il computer, la rete, le prime piattaforme di Learning Management System (LMS, come Moodle o Docebo) erano concepite come mezzi per trasportare contenuti, non come ambienti culturali in grado di trasformare il modo stesso di apprendere. Il focus era sul “cosa usare” più che sul “come pensare” in digitale.
Nelle varie iniziative promosse dal Ministero con INDIRE e Invalsi in quei primi anni di “introduzione dei computer a scuola” [2] ho avuto incarichi per svolgere ruoli di promozione e monitoraggio di quei primi processi di innovazione centrata sui prodotti informatici. E anche ho partecipato a diversi progetti di ricerca in Università e Politecnici coinvolti nell’azione complessiva di studio dei nuovi ambienti e modelli didattici, sempre più orientati al laboratorio anche nelle discipline umanistiche. Più acquisivamo informazioni e dati, più vedevamo insorgere rischi e resistenze da parte dei tradizionali metodi di aggiornamento del personale[3].
Per cui ogni sforzo dei soggetti istituzionali titolati a svolgere l’aggiornamento del personale docente si scontrava con sempre maggiori richieste di semplificazione tese a ricondurre il cambiamento nel solco della tradizione[4]. Dovevamo registrare come anche i pubblici dipendenti più colti, i docenti della scuola pubblica, reagissero con scetticismo alla prospettiva di una evoluzione da una istruzione fondata su solidi metodi professionali tramandati generazionalmente a una nuova cultura professionale più flessibile e potente come il digitale mostrava poter svolgere. Passare dal libro al computer veniva percepito negativamente e quindi avversato.
E non sempre senza motivo. Le ancora rudimentali periferiche dei personal computer – il mouse, per esempio – minavano un caposaldo della scuola: impugnare uno stilo – matita – penna per scrivere o appuntare non poteva essere equiparato all’impugnare e cliccare un mouse (ma anche altre periferiche derivate, come le trackball). Oggi la ricerca dei neuroscienziati ha dimostrato le basi neurologiche che collegano “apprendimento” e “scrittura manuale”, elemento che già osservavamo e intuivamo con la ricerca pedagogica. Col limite delle dispute che sempre hanno accompagnato le scienze umane, e le diverse scuole di pensiero. Per non parlare del confronto tra approcci pedagogici e approcci psicologici, per non dire delle nuove figure di compromesso come quella di “psico-pedagogista” variamente declinata[5].
Si è dovuto quindi accettare il limite di ogni trasformazione collaudata in vitro, che inevitabilmente incappa in ostacoli imprevisti quando entra nella fase di diffusione più ampia e universale. Con la tecnologia nuovo soggetto in campo nelle dinamiche relazionali.
Tutto ciò è divenuto evidente a tutti con l’avvento dei social network, della comunicazione partecipativa e della didattica laboratoriale: la tecnologia ha smesso di essere un semplice supporto della produzione / fruizione dei saperi, per diventare spazio di relazione e di identità. La cosiddetta cultura digitale non coincide più con la padronanza di strumenti, ma con la capacità di comprendere e interpretare i linguaggi che quei mezzi generano. E anche di utilizzarli con efficacia comunicativa.
In questo passaggio l’e-learning ha rappresentato un punto di svolta: da esperienza pionieristica di formazione mediata, a modello anticipatore di ciò che oggi chiamiamo ecosistema digitale dell’apprendimento. Le piattaforme educative si sono evolute, le metodologie si sono ibridate, e le comunità online sono diventate laboratori di senso, dove la conoscenza è costruita in modo collettivo, collaborativo e sempre più interconnesso con la vita quotidiana. Ma anche esponendosi a inciampi e strumentalizzazioni, come il fenomeno delle fake-news testimonia.
In effetti ogni rivoluzione porta con sé un rovescio della medaglia. L’apertura, la velocità e la condivisione che hanno caratterizzato la crescita del digitale hanno anche introdotto nuove forme di disorientamento: sovraccarico informativo, superficialità nella fruizione dei contenuti, e soprattutto una crescente difficoltà nel distinguere tra ciò che è “competenza digitale” e ciò che è cultura digitale. Comprendendo nella accezione di “cultura” anche la sfera emotiva fortemente sensibile alla comunicazione mediata dalla telematica: relazioni umane ammantate di mistero, del fascino dell’ignoto va a sollecitare la sfera delle fantasie che per molti è difficile, se non impossibile, resistere.
La competenza riguarda il saper fare con gli strumenti; la cultura, più profonda, implica il saper essere in un contesto tecnologico. È qui che la transizione dall’e-learning alla cultura digitale diventa evidente: non basta più padroneggiare le piattaforme, serve sviluppare pensiero critico, consapevolezza e responsabilità. La tecnologia, da mezzo, si fa ambiente; da supporto didattico, diventa orizzonte educativo.
E qui è mancata – clamorosamente – la consapevolezza politica dei soggetti istituzionali chiamati all’educazione dei giovani in primis, e a seguire di ogni cittadino. L’arrocco dei “decisori politici” sul concetto di “alfabetizzazione”, prima “informatica”, poi “digitale” ha permesso loro di ritenersi “attivi” mentre in realtà li ha illusi di agire, lasciando al loro destino chi avrebbe dovuto trovare – nella scuola e non solo – un luogo di acculturazione minima necessaria per la cittadinanza del XXI secolo[6].
È iniziata così la svalutazione delle “figure esperte”, in una reazione a catena per cui la confidenza con la tecnologia è stata confusa con competenza e padronanza dei sistemi. Sistemi sempre più “friendly”, apparentemente, ma in realtà sempre più complessi e “nascosti” alla percezione dell’utente ingenuo. Fenomeni come il cyber-bullismo e le truffe informatiche si sono così manifestate cogliendo indifesa l’utenza.
2. Dalle piattaforme alle e-rules: il tempo delle regole digitali
Il secondo decennio del Duemila segna un cambio di passo decisivo. L’uso delle tecnologie non è più confinato a sperimentazioni accademiche o a progetti di innovazione didattica: diventa pervasivo, quotidiano, istituzionale. Le piattaforme digitali — nate come ambienti di apprendimento — si trasformano in veri e propri spazi sociali, dove si intrecciano formazione, comunicazione, lavoro e produzione culturale.
La pandemia da COVID-19, in particolare, ha agito da catalizzatore. In pochi mesi, milioni di docenti e studenti si sono trovati a vivere interamente dentro ambienti digitali, non più come alternativa, ma come condizione necessaria per la continuità educativa. L’emergenza ha mostrato quanto la scuola e l’università fossero già immerse nel digitale, ma anche quanto fossero impreparate a gestirne le implicazioni e governarne professionalmente le funzioni di comunicazione e formazione.
Proprio l’emergenza pandemica ha reso urgente sbloccare i tentennamenti di venti anni di innovazione “incerta” per portare il focus professionale dei docenti a un nuovo livello di scelte didattiche: non più “quale piattaforma scegliere”, ma “quali regole seguire”. La questione non è più solo metodologica, ma diviene deontologica, giuridica e culturale. La “Rivoluzione digitale” investe l’istruzione e pone dubbi su punti chiave della relazione didattica, sinora colpevolmente trascurati o sottovalutati.
L’adozione di nuovi strumenti (piattaforme) che siano virtuali (ambienti software come l’IA) o materiali (hardware come il SAPR: Sistema Aeromobile a Pilotaggio Remoto) comporta rischi di cui calcolare l’effetto nei contesti sociali in cui la scuola ha un ruolo. A titolo di esempio:
- Chi possiede i dati prodotti durante la didattica online?
- Quali responsabilità ha un docente che utilizza strumenti nuovi, come l’intelligenza artificiale? O un drone?
- Come garantire inclusione, accessibilità e sicurezza negli ambienti digitali caratterizzati da nuovi strumenti digitali educativi?
- Come rendere la scuola partecipe delle nuove sfide tecnico – scientifiche, dalla ricerca alla incessante evoluzione delle applicazioni tecnologiche?
È dal 2019 che l’Unione Europea ha avviato l’emanazione di quadri regolamentari specifici per i nuovi contesti e strumenti: le cosiddette “e-rules” che rappresentano un livello oltre i regolamenti tecnici, un approccio da intendersi come nuova grammatica del digitale. Le “regole elettroniche” — o meglio, le regole per il digitale — diventano il terreno su cui si gioca la maturità della cultura tecnologica. Non più solo competenze digitali, ma cittadinanza digitale: la consapevolezza che ogni azione online produce effetti reali, che l’uso di un drone o di un algoritmo comporta scelte di responsabilità, che la libertà in rete o di accesso allo spazio-aereo non può prescindere da una cornice condivisa dei diritti e doveri di riferimento. Dei codici legislativi che ne regolano l’uso e ne sanzionano l’abuso.
Le istituzioni hanno iniziato a delineare normative più precise; l’Unione Europea assume un ruolo guida. Cito due esempi significativi e attuali:

- Con le e-Drones, (Regolamento UE 2019/947 e 2019/945) che dopo una fase “provvisoria” (2020-2023) dal 1° gennaio 2024 indicano le regole tecniche per la produzione e commercializzazione in Europa di questi nuovi “aeromobili” alla base di una rivoluzione del traffico aereo, da svolgersi nell’“U-Space”, a bassa quota. Ma anche e ancor più le norme di utilizzo sia per fini ricreativi che per impieghi professionali, determinanti per l’avvio del settore e lo sviluppo di start-up.
- Con il Digital Services Act (Regolamento UE 2022/2065) e l’AI Act, (Regolamento UE 2024/1689) segnando un’evoluzione del settore informatico dal “tutto è possibile” dei primi anni della rete a un “tutto è possibile, ma con regole”. Si afferma così il concetto – prima vagamente inteso – di “reato informatico”.
Questo passaggio può segnare la maturità del digitale: la consapevolezza che l’innovazione senza etica genera fragilità, mentre l’innovazione regolata può diventare motore di fiducia e progresso.
Nel contesto educativo il dibattito non è ancora diffuso. Eppure le e-rules portano – volenti o nolenti – a dover ripensare i ruoli e le funzioni della Scuola e del Personale [7]: il docente come mediatore culturale più che come tecnico, l’istituzione come garante di un ecosistema sicuro, lo studente come cittadino digitale dotato di autonomia critica. Una nuova “Educazione civica” va scritta e portata in classe[8]. Le regole, in questo senso, non limitano, ma abilitano: creano le condizioni perché la tecnologia torni a essere strumento di crescita collettiva e non di dipendenza.
Tra il 2020 e oggi sono stato testimone della lenta ma inarrestabile crescita della consapevolezza che per abilitare la Scuola e l’Università ad avere ruolo nell’innovazione – nel mio caso nel campo dei sistemi a pilotaggio remoto (Unmanned Aerial System, velivoli senza pilota a bordo) – serve una specifica Educazione orientata a uno sviluppo culturale e umano che congiunga finalità (etica) e contesto socio-economico (sviluppo e sostenibilità) capace di orientare le scelte di singoli e gruppi verso azioni di crescita e sviluppo.
Mentre tramonta il bisogno di formazione tecnica, vista la sempre più potente facilità d’uso degli strumenti che implementano l’AI nel loro firmware, prevenendo errori umani e rischi connessi alla scarsa preparazione tecnica dell’utilizzatore. Il potenziale della tecnologia in perenne crescita incide quindi sempre più nell’estensione delle applicazioni, ferma restando la dinamica relazione tra innovazione e applicazione. Un’attenzione invece va data alle conseguenti economie di scala, per cui in tempi sempre più brevi raddoppia il rapporto costi – benefici di una nuova tecnologia, motivando la crescita esponenziale del settore.
D’altro canto bisogna – purtroppo – elaborare e superare la fase di applicazione militare che da sempre ha accompagnato le scoperte scientifiche. L’umanità da sempre le interpreta una scoperta come “strumento di supremazia” invece che come “strumento di cooperazione e sviluppo”. Ma la storia insegna che dopo la tempesta segue il sereno. Dopo l’impiego bellico seguono le applicazioni civili. E con questa fiducia introduco la riflessione sulla via “verso una nuova educazione digitale” maturata nel campo dei moderni droni, evoluzione e applicazione ai mezzi aerei della robotica.
3. Verso una nuova educazione digitale: dall’incanto all’integrazione
Dopo venticinque anni di sperimentazioni, entusiasmi e inversioni di rotta, la sfida non è più tecnologica, ma culturale e politica. La vera rivoluzione del digitale non si gioca nei laboratori di ricerca o nei cataloghi delle app educative, ma nella capacità collettiva di dare senso, direzione e valore a ciò che la tecnologia permette di fare.
L’epoca dei “pionieri digitali” — docenti, formatori, studenti e innovatori che hanno esplorato per primi il potenziale delle tecnologie dell’apprendimento — ha prodotto un patrimonio di esperienze straordinario. Oggi, quel patrimonio va raccolto, sistematizzato e trasformato in politica culturale. Serve un indirizzo strategico che favorisca la convergenza delle migliori pratiche di questi anni verso un progetto educativo e sociale condiviso, capace di orientare l’innovazione in senso costruttivo.
Una politica culturale del digitale dovrebbe dunque promuovere non solo la diffusione delle tecnologie, ma la formazione di una mentalità critica, etica e partecipativa. Dovrebbe incoraggiare la ricerca educativa e la sperimentazione didattica, valorizzando approcci costruzionisti come quello teorizzato da Seymour Papert, per il quale l’apprendimento è un processo attivo di progettazione-costruzione-collaudo-revisione continua di conoscenza, e non di mera ricezione di contenuti. Nell’originalità dei prodotti di un laboratorio didattico il valore “umano” giace negli apprendimenti del discente esposto alla realtà da lui manipolata liberamente, processo che i prodotti “artificiali”, essendo frutto statistico di algoritmi chiamati a macinare mass-data, non fa scattare, quindi non genera crescita di conoscenza e saperi.
In questa prospettiva, la tecnologia torna al suo ruolo più autentico: non strumento di fascinazione, ma ambiente di crescita. Ogni dispositivo, piattaforma o linguaggio digitale diventa un contesto in cui l’individuo apprende facendo, costruendo, esplorando, condividendo. Operando in un quadro regolato ma aperto alla creatività e all’errore. Portando a frutto il potenziale crescente delle nuove tecnologie. E le economie di scala che permettono.
I due temi qui citati – IA e SAPR – condividono il fattore di sviluppo rappresentato da diminuzione dei costi economici e umani a fronte di una crescita (esponenziale) dei rendimenti. Un’attività professionale ieri supportata dall’informatica e un’altra dall’aviazione civile, oggi possono evolvere nella società post-industriale a coprire bisogni in modo sempre più capillare e accessibile economicamente. Che si tratti di “paghe-e-stipendi” o di “consegne a domicilio”. Lasciando a economisti e politici il problema della redistribuzione del reddito prodotto dalle macchine. Tema cruciale sempre più posto all’attenzione di diversi studi sociali ed economici.
La società che ci attende – man mano che adotterà nuove tecnologie – vivrà cicli di semplificazioni e accelerazioni nelle relazioni sociali: richiederà nuove idee e il coraggio di accettare il futuro abbandonando le certezze superate del ‘900. A partire dalla Scuola? Sarebbe un sogno se la comunità educante della Scuola in cui si realizza l’incontro tra il futuro (i giovani) e la tradizione e cultura umana (i docenti) divenisse laboratorio per sperimentare nuovi modi di essere e di crescere collettivo dell’umanità. Alzando lo sguardo dal proprio ombelico e puntandolo verso l’orizzonte e oltre, come la Scienza sta facendo in campo Astronomico e della Fisica delle particelle.
Il compito delle nuove comunità educanti è proprio questo: superare la fase dell’incanto tecnologico per entrare in quella dell’integrazione culturale possibile, in cui saperi umanistici e saperi scientifici tornino ad avvicinarsi, riconoscendosi invece che combattendosi per una presunta “verità” da rivendicare. Rassegnandosi al fatto che la più spinta innovazione tecnologica mai realizzata[9] ci sta confermando quanto illusorie siano state le “certezze” scientifiche che ancora sono riportate nei testi scolastici. Esopianeti e Bosone di Higgs bastino a confermare il bisogno di rifondazione della Scuola.
Intanto, in attesa che i saperi “superati” siano collocati nella Storia e le nuove scoperte stimolino la ricerca di quel 95% dell’Universo di cui sappiamo di non sapere nulla[10], solo una visione politica capace di leggere la digitalizzazione come fenomeno culturale totale — che intreccia formazione, etica, economia, ricerca scientifica e cittadinanza — potrà guidare la transizione verso una società in cui le e-rules non siano semplici norme di comportamento, ma regole di convivenza per un futuro più consapevole, equo e partecipativo.
In definitiva, il digitale non è più un territorio da esplorare, ma una cultura da coltivare. E come ogni cultura, richiede educazione, responsabilità e una visione condivisa del domani.
[1] v. Antonio Calvani, Mario Rotta. Comunicazione e apprendimento in Internet: didattica costruttivistica in rete. Edizioni Erickson, 2000 – 319 pagine
[2] “Multi-Lab” definiva l’insieme di diversi laboratori scolastici e progetti sperimentali promossi o coinvolti dal Ministero dell’Istruzione fin dagli anni ’90 per sviluppare le tecnologie didattiche e l’educazione al digitale. Progetti storici di innovazione tecnologica sviluppati attorno ai primi personal computer, e linguaggi compilati come il Basi e il Fortran, con l’idea più generale di un laboratorio come metodologia didattica.
[3] Marciano’ G. (2005). Per una sostenibile leggerezza dell’essere, immersi nel long-life E-Learning. In: DIDAMATICA 2005 ATTI. Potenza, 12-14 maggio 2005, p. 511-520
[4] La campagna di aggiornamento del personale statale più massiccia di sempre è stata svolta dal Ministero dell’ Istruzione per il personale scolastico a partire nell’anno scolastico 2001-2002, in occasione dell’assunzione di 62.000 nuovi docenti. Attraverso “Puntoedu”, una piattaforma di e-learning lanciata da Indire, il progetto aveva un duplice scopo: formare i docenti neoassunti e mettere alla prova la modalità “a distanza” oltre la modalità in presenza, come sino allora veniva realizzata provincialmente a cura dei Provveditorati agli Studi. Contando così di promuovere l’innovazione didattica attraverso ampio uso delle nuove tecnologie. In effetti ha registrato negli anni oltre 500.000 utenti, a fronte dei 600.000 dipendenti in servizio.
[5] Dopo anni di dispute con la Legge n. 55/2024 i professionisti che operano nell’ambito pedagogico e educativo hanno finalmente due albi professionali (pedagogisti o educatori professionali socio-pedagogici) in base al proprio percorso formativo. Di fatto annullando la figura dello “psico-pedagogista”.
[6] Mi viene spesso da osservare come molti fenomeni di asocialità contemporanei (violenza giovanile, assenza genitoriale, diseducazione sessuale e affettiva, dispersione scolastica ecc.) possono essere ricondotti all’assenza di una corretta educazione digitale e sessuale nella scuola negli scorsi 25 anni. Nonostante i warning lanciati in Convegni ed eventi su questi temi, come nel caso dell’ “Atlante dell’Infanzia a rischio – Lettera alla scuola” (Treccani – Save the Children, 2017).
[7] Il caso “droni” è evidente: se non altro per le responsabilità in caso di incidente o controlli. Le norme attuali prevedono sanzioni amministrative (multe per esempio se voli senza assicurazione, con qualsiasi drone) ma anche risvolti penali (per esempio se voli in “zone rosse”, come vicino a caserme, carceri, aeroporti e una lunga lista di altre aree). Lo spazio aereo è poco conosciuto nei suoi aspetti legali, ma ciò non giustifica la violazione dei divieti e l’ignoranza dei rischi a cui il pilota – sebbene da remoto – espone sé stesso e gli altri.
[8] Le “Linee guida” pubblicate dal Ministero sono un primo passo, con l’incognita comunque delle diverse interpretazioni che ogni Autonomia scolastica poi realizza nell’attuazione didattica. https://www.mim.gov.it/documents/20182/0/Linee+guida+Educazione+civica.pdf
[9] I due apparati tecnologici attualmente più avanzati realizzati per l’esplorazione dell’Universo sono a Ginevra, l’LHC (Large Hadron Collider ovvero “grande collisore di adroni”, utilizzato per ricerche sperimentali nel campo della fisica delle particelle) e nello spazio, il telescopio J. Webb che sta aprendo nuovi orizzonti per l’astronomia a raggi infrarossi grazie a tecnologie di progettazione d’avanguardia che permette di ampliare la conoscenza dell’universo avviata dal telescopio Hubble.
[10] Guido Tonelli. L’eleganza del vuoto; di cosa è fatto l’universo. Feltrinelli, 2025
Autore: Giovanni Marcianò – margi@bmm.it – presidente@droni.education
Ora in pensione, sono stato Dirigente scolastico dal 2007 al 2023 partecipando a numerosi comitati tecnici e scientifici del Ministero Istruzione per le Riforme e Innovazioni connesse all’evoluzione delle tecnologie digitali. Dagli anni ’90, infatti, ho indagato e promosso le migliori applicazioni per lo sviluppo delle TD (Tecnologie Didattiche) nella scuola. Nel 2008 ho fondato la rete di scuole “Robocup Jr Italia” che è stato un “laboratorio di ricerca” informale ma fortemente calato nella scuola italiana reale, coinvolgendo docenti e studenti interessati alla nascente “robotica educativa”, per “imparare facendo e includendo”. Un’esperienza poi pubblicata nel 2017 nel testo “Robot & Scuola” (Hoepli), e di cui molte buone pratiche nate attorno alla Robocup Jr sono state proposte in diversi libri di testo e saggi per Hoepli e SEI.
Docente a contratto per UniTo e UniFe, esperto INDIRE (Coding e Robotica) e INVALSI (profilo A1 VQS), dal 2020 seguo l’evoluzione degli APR (droni) e delle normative che ne disciplinano l’uso, con particolare attenzione alle ricadute sociali e professionali. Sono anche presidente dell’Associazione di Promozione Sociale “Educazione al Volo” costituita nel 2025 ai sensi del Codice del Terzo Settore.
