Di Adamo Mastrangelo
Introduzione editoriale
Quello che il corpo ha già capito
In questo numero si discute molto di che cosa succede al pensiero quando una macchina risponde al posto nostro. Questo contributo sposta l’oggetto: chiede che cosa succede al resto.
Adamo Mastrangelo è docente, formatore e conduttore di bioenergetica. I suoi studi hanno attraversato Biologia, Psicologia Clinica e Sociologia a Milano. Il suo articolo parte da una frase del suo professore di fisiologia: “ci hanno abituati a considerare il cervello come qualcosa di altro rispetto al corpo e che non è affatto così“. Pensieri, sensazioni ed emozioni sono meccanismi che accadono in un corpo e influenzano l’intera attività biologica di quel corpo. Ha coniato il termine “sistema-corpo” che integra anche il cervello, proprio con i pensieri, le sensazioni e le emozioni.
Da lì tre domande, e solo la prima è quella che il dibattito si pone di solito.
La prima riguarda il sistema cognitivo, e l’articolo la affronta con un dato preciso. In un esperimento condotto su quasi mille studenti, un gruppo ha studiato matematica con un assistente basato su GPT-4 nell’interfaccia standard, un altro con una versione modificata che non forniva mai la risposta finita ma accompagnava il ragionamento, un terzo senza alcuno strumento. Alla verifica finale, sostenuta da tutti senza computer, il gruppo che aveva usato l’interfaccia standard ha ottenuto risultati peggiori di chi non aveva avuto nulla: un calo del diciassette per cento.
Il dato solleva la domanda giusta: l’intelligenza artificiale riduce le capacità cognitive, o è semplicemente l’attenzione che il cervello avrebbe impiegato a essere stata delegata alla macchina?
La seconda domanda è quella che quasi nessuno fa. Se la plasticità cerebrale modifica fisicamente il cervello in risposta all’esperienza, e se il cervello è parte del corpo, allora la delega non resta un fatto mentale. L’articolo lo mostra con studi che stupiscono: i tassisti londinesi con l’ippocampo posteriore più sviluppato — e poi, con l’arrivo dei navigatori satellitari, gli automobilisti che ne fanno maggiore uso e mostrano una memoria spaziale peggiore quando devono orientarsi senza dispositivo, con un declino più marcato a distanza di tre anni. Quattro minuti di video mostrati ad alcuni atleti che cambiano i livelli salivari di testosterone e cortisolo abbastanza da modificare visibilmente la prestazione fisica. E una pupilla che si dilata meno in videoconferenza che di persona; nove collegamenti inter-cerebrali fra madre e figlio nell’interazione dal vivo, contro uno solo in videochiamata.
Come scrive l’autore, a capire che qualcosa dell’altro smette di arrivarci è, prima ancora della nostra percezione, il corpo.
La terza domanda riguarda le relazioni, e qui l’articolo compie il passaggio più bello, appoggiandosi a un’osservazione di Richard Sennett. In un panificio automatizzato gli operai non toccano più l’impasto: lavorano su schermi con icone che rappresentano temperatura, tempo di cottura, colore del pane dedotto dai dati. Possono correggere il processo toccando lo schermo, ma non sanno più fare il pane a mano quando il sistema si guasta — e, cosa più grave, non provano nemmeno a risolvere insieme il problema: aspettano il tecnico. Due competenze perse in un colpo solo: quella tecnica e quella relazionale.
Da qui la constatazione che dà all’articolo il suo peso. Se milioni di persone stanno delegando nello stesso momento la fatica di pensare e la fatica di stare insieme, forse stiamo assistendo a una società che si abitua a fare a meno di ciò che l’ha tenuta in vita: la relazione, la fiducia, la collaborazione, la cura. E i dati citati non consolano — negli Stati Uniti la quota di tempo libero trascorsa in solitudine è salita dal 43,5% del 2003 al 49,7% del 2022; in Finlandia il tempo quotidiano passato senza nessuno nella stessa stanza è cresciuto di 124 minuti fra il 1987 e il 2010.
Ne discende una definizione della cura che vale la pena riportare per esteso, perché è il punto più alto del contributo. La cura, prima di essere un principio da enunciare, è un fatto fisiologico che accade fra due corpi presenti: è un battito che rallenta perché qualcuno si è seduto accanto; è una tensione nelle spalle che si scioglie perché un altro essere umano poggia fisicamente una mano; è l’abbraccio che invita a lasciarsi andare nel pianto.
E infine la proposta, che è concreta e non costa nulla.
Ai ragazzi insegniamo a scrivere un prompt, a riconoscere un bias, a verificare una fonte. Tutto giusto e utile. Ma quanto tempo dedichiamo a insegnare loro ad accorgersi che il respiro si è chiuso, che le spalle sono salite, che il corpo ha già risposto a qualcosa mentre la testa era altrove? Cinque minuti di respiro condiviso prima di aprire lo schermo — non come rituale compensativo, ma come parte esatta di quell’alfabetizzazione critica che diciamo di voler costruire.
Chi legge questo numero per intero troverà, poco più avanti, un contributo di Laura Moschini sulle mani e sullo sviluppo cerebrale. Due autori che non si sono letti a vicenda e che arrivano alla stessa constatazione: che l’intelligenza non è un’attività che si svolge sopra il collo, e che dimenticarlo ha conseguenze che non riguardano solo i risultati scolastici.
Resta la formula con cui l’articolo si chiude, e che descrive meglio di molte analisi il tempo in cui siamo: un ambiente sociale in cui la relazione costa sempre di più, e la sua imitazione costa sempre meno. La sfida, scrive l’autore, non sarà estromettere l’intelligenza artificiale dalle scuole o dai luoghi di lavoro. Sarà ricostruire una società che persegue l’abbondanza di relazioni e di cura.
La Direzione
Le dispute e le polemiche, che negli anni si sono susseguite sul divieto di utilizzare lo smartphone in classe, sono arrivate ad un punto di svolta, poiché oggi è diventato urgente discutere sull’uso che si dovrebbe (o non si dovrebbe) fare dell’intelligenza artificiale. Tutti gli LLM (Large Language Model, ovvero un tipo di intelligenza artificiale generativa basato su reti neurali), compreso il più famoso ChatGpt, sono facilmente e gratuitamente fruibili dallo smartphone, strumento a disposizione quotidianamente del 94% dei minorenni tra gli 8 e i 17 anni in tutto il mondo. Negli ultimi anni ho organizzato, quale docente e formatore, diverse lezioni e laboratori sull’intelligenza artificiale in diversi contesti educanti, dalle scuole primarie all’università, confrontandomi con centinaia di studenti e altrettanti docenti. Non possiamo affrontare il tema dell’intelligenza artificiale se prima non diciamo apertamente che tutti, o quasi, usano abitualmente gli LLM per studiare, lavorare o semplicemente per risparmiare del tempo nelle attività quotidiane. La domanda che i ricercatori di tutto il mondo si sono immediatamente posti è semplice: quali possono essere le ricadute sull’uso massivo di questa tecnologia sul sistema cognitivo? Proverò a rispondere a breve a questa domanda, per ciò che oggi ci è dato conoscere, ma cercherò anche di farne altre due che in pochi si pongono. La prima è: qual è la ricaduta su tutto il sistema-corpo? Ricordo il mio docente di fisiologia alla Facoltà di Biologia che sovente sosteneva che ci hanno abituati a considerare il cervello come qualcosa di “altro” rispetto al corpo e che in realtà non è affatto così: il cervello è parte del corpo, così come i pensieri, le sensazioni, le emozioni possono essere ricondotti a complessi meccanismi che avvengono nel corpo e che influenzano tutta l’attività biologica del sistema-corpo. La seconda domanda che vorrei pormi è: qual è l’influenza che questa tecnologia potrebbe avere sul sistema delle relazioni umane e sociali?
Prendi mille studenti di un liceo e offri loro l’opportunità di usare ChatGpt per studiare matematica[1]. I ricercatori hanno dato ad alcuni di loro un assistente basato su GPT-4 con l’interfaccia classica, ovvero quella che useremmo tutti, invece ad altri hanno offerto una versione modificata dai ricercatori stessi perché non desse mai la risposta finita ma accompagnasse lo studente nel ragionamento. Ad un terzo gruppo, invece, i ricercatori non hanno dato alcuno strumento basato su Ai. Giunti alla verifica, cioè al compito finale senza computer per nessuno studente, il gruppo che aveva usato ChatGpt classico riportava risultati peggiori: un calo del 17% rispetto ai compagni rimasti con il libro e gli appunti. Cos’è successo esattamente? L’uso di un’intelligenza artificiale riduce le capacità cognitive? Oppure è semplicemente diminuita l’attenzione che il cervello avrebbe utilizzato per sua natura e che invece sta delegando alla macchina? Per provare a rispondere a queste domande, dovremmo comprendere come il cervello costruisce la conoscenza. Sappiamo che stimolare brevemente e ad alta frequenza una via nervosa ne rafforza in modo duraturo la risposta, non solo rafforzando le sinapsi esistenti ma anche incentivandone la formazione di nuove. Nonostante il concetto di “neuroplasticità” sia oggi il termine più abusato nella divulgazione neuroscientifica, diventando finanche un’etichetta per vendere corsi e applicazioni, possiamo affermare che essa è la proprietà del sistema nervoso di modificare la propria struttura e il proprio funzionamento in risposta all’esperienza. Le ricerche a proposito sono tante e spesso contrastanti, ma un dato è certo: il cervello cambia fisicamente in base alle attività che il corpo (cervello incluso) svolge [2]. Più facciamo fatica, cioè ad un livello di apprendimento più complesso, più modifichiamo e alleniamo i nostri circuiti neuronali e con essi tutte le capacità che ci rendono una specie animale intelligente e adattiva. Siamo abituati a pensare che l’intelligenza sia posizionata spazialmente nel cervello, ma in realtà potremmo definirla come una qualità di tutti gli esseri viventi, anche coloro che non possiedono nemmeno un abbozzo di sistema nervoso. Se infatti definiamo l’intelligenza come l’elaborazione di informazioni per produrre un comportamento adattivo, allora per definizione essa possiamo trovarla anche in un batterio o in una pianta. La nostra evoluzione però ci ha dotati di più intelligenze, tra cui quella emotiva che, al di là del titolo di grande successo editoriale di Daniel Goleman, ci ha resi animali effettivamente capaci di gestire le molteplici complessità sociali: dalle relazioni con gli altri ne possiamo ricavare maggiore sicurezza e una migliore capacità di resistenza agli eventi avversi. Le competenze emotive specifiche (riconoscere un’espressione, nominare uno stato interno, regolare la respirazione sotto stress, riformulare un pensiero e così via) sono comportamenti concreti, esercitabili come qualsiasi altra abilità e, cosa molto importante e per nulla scontata, senza la necessità di essere “compresa” dal cervello razionale. La nostra specie è un andirivieni di esperienze corporee dal basso verso l’alto (dal corpo al cervello) e viceversa dall’alto verso il basso: ci siamo evoluti affinché tutte le parti del nostro corpo comunicassero tra loro e affinché tutti i corpi potessero interagire con altri corpi. Questo è il sistema-corpo. Dove si dirige dunque la nostra specie nell’era dell’intelligenza artificiale, dove a funzionare è una minima parte del nostro cervello? E come questo può influire sul sistema-corpo a breve e a lungo termine?
Le rivoluzioni tecnologiche hanno portato con sé, storicamente, cambiamenti anche nel comportamento degli individui della nostra specie. Molto interessante è l’osservazione sociologica che ha fatto Richard Sennett a proposito del passaggio dal vecchio capitalismo industriale, con carriere stabili e gerarchie rigide, al capitalismo flessibile, con gli effetti di questo passaggio sulla personalità dei lavoratori e al modo che essi costruiscono per relazionarsi agli altri [3]. Quando si introduce la macchina elettronica o digitale, secondo Sennett, il lavoro diventa tecnicamente più semplice da usare ma “illeggibile” sul piano del senso. Facendo l’esempio di un panificio che passa dal lavoro artigianale a quello automatico, Sennett descrive gli operai che non toccano più l’impasto o il pane. Lavorano su schermi con icone che rappresentano il processo: temperatura, tempo di cottura, colore del pane dedotto dai dati; possono correggere un processo automatico toccando lo schermo, ma non sanno più riparare le macchine e, soprattutto, non sanno più fare il pane a mano quando il sistema computerizzato sbaglia o si guasta. Questo, direi inevitabilmente, fa sì che diventi inutile per quei lavoratori trovare il modo, assieme e in collaborazione, di venire a capo di un problema inaspettato: semplicemente attendono l’arrivo di un tecnico specializzato che aggiusti la macchina senza neanche provare a cooperare per trovare una soluzione. Con l’automazione, così come per l’intelligenza artificiale, possiamo affermare che la nostra specie sta rischiando di perdere due tipi di competenze: quella della conoscenza “tecnica” del proprio lavoro e quella della relazione con i propri simili. Le ricadute sociali sono enormi e distribuite sui più svariati settori della nostra società.
Per ciò che concerne le competenze interpersonali, confrontarsi con ChatGpt è ben diverso che farlo con un consulente, un collega o un amico e credo che su questo potremo essere tutti d’accordo. Se milioni di persone, in questo preciso momento, stanno delegando allo stesso tempo la fatica di pensare e la fatica di stare insieme, probabilmente stiamo assistendo, più o meno silenziosamente, all’evolversi di una società che si sta abituando a fare a meno di elementi essenziali che l’hanno tenuta in vita per migliaia di anni: la relazione, la fiducia, la collaborazione e la cura.
Non è certo una situazione che nasce con l’avvento dell’intelligenza artificiale: i meccanismi psicologici che vengono attribuiti al danno subito con l’uso massiccio dei social (il confronto sociale o il bisogno cronico di validazione, solo per citare alcuni esempi) non hanno per ora un equivalente assodato nell’interazione con un modello di intelligenza artificiale, ma è probabile che in futuro potrebbero emergerne altri, come la sostituzione della relazione umana con una a bassissimo investimento relazionale. Fatto sta che negli ultimi due decenni, anche a causa delle nuove tecnologie a basso costo a disposizione di tutti, il tempo trascorso da soli è aumentato in diversi paesi occidentali, forse non solo a causa dei social ma anche a causa dei cambiamenti socio-culturali che la nostra società sta attraversando. Negli Stati Uniti la quota di tempo libero passata in solitudine è salita dal 43,5% del 2003 al 49,7% del 2022 [4]; in Finlandia, tra il 1987 e il 2010, il tempo quotidiano trascorso senza nessuno nella stessa stanza è cresciuto di 124 minuti, arrivando a 7 ore e mezza al giorno [5]. Anche per questo, dovremmo domandarci: dove può condurre l’uso massiccio dell’intelligenza artificiale di tipo generativo, se non esattamente in questa direzione? Se questo strumento è in grado, in diverse forme, di sostituire uno o più colleghi di un grande ufficio, di imitare con una buona approssimazione consulenti ed esperti, financo i professionisti come medici di base o psicologi [6], di emulare segreterie e reparti creativi di quasi tutte le aziende, se è in grado di fare tutto questo e di migliorare sempre di più nel tempo, qual è la direzione che stiamo prendendo, se non quella di disimpegno nelle occasioni di relazioni umane?
È ormai risaputo che la plasticità cerebrale, cioè la capacità dei neuroni di modificare la propria struttura e funzione, avviene anche in risposta all’esperienza che si fa del mondo, ai luoghi che li circondano, nonché agli strumenti che abbiamo imparato ad usare. Perché i tassisti potrebbero avere un ippocampo posteriore più sviluppato? [7] Perché l’ippocampo, una zona del cervello posta sotto la corteccia cerebrale, oltre ad essere uno dei centri della memoria in generale, concorre a immagazzinare le rappresentazioni dello spazio che circonda il soggetto, con posizioni e percorsi ben definiti e registrati. Con l’avvento dei navigatori, pensate che l’ippocampo dei tassisti sia rimasto invariato? Cinquanta automobilisti abituali sono stati testati su compiti di navigazione virtuale che misurano memoria spaziale, uso di strategie cognitive di mappatura e codifica di punti di riferimento. Coloro che avevano usato di più il navigatore satellitare nella vita quotidiana, mostravano memoria spaziale peggiore nel momento in cui ci si doveva orientare da soli senza alcun dispositivo. Un sottogruppo di 13 persone è stato ritestato a distanza di tre anni e si è dimostrato che un uso maggiore del navigatore in un tempo più lungo era associato a un declino più marcato della memoria spaziale legata all’ippocampo [8].
Il cervello non è però un organo sospeso in una teca, ma una componente corporea ben collegata a tutto il resto del sistema-corpo. Nel 2011 un gruppo di ricercatori ha mostrato ad alcuni atleti diversi video della durata di circa 4 minuti: triste, erotico, aggressivo, motivazionale da allenamento, umoristico e neutro di controllo. Ogni atleta è stato sottoposto al prelievo di saliva prima e 15 minuti dopo aver visto ogni video, misurando i livelli di testosterone e cortisolo. Non solo i livelli erano cambiati in modo significativo a seconda di cosa avevano visto, ma la modifica di questi livelli era tale da cambiare visibilmente la performance nella prestazione fisica degli atleti [9]. Sono stati sufficienti quattro minuti di immagini su uno schermo per cambiare la chimica del sangue: se questo vale per quattro minuti di video, cosa dobbiamo pensare delle ore che molti di noi spendono ogni giorno per “dialogare” con una macchina che finge di essere intelligente?
In un piccolo studio pilota si è dimostrato come in videoconferenza, rispetto all’incontro in presenza, la pupilla umana si dilata meno rispetto ad una conversazione di persona [10] e in un altro studio condotto su 62 coppie madre-figlio in fase di preadolescenza, l’interazione dal vivo ha prodotto nel cervello 9 collegamenti inter-cerebrali significativi, diversamente da quella fatta in videochiamata che ne ha prodotto uno soltanto [11]. È indubbio che qualcosa dell’altro smette di arrivarci quando in mezzo si frappone lo strumento digitale e il fatto interessante è che a comprenderlo, prima ancora della nostra percezione esterna, è soprattutto il nostro corpo e il nostro sistema autonomo. Ciò che i corpi si trasmettono di persona non può avvenire a distanza ed è forse scontato, anche per la sperimentazione quotidiana che possiamo farne noi stessi, che stiamo lasciando che qualcosa si perda tra i bit. Possiamo affermare, con una buona certezza che l’assenza di uno sguardo direzionale e dei gesti orientati nello spazio, che la videochiamata a differenza della realtà virtuale non riesce a trasmettere, ci faccia vivere una relazione a metà.
Se il sistema delle risposte che avviene naturalmente tra un corpo e un altro si indebolisce già quando dietro lo schermo c’è un volto umano reale, cosa resta quando dall’altra parte non c’è nessuno? I chatbot pensati per fare compagnia sono già usati su larga scala, disponibili a qualsiasi ora e ad usarli sono spesso proprio coloro che di relazione umana avrebbero più bisogno: adolescenti soli e persone rimaste senza compagnia. Siamo probabilmente entrati in un’era dove quella relazione, che è la base tipica di ogni concetto di cura, sarà destinata ad affievolirsi e a condurci verso un sentiero per certi versi inesplorato. Questo non significa che la tecnologia non possa, in una qualche forma, tamponare momentaneamente una condizione che l’ambiente circostante non può (o non vuole) darci in un certo periodo: milioni di adolescenti utilizzano l’intelligenza artificiale per ricevere un supporto psicologico immediato e gratuito e forse questo ha potuto salvare anche qualche ragazzo o ragazza dalla depressione. Certamente questo non può però sollevarci dal ricercare e comprendere le cause che si frappongono tra i bisogni e le risposte di cura nella nostra stessa società.
Se è vero che non possiamo permetterci di delegare il giudizio, la responsabilità e la cura ad un’intelligenza artificiale, è altrettanto vero che i presupposti sociali, economici e tecnologici siano maturi perché ciò accada terribilmente in fretta. La cura, prima di essere un principio da enunciare, è un fatto fisiologico che accade tra due corpi presenti; è un battito che rallenta perché qualcuno ci si è seduto accanto; è una tensione nelle spalle che si scioglie perché un altro essere umano, fisicamente, poggia una mano rassicurante; è l’abbraccio che invita l’altro a lasciarsi andare nel pianto. Nessuna interfaccia, per quanto brava a produrre frasi empatiche e ad emulare una risposta umana, restituirà l’intensità e l’energia vitale che un corpo riesce ad esprimere.
Credo che sia proprio nella scuola, così come in tutte le comunità educanti, che si dovrebbe ragionare sulle conseguenze che questa rivoluzione tecnologica sta per portare nelle nostre vite.
Dovremmo innanzitutto domandarci se non stiamo formando i ragazzi solo dal collo in su, anche a attorno ai nuovi strumenti basati su LLM: insegniamo a scrivere un prompt, a riconoscere un bias, a verificare una fonte. Tutto sacrosanto e utile. Ma quanto tempo dedichiamo a insegnare loro ad accorgersi che il respiro si è chiuso, che le spalle sono salite, che il corpo ha già risposto a qualcosa mentre la testa era altrove? Quanto tempo dedichiamo a trasmettere il valore della relazione prima di quello di una valutazione? Molti insegnanti stanno già provando ad inserire questi momenti nella quotidianità, ma spesso devono farlo “rubando” tempo alla burocrazia scolastica e alle sue regole. Sarebbe un’operazione a costo zero: cinque minuti di respiro condiviso prima di aprire lo schermo, non solo come rituale di compensazione ma come parte esatta di quella alfabetizzazione critica che diciamo di voler costruire. Un ragazzo che sente il proprio corpo è un ragazzo più sano, più attento, più presente, che saprà come e quando usare uno strumento e quando ne potrà fare a meno, perché riuscirà a sentire i bisogni del proprio sistema-corpo, come esso risponde alle sensazioni e alle emozioni. Essere nello stesso posto alla stessa ora, coordinare due agende, sopportare che l’altro sia di cattivo umore o non disponibile, esporsi al giudizio, tollerare che la risposta arrivi tardi o non arrivi, tutti questi sono attriti che un’intelligenza artificiale non può offrire e, nonostante essi siano un segnale “negativo” che giunge al nostro sistema-corpo, essi rappresentano comunque uno strumento utile alla maturazione, alla crescita e allo sviluppo dell’essere umano sociale, fuori e dentro il contesto professionale. Di relazione e di cura non si discute allo stesso modo, forse perché non sono “dotazioni” aggiunte alla nostra umanità, forse perché le diamo per scontate o perché non vengono ritenute così utili al progresso economico e alla performance che ricerchiamo ogni giorno dai nostri studenti. Quello che abbiamo davanti è un ambiente sociale in cui la relazione costa sempre di più e la sua imitazione costa sempre meno ed è un ambiente che la scuola può ancora attraversare in modo diverso. La sfida non sarà combattere o estromettere l’intelligenza artificiale dalle nostre scuole o dai luoghi di lavoro, ma sarà quella di ricostruire una società che persegue l’abbondanza di relazioni e di cura.
[1] Bastani, H., Bastani, O., Sungu, A., Ge, H., Kabakcı, Ö., & Mariman, R. (2025). Generative AI without guardrails can harm learning: Evidence from high school mathematics. Proceedings of the National Academy of Sciences, 122(26), e2422633122. https://doi.org/10.1073/pnas.2422633122
[2] Draganski, Gaser, Busch, Schuierer, Bogdahn & May 2004, Neuroplasticity: Changes in grey matter induced by training, Nature 427, 311-312
[3] The Corrosion of Character: The Personal Consequences of Work in the New Capitalism, 1998; edizione italiana Feltrinelli, “L’uomo flessibile”, 1999
[4] Enghin Atalay, A Twenty-First Century of Solitude? Time Alone and Together in the United States, «Journal of Population Economics», 37, art. 12, 2024, doi: 10.1007/s00148-024-00978-0. Dati American Time Use Survey, 227.191 diari giornalieri, adulti dai 18 anni in su. Le percentuali si riferiscono al “tempo eleggibile”, circa 11 ore al giorno, escluso il lavoro, il sonno e la cura personale. Nell’ATUS una persona è classificata come sola quando è l’unica presente nella stanza, anche se al telefono o in videochiamata.
[5] Timo Anttila, Kirsikka Selander, Tomi Oinas, Disconnected Lives: Trends in Time Spent Alone in Finland, «Social Indicators Research», 150, 2, 2020, pp. 711–730, doi: 10.1007/s11205-020-02304-z. Indagini finlandesi sull’uso del tempo, 1987–88 (n=1887), 1999–2000 (n=2673), 2009–10 (n=1887), rilevazioni limitate ai mesi da settembre a novembre. Circa 40 dei 125 minuti aggiuntivi nei giorni feriali sono spiegati da invecchiamento e diffusione delle famiglie unipersonali.
[6] A proposito è interessante il breve esperimento che fa su youtube il medico e psichiatra Valerio Rosso: https://youtu.be/5Giz9fXXYEM?si=eud2oZhi7qtUsVgY
[7] Navigation-related structural change in the hippocampi of taxi drivers (Maguire et al., 2000, PNAS)
[8] Dahmani, L., Bohbot, V. D. (2020). Habitual use of GPS negatively impacts spatial memory during self-guided navigation. Scientific Reports, 10, 6310. https://doi.org/10.1038/s41598-020-62877-0
[9] Cook C., Crewther B.T., Kilduff L.P., Drawer S., Gaviglio C.M. 2011. Changes in salivary testosterone concentrations and subsequent voluntary squat performance following the presentation of short video clips, Hormones and Behavior.
[10] C. Tremmel et al., Physiological and Behavioral Response Differences Between Video-Mediated and In-Person Interaction, Sensors, 26(1), 34, 2026.
[11] L. Schwartz et al., Technologically-assisted communication attenuates inter-brain synchrony, NeuroImage, 264, 119677, 2022.
Biografia

Adamo Mastrangelo nasce a Milano nel 1985. La sua formazione è passata per la biologia, la sociologia e la psicologia clinica, tre strade che si sono incrociate successivamente proprio nelle pratiche energetiche: capire un sintomo nel corpo senza guardare al contesto in cui vive una persona è come voler ammirare un quadro senza poterlo vedere dalla giusta distanza. È formatore e docente per aziende e scuole, entrando in contatto con aree e persone molto diverse tra loro. Ha insegnato a centinaia di bambini in diverse scuole pubbliche, dove ha iniziato ad approcciarsi all’osservazione dell’età infantile e adolescenziale. Oltre ad essere un divulgatore, Adamo Mastrangelo si avvicina alla Bioenergetica quasi per caso nel 2007, durante il corso di Psicologia Clinica all’Università Bicocca di Milano, dove conosce per la prima volta Luciano Marchino, che ricontrerà molti anni più tardi come maestro presso l’Istituto di Psicologia Somatorelazionale di Milano.
