Di Monica Buonanno

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Abstract (Italiano)

Il contributo propone una rilettura critica della categoria “area interna”, sostenendo che l’esclusione territoriale non coincide più solo con la distanza geografica dai centri urbani, ma con la distanza sociale dai servizi essenziali. Aree interne e periferie urbane, pur diverse per contesto, condividono lo stesso meccanismo escludente: barriere economiche, culturali, digitali, linguistiche e burocratiche che rendono un diritto formalmente esistente ma concretamente inaccessibile. La digitalizzazione dei servizi pubblici, presentata come strumento di democratizzazione, rischia in assenza di mediazione di trasferire sul cittadino la responsabilità dell’accesso, generando una “cittadinanza a più velocità”. Il testo valorizza il ruolo delle infrastrutture di prossimità nate dal basso — come le esperienze di Scampia a Napoli e di Spin Time Labs a Roma — quali dispositivi sociali capaci di orientare chi rischia l’esclusione. La proposta finale è spostare le politiche pubbliche dalla misurazione della distanza geografica alla misurazione della distanza sociale e digitale, “umanizzando il digitale”.

Abstract (English)

The article offers a critical reading of the category “inner area,” arguing that territorial exclusion no longer coincides solely with geographic distance from urban centers, but with social distance from essential services. Inner areas and urban peripheries, though different in context, share the same exclusionary mechanism: economic, cultural, digital, linguistic, and bureaucratic barriers that render a formally existing – but concretely inaccessible – right. The digitalization of public services, presented as a tool for democratization, risks shifting the responsibility for access to citizens, generating “multi-speed citizenship.” The article emphasizes the role of grassroots proximity infrastructures—such as the experiences of Scampia in Naples and Spin Time Labs in Rome—as social devices capable of orienting those at risk of exclusion. It’s a proposal to shift public policies from measuring geographic distance to measuring social and digital distance, “humanizing the digital.”

Parole chiave: Divario digitale, Aree interne, Periferie urbane, Infrastrutture di prossimità, Distanza sociale

Introduzione editoriale

Quanto sei lontano da un diritto

C’è una domanda, in questo contributo, che vale la pena isolare subito: quanto è distante una persona dal diritto, anche quando il servizio formalmente esiste?

Non dal servizio: dal diritto. È uno spostamento di poche parole che cambia tutto ciò che segue.

Monica Buonanno lavora su politiche integrate di lavoro e welfare, e parte da una categoria tecnica che tutti usiamo senza pensarci: area interna. È una classificazione nata per riconoscere territori distanti dai servizi essenziali, e ha avuto una funzione importante. Ma l’autrice osserva che una categoria costruita per leggere una condizione territoriale sta diventando la semplificazione di una condizione sociale.

Perché si può vivere in un piccolo comune dell’Appennino e sperimentare una distanza materiale dai servizi. E si può vivere in un quartiere fisicamente vicino al centro di una città e sperimentare una distanza altrettanto profonda — costruita su barriere economiche, culturali, digitali, linguistiche, burocratiche e relazionali. Sono contesti diversi con lo stesso meccanismo escludente.

Da qui l’argomento che riguarda questo numero più da vicino, e che vale la pena seguire con attenzione.

La digitalizzazione dei servizi pubblici viene presentata come democratizzazione: elimina distanze, riduce i tempi, rende disponibili prestazioni indipendentemente dal luogo in cui si vive. E potenzialmente è così. Ma quando l’accesso a un servizio passa attraverso una piattaforma, un’identità digitale, una casella di posta, un sistema di prenotazione, un modulo da compilare autonomamente, una parte della responsabilità dell’accesso viene spostata sul cittadino.

È automatico per chi ha familiarità con la burocrazia digitale. Non lo è affatto per una persona anziana, per chi è arrivato da poco e ha un divario linguistico, per chi vive dove la banda larga non arriva, per chi finisce per rivolgersi a una struttura privata pur di accedere a un servizio pubblico.

Ne discende quella che l’autrice chiama cittadinanza a più velocità: piena per chi dispone autonomamente degli strumenti di accesso, condizionata per chi ha bisogno di una persona o di uno sportello che trasformi un diritto astratto in possibilità concreta.

Chi legge questo numero per intero riconoscerà l’argomento. Altri contributi sostengono che un diritto che non si sa esercitare non protegge nessuno, e che un’architettura digitale non toglie la libertà ma ne alza il costo. Buonanno porta la stessa constatazione dove quel costo si paga davvero: negli uffici pubblici, nel welfare, nelle procedure che decidono se una persona riceve o non riceve ciò che le spetta.

Da qui il ruolo che assegna alle infrastrutture di prossimità — sportelli, presìdi, biblioteche, associazioni, case di quartiere, enti del Terzo settore. Non sostituti dello Stato, e l’autrice è netta su questo: non devono esserlo, le responsabilità sono oggettivamente diverse. Ma dispositivi che conoscono un territorio, ne riconoscono i bisogni e sanno orientare chi rischia di restare fuori. In molti luoghi esistono da ben prima che le politiche pubbliche ne riconoscessero il valore: sono nate dal basso, spesso per necessità.

Resta, in chiusura, la proposta che dà il titolo al ragionamento: spostare le politiche pubbliche dalla misurazione della distanza geografica alla misurazione della distanza sociale e digitale. Che significa, prima di ogni altra cosa, imparare a misurare ciò che nei dati non compare — la rinuncia, l’abbandono, l’invisibilità.

E un’ultima osservazione, che vale come programma di ricerca. Le aree interne e i quartieri di periferia possono diventare luoghi privilegiati di sperimentazione non perché siano territori difficili, ma perché rendono più visibili contraddizioni che riguardano tutte le comunità — e ci obbligano a spostare lo sguardo.

Carmine Marinucci



La geografia dell’esclusione ormai non coincide più con le mappe geografiche. Richiede una lettura diversa, più complessa, che non passa necessariamente attraverso la distanza fisica dai centri urbani o l’isolamento geografico. Percorre le possibilità concrete di accedere a un servizio, di comprendere una procedura, di trovare qualcuno che accompagni le comunità quando il diritto, per essere fruito e goduto, ha bisogno di strumenti e competenze.

È possibile vivere a pochi chilometri da un ospedale, da un Centro per l’Impiego, da una scuola, da un ufficio pubblico e, nello stesso tempo, essere lontani da quei servizi? È possibile vivere in un piccolo Comune dell’Appennino – classificato come area interna – e sperimentare una distanza materiale evidente dai servizi essenziali? Assolutamente sì e se ne discute ormai non solo in ambienti scientifici. Ma è altrettanto possibile vivere in un quartiere urbano, fisicamente vicino al centro della città e sperimentare una distanza altrettanto profonda, costruita su barriere economiche, culturali, digitali, linguistiche, burocratiche e di relazioni.

È questa la distanza che oggi dobbiamo imparare a misurare se vogliamo calcolare la reale estensione delle disuguaglianze e individuarne i migliori correttivi.

La categoria di “area interna” ha avuto e continua ad avere una funzione importante nel riconoscere territori caratterizzati da una significativa distanza dai principali servizi. Ma il rischio è che una categoria nata per leggere una condizione territoriale finisca per diventare una semplificazione di una condizione sociale. Anche le periferie urbane, infatti, al pari delle aree interne, possono limitare l’accesso alla vita di comunità.

Entrambe possono essere lette all’interno di un assioma: quanto è distante una persona dal diritto, anche quando il servizio formalmente esiste?

La questione diventa ancora più indifferibile in questa epoca di profonda trasformazione digitale dei servizi pubblici e del welfare. La digitalizzazione viene spesso presentata come una straordinaria possibilità di democratizzazione: elimina distanze, riduce i tempi, semplifica le procedure, rende disponibili informazioni e prestazioni indipendentemente dal luogo in cui si vive. Ed è certamente così – potenzialmente.

L’esperienza politica e professionale, però, mi ha dimostrato che il digitale non è neutro: se e quando l’accesso a un servizio pubblico passa attraverso una piattaforma, un’identità digitale, una procedura online, una casella di posta elettronica, un sistema di prenotazione o un modulo da compilare autonomamente, una parte della responsabilità dell’accesso stesso viene spostata sul cittadino. Quel processo può essere automatico per chi dispone di familiarità con la burocrazia digitale; non lo è per nulla per chi non ha competenze, strumenti, risorse. Penso alle persone anziane, alle persone migranti con importanti gap non solo linguistici, a chi vive in luoghi senza banda larga, a chi è costretto a rivolgersi a una struttura privata per accedere a un servizio pubblico.

La diseguaglianza digitale, dunque, non riguarda soltanto e semplicisticamente la connessione, ma l’effettiva capacità di trasformazione della connessione in possibilità di accesso alla vita di comunità.

Il rischio, infatti, è l’incentivazione di una forma di cittadinanza a più velocità: una cittadinanza piena per chi riesce a disporre autonomamente di sistemi di accesso al digitale e una cittadinanza condizionata per chi, al contrario, ha bisogno di una persona, di uno sportello, che riesca a produrre il cambiamento da diritto astratto a possibilità concreta.

Ne deriva il ruolo decisivo delle infrastrutture di prossimità, dispositivi sociali (sportello, presidio, biblioteca, associazione, centro culturale, casa di quartiere, ente del Terzo settore…) che conoscono il territorio, ne riconoscono i bisogni e sanno orientare chi – con buona certezza – rischia di rimanere fuori.

In molti territori queste infrastrutture esistono da ben prima che le politiche pubbliche ne riconoscessero il valore. Nascono dal basso, spesso per necessità. Realtà come Scampia a Napoli, dove nel tempo associazioni, comitati, cooperative, presidi culturali e sociali hanno costruito una rete di relazioni che non può essere considerata semplicemente un elemento accessorio della vita del quartiere. Una chiave attraverso cui leggere esperienze come quella di Spin Time Labs a Roma. Al di là delle questioni giuridiche e delle diverse posizioni sulla vicenda ultima dello sgombero a seguito dell’incendio di fine luglio, ciò che quell’esperienza rende evidente è cosa accade quando uno spazio che formalmente viene letto attraverso una sola categoria amministrativa svolge, nei fatti, una pluralità di funzioni sociali.

Da questa prospettiva, la prossimità assume un significato politico. Proprio perché la questione non è stabilire se queste esperienze debbano sostituire lo Stato. Non devono assolutamente farlo. Le responsabilità e gli obiettivi sono infinitamente ed oggettivamente diversi, solo talvolta complementari, sussidiari.

Per chi si trova in una condizione di fragilità, le politiche di welfare vanno articolate anche promuovendo processi culturali.

Educare al digitale può significare insegnare a utilizzare un dispositivo o una piattaforma ma anche a sviluppare autonomia e a mettere le persone nella condizione di comprendere il funzionamento dei sistemi.

Allo stesso modo, la cultura diventa un importante impianto di prossimità se e quando è in grado di creare luoghi nei quali le persone si incontrano, raccontano e recuperano memoria e costruiscono nuove esperienze. Ovvero, recuperando un concetto positivo di periferie.

In altre parole, dovremmo essere in grado di misurare anche ciò che non compare nei dati: la rinuncia, l’abbandono, l’invisibilità.

Dal mio punto di vista, la sfida più urgente delle politiche pubbliche territoriali sta nel passare dalla misurazione della distanza geografica alla misurazione della distanza sociale e digitale, provando a utilizzare l’espressione “umanizzare il digitale”. E proprio così, le aree interne e i quartieri di periferia possono diventare luoghi privilegiati di ricerca e sperimentazione. Non perché siano territori “difficili”, ma perché rendono più visibili contraddizioni che riguardano tutte le comunità, obbligandoci a spostare lo sguardo.

MONICA BUONANNO

Esperta in Politiche integrate Lavoro Sviluppo Welfare Specializzazioni: Politiche di contrasto e riduzione dei divari di genere, generazionali e di cittadinanza e Interventi di sviluppo territoriale nelle aree interne e nelle periferie urbane del Paese.