di Antonio Pizzo
Introduzione editoriale
Nessuno ce la fa da solo
C’è una parola, nell’enciclica di Leone XIV, che suona insolita applicata a una tecnologia: disarmare.
Antonio Pizzo la prende sul serio e ne ricava il significato preciso. Disarmare l’intelligenza artificiale non vuol dire limitarla o temerla: vuol dire sottrarla alla logica della competizione — quella bellica in senso proprio, ma anche la corsa all’efficienza degli algoritmi. E soprattutto significa rompere un’equivalenza che diamo per scontata: quella fra potenza tecnica e diritto di governare. Chi può fare una cosa, per ciò stesso, ha titolo per decidere che si faccia. È la premessa implicita di gran parte del discorso pubblico sull’innovazione, e questo saggio la contesta alla radice.
Da lì muove verso un errore che riguarda tutti noi, e che l’autore chiama categoriale: scambiare la simulazione compiuta da un sistema per il funzionamento dell’intelligenza umana. Con un’osservazione che è quasi una battuta e insieme una diagnosi — che la trovata di Turing sia stata, forse, troppo efficace. Ma il punto più fine viene dopo: il problema non è tanto proiettare sembianze umane sul comportamento di un algoritmo, quanto l’incapacità di gestire lo scarto fra la complessità del reale e la sua modellazione informatica.
Contro il paradigma tecnocratico — quello che fa sembrare normale una visione in cui la pienezza della vita consiste nell’avere di più, ridurre le fragilità, eliminare l’imprevisto — il saggio recupera un criterio di misura diverso: la qualità di una civiltà non si valuta dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire e dalla capacità di riconoscere l’altro come volto e non come funzione.
E in un passaggio che vale l’intero contributo, mostra dove quella differenza diventa educativa: per un algoritmo l’errore è qualcosa da correggere; per una persona può essere l’inizio di un cammino. Ma un cammino ha bisogno di libertà, non di modellazione quantitativa — e di qualcuno che accompagni.
Qui arriva la tesi che dà valore a questo articolo, e che lo rende complementare agli altri contributi di questo numero.
Altri saggi, in queste pagine, offrono a chi insegna e a chi fa ricerca un criterio individuale per decidere che cosa si possa delegare a una macchina e che cosa no. Pizzo osserva che quel criterio, da solo, non basta — perché l’intelligenza artificiale rende insufficiente l’educazione intesa come rapporto a due, fra un docente e uno studente. Stabilire che cosa non vada delegato non è una decisione che una persona possa prendere in solitudine nella propria aula: è un’opera collettiva, che riguarda i criteri sulla delega, le norme della verifica, la trasparenza dell’uso e la protezione dei tempi dell’apprendimento.
Da qui la categoria di alleanza educativa: scuola, famiglie, istituzioni, corpi intermedi, Terzo Settore. Non un appello generico alla collaborazione, ma la constatazione che il compito eccede le forze di chi lo porta. E l’osservazione, tutt’altro che ovvia, che anche gli adulti sono impreparati davanti all’accelerazione tecnologica, e vanno accompagnati nelle loro responsabilità educative prima di poterle esercitare.
Il saggio non fa sconti sulle condizioni materiali. Le tre sfide che indica alla scuola — sociopolitica, pedagogica, intellettuale — sono accompagnate da un’annotazione che vale come misura di realismo: le buone intenzioni non bastano, e senza investimenti mirati e senza una riorganizzazione del servizio scolastico, l’alleanza resta un auspicio.
Resta, in chiusura, la formula più utile del contributo, quella che ogni comunità educante potrebbe assumere come programma minimo. L’educazione non deve limitarsi a insegnare a usare gli strumenti: deve insegnare a riconoscere come gli strumenti stanno modificando il soggetto che li usa — e ad agire di conseguenza.
Carmine Marinucci
Abstract -IT-
L’articolo analizza la proposta educativa contenuta nell’enciclica Magnifica humanitas di Leone XIV, collocandola nel quadro delle trasformazioni antropologiche e comunicative prodotte dall’intelligenza artificiale. Muovendo dalla critica del paradigma tecnocratico e delle derive transumaniste, il contributo sostiene che la categoria di alleanza educativa rappresenti la risposta più significativa della Dottrina sociale della Chiesa alla transizione digitale contemporanea. La custodia dell’umano viene così interpretata come principio ordinatore di un’ecologia della comunicazione fondata sulla responsabilità condivisa, sul bene comune e sulla formazione del giudizio critico. Attraverso il confronto con il dibattito filosofico contemporaneo, il saggio mostra come scuola, famiglia, istituzioni e corpi intermedi siano chiamati a ricostruire uno spazio educativo capace di sottrarre l’intelligenza artificiale alla mera logica dell’efficienza e di orientarne lo sviluppo verso il progresso umano integrale.
Keywords: Intelligenza artificiale; Alleanza educativa; Dottrina sociale della Chiesa; Ecologia della comunicazione; Custodia dell’umano
Abstract -EN-
This article examines the educational proposal advanced in Pope Leo XIV’s encyclical Magnifica humanitas within the broader context of the anthropological and communicative transformations brought about by artificial intelligence. Starting from a critique of the technocratic paradigm and transhumanist narratives, the paper argues that the concept of an educational alliance represents the most significant response offered by the Social Doctrine of the Church to the contemporary digital transition. The safeguarding of the human person is thus interpreted as the guiding principle of an ecology of communication grounded in shared responsibility, the common good, and the cultivation of critical judgment. By engaging with contemporary philosophical debates, the article shows how schools, families, public institutions, and intermediary bodies are called to rebuild an educational environment capable of preventing artificial intelligence from being reduced to a logic of efficiency and instead directing technological development toward integral human flourishing.
Keywords: Artificial Intelligence; Educational Alliance; Social Doctrine of the Church; Ecology of Communication; Human Dignity
Un’etica per il tempo presente
Mentre muore il passato, il presente non è ancora in grado di assumere una fisionomia precisa e chiara. Parliamo molto di intelligenza artificiale, ma poco di cosa ciò comporti per la vita umana, in special modo riguardo al valore che attribuiamo nei confronti del mondo così novellato[1]. E mentre avvertiamo un’oscura inquietudine derivante dall’accelerazione tecnologica attuale, non siamo ancora in grado di parametrare l’intelligenza artificiale all’interno delle nostre vite[2], e soprattutto da un punto di vista etico e politico[3]. L’attuale trasformazione culturale, che ha associato nei primi due decenni del XXI secolo globalizzazione economica ed innovazione tecnologica, ha fatto venir meno anche le coordinate di tempo e di spazio che controllavamo per mezzo dello Stato nazionale durante il secolo scorso[4], rendendo così più difficile un orientamento all’interno dell’attuale ecosistema digitale.
In questo contesto, l’enciclica di Leone XIV fissa alcuni paletti irrinunciabili in forza dei quali rendere possibile custodire l’essere umano all’interno della temperie attuale, fissando anche un obiettivo per le pratiche educative.
Lungi dal riprendere la lettera enciclica nella sua interezza, il presente contributo si concentra sulla questione educativa in essa discussa, tralasciando le pur importanti riflessioni su dignità umana ed ecosistema digitale. La tesi che si intende sostenere è che la categoria di alleanza educativa rappresenti la risposta più significativa che la Dottrina sociale della Chiesa offre alle trasformazioni antropologiche e comunicative prodotte dall’attuale transizione digitale. In tale prospettiva, la custodia dell’umano e la promozione di un’ecologia della comunicazione appaiono come i presupposti necessari per una rinnovata responsabilità educativa condivisa.
La questione etica assume un ruolo centrale nel magistero di Leone XIV. Tuttavia, il Pontefice invita alla prudenza, poiché non si tratta soltanto di chiedere un allineamento dell’intelligenza artificiale ai valori umani, ma di sottoporre lo stesso quadro etico di riferimento ai criteri più generali della giustizia sociale condivisa[5]. Il bene comune serve anche per evitare il rischio del monopolio nel controllo dei sistemi di intelligenza artificiale, possibilità più che concreta se si pone mente al potere attualmente detenuto da un ristretto numero di attori economici operanti come Big Tech.
Più incisivamente, il pontefice invita a disarmare l’intelligenza artificiale, e segnatamente a sottrarla alla logica della competizione, tanto di quella bellica vera e propria quanto della corsa all’efficienza degli algoritmi[6]. Disarmare significa rompere l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare[7], restituendo alla persona umana la sua collocazione destinale e non di mero strumento per finalità terze. In altri termini, la felice locuzione del Pontefice vuole significare escludere il dominio degli algoritmi sull’umano, a maggior ragione se si pone mente al fatto che la tecnologia di per sé, una volta diffusa ed adoperata massivamente, diventa un’estensione della mente e del corpo del soggetto che la utilizza[8].
A tal proposito non si può non far osservare come nei discorsi pubblici sia in azione un caratteristico errore categoriale in forza del quale la simulazione compiuta dai sistemi di intelligenza artificiale venga equivocata o assimilata tout court al funzionamento dell’intelligenza umana. Ironizzando, si potrebbe asserire come la trovata di Turing sia stata sin troppo efficace[9]. Probabilmente, però, il problema non sta tanto nel tentativo di proiettare sembianze antropomorfe sul comportamento autonomo denotato dagli algoritmi quanto, e piuttosto, nell’incapacità umana di gestire lo scarto tra la complessità del reale e la modellazione informatica di quest’ultima[10], alla base del progetto di automazione che esperiamo nella forma di algoritmi[11].
Il paradigma tecnocratico tende a far sembrare giusta e normale una visione antiumana in virtù della quale la pienezza della vita consisterebbe nell’avere di più, nel ridurre le fragilità, nell’eliminazione dell’imprevisto, nel controllare ogni cosa[12]. La qualità di una civiltà, invece, si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire e dalla capacità di riconoscere l’altro come volto, e non come funzione[13].
Le tentazioni tecnocratiche attuali sembrano contigue con la narrazione transumanista secondo la quale la condizione umana va superata per mezzo della tecnologia. Alla luce della trattazione offerta da Leone XIV, questa tentazione rende conto della visione soggiacente in forza della quale l’essere umano è trattato come un materiale da perfezionare, e dove la mera possibilità si tramuta automaticamente in un dovere[14]. Ma la seduzione del potenziamento, del miglioramento, del superamento dei limiti naturali ha il suo costo, ovvero accettare l’idea che alcuni siano meno utili di altri, e, quindi, meno desiderabili o degni[15]. Contro queste narrazioni, Leone XIV ribadisce la prospettiva della Chiesa in forza della quale bisogna accompagnare il cambiamento e la crescita umani. Se per un algoritmo l’errore è qualcosa da correggere, per una persona può essere l’inizio di un cammino, ma quest’ultimo ha bisogno della libertà, e non della modellazione quantitativa. Senza l’accompagnamento lungo il percorso, la persona non può migliorarsi, non può crescere, non può sbocciare.
L’umanesimo cristiano, dunque, richiede che l’intelligenza artificiale sia una possibilità buona da abitare, ossia vissuta con responsabilità[16]; si tratta, ad ogni buon conto, di una responsabilità sempre sorretta dal discernimento riguardo a quanto la tecnologia digitale accresca o diminuisca la dignità umana.
Un errore piuttosto comune, da questo punto di vista, consiste nel confondere l’infrastruttura che rende possibile la computazione con gli effetti sociali del suo utilizzo da parte di utilizzatori in carne ed ossa. Di conseguenza, non è il semplice uso a determinare fatalisticamente esiti peggiorativi per la condizione umana, ma l’uso non illuminato dal discernimento e dalla responsabilità: adoperare gli strumenti in maniera consumistica e passiva.
Custodire l’umano
Alla luce della transizione digitale attuale, Leone XIV propone di riformulare la nozione di bene comune.
Le piattaforme digitali modificano la comunicazione pubblica e politica. Se è vero che la disinformazione non nasce con l’intelligenza artificiale, è pur vero che viene moltiplicata da quest’ultima[17]. Il problema è tanto culturale quanto morale: la qualità della comunicazione pubblica dipende dalla fiducia sociale[18]. La verità dei fatti possiede sia una dimensione razionale che una dimensione relazionale: si costruisce attraverso legami di fiducia e pratiche condivise[19]. Chi controlla le piattaforme digitali e i mezzi di comunicazione possiede quindi una «notevole capacità di incidere sull’immaginario collettivo e di proporre come desiderabile una certa visione della realtà»[20]. È per questo motivo, ad esempio, che Han considera la fenomenologia sociale dell’uso delle piattaforme: uno sciame digitale che enfatizza il momento egoigo dell’io e che svapora invece il momento comunitario del “noi”[21].
Per Finelli, l’informazione è sì conoscenza comunicabile, ma per esplicare i suoi effetti ha bisogno di essere interpretata, ossia è sussistente un correlato biologico ed emozionale che nessuna macchina può sostituire[22]. Si tenga comunque conto di come Finelli incarni una prospettiva “nostalgica” rispetto al progresso tecnologico in atto e come interpreti quest’ultimo ancora al di qua dello stesso. Per parafrasare Floridi, non fa difetto il ragionamento in sé, ma la metafisica di riferimento. Finelli interpreta, ad esempio, l’intelligenza artificiale sulla base di una nozione superata di algoritmo: non come un set evolutivo di procedure, ma come un insieme prefissato.
Pur non condividendo questa impostazione, tuttavia, vi sono alcuni elementi positivi, diretti o derivati, che, a mio avviso, devono essere valorizzati:
1) Non ridurre l’intelligenza al calcolo probabilistico degli algoritmi;
2) Evitare di approcciare il tema dell’intelligenza artificiale sulla base di un sistema di idee non adeguato all’innovazione tecnologica;
3) Rivendicare una centralità per la mente umana incarnata rispetto alla quale non è opportuna alcuna delega.
Questi tre elementi paiono svalutati oggi perché si tende a considerare l’intelligenza artificiale una forma di intelligenza, peraltro affidabile; il tema viene affrontato a partire dal timore irriflesso che si esperisce rispetto al progresso in atto. Di conseguenza, e sempre più, si finisce con il delegare, rinunciando ad esercitare il proprio giudizio critico e morale, confinando lo stesso utilizzo nel campo dell’uso smodato ed irriflesso.
Avverso ai rischi derivanti dalla concentrazione monopolistica, il Pontefice oppone un’ecologia della comunicazione in forza della quale ad un rafforzamento dei corpi intermedi si accompagnano delle norme che rendano più trasparenti le logiche con cui i contenuti vengono trattati e suggeriti. Si tratta, in altri termini, di spezzare il vuoto tra l’infrastruttura tecnologica e il singolo che se ne serve, aumentando la consapevolezza, e, dunque, la responsabilità, dei soggetti che si collocano in mezzo, vale a dire decisori politici, attori sociali, famiglie, associazioni, istituzioni, e così via.
Il passaggio conseguente, allora, consisterebbe nel passare dall’ecologia all’etologia: se il contesto nel quale viviamo è questo, non possiamo più utilizzare la tecnologia in maniera passiva, ma esclusivamente accompagnati da una dovuta consapevolezza[23].
Pertanto, affinché l’ecologia della comunicazione possa esplicare i suoi effetti, è necessaria una vera e propria alleanza educativa. Questo costrutto merita una considerazione a parte. Infatti, Leone XIV vede nella scuola un luogo propizio per lavorare all’uso illuminato delle tecnologie. Ravvisa, però, una certa difficoltà nel mandare avanti in solitudine questo compito. Per questo motivo, invita a sorreggerne la fatica con un’alleanza tra gli operatori e i corpi intermedi della società, tra la scuola e le famiglie, tra le famiglie e il Terzo Settore.
Il fulcro di tale alleanza è il sorreggersi vicendevolmente nel mandare ad effetto la finalità educativa dell’alleanza medesima, e segnatamente coniugare i tempi lunghi degli apprendimenti con la velocità degli strumenti digitali. Ne discende, dunque, come si debba senza indugio educare al distacco dall’intelligenza artificiale, ovvero proteggere i più giovani dalla seduzione del digitale che fa sembrare il pensiero umano inutile proprio quando invece è più necessario[24]. La mancata educazione ai media, d’altro canto, espone i più giovani alle dipendenze, al bullismo, a una serie di pressioni indebite[25].
Ne consegue, allora, l’affermazione della necessità di un’alleanza tra la politica, le istituzioni educative e le famiglie, che affianchi non solo chi opera a scuola, ma anche gli stessi adulti nei loro compiti genitoriali, e nelle correlate distinte responsabilità.
D’altro canto, anche gli adulti sono impreparati davanti all’accelerazione tecnologica. Di conseguenza, vanno aiutati nelle loro responsabilità educative. Per questa ragione, viene attribuita particolare importanza alla scuola. Quest’ultima è, però, esposta ad alcune sfide cruciali:
1) La sfida sociopolitica: nonostante il perdurare di forti diseguaglianze, molti stati non hanno ancora investito le risorse necessarie per garantire a tutti un’educazione di qualità[26];
2) La sfida pedagogica: bisogna aggiornare i programmi, la valutazione nonché gli operatori ai cambiamenti in corso, affinché sia promosso «un uso responsabile, critico e creativo e a non subirne passivamente l’influsso»[27];
3) La sfida intellettuale: non cedere alla tentazione di sostituire la verità con un flusso incessante di informazioni[28].
Queste sfide non sono direttamente presenti nell’attuale dibattito che ha portato, ad esempio, all’emanazione dell’AI Act e delle Linee guida per l’introduzione dell’intelligenza artificiale nelle scuole. Siamo, però, ancora ben lontani dall’aver vinto queste tre sfide. Anche perché le buone intenzioni da sole non bastano; ci vorrebbero specifici e finalizzati investimenti in tal senso, oltre ad una riorganizzazione stessa del servizio prestato nelle scuole per bilanciarne la complessità organizzativa interna con le nuove responsabilità educative.
La Dottrina sociale, dal canto suo, invita le famiglie, le scuole, le comunità e le istituzioni a rinnovare l’alleanza educativa[29]. D’altra parte, infatti, la scuola non è chiamata ad inseguire la velocità del mondo digitale, ma «a offrire ciò che il digitale da solo non può dare: tempo condiviso per apprendere e relazioni affidabili»[30]. La postura richiesta non è di mero adeguamento ai tempi o di un uso irriflesso, ma di farne un uso consono al tipo di bene pubblico che maneggiamo, e privilegiando il tempo lento della formazione propria di soggetti in formazione.
La custodia dell’umano, dunque, consiste nel sottrarre i dispositivi dalla pretesa di determinare autonomamente fini, valori e forme della convivenza umana. L’intelligenza artificiale rende insufficiente l’educazione intesa come rapporto diadico docente-studente; richiede piuttosto una comunità educante che sia davvero capace di stabilire quali dimensioni dell’esperienza umana non debbano essere delegate alla macchina, che consenta cioè un discernimento critico riguardo a come relazionarsi con i dispositivi attivati dalla rivoluzione digitale in atto, e va fatto come il risultato di un’opera collettiva volta a stabilire i criteri sulla delega, le norme della verifica, i criteri sulla trasparenza dell’uso dell’IA e i valori sulla protezione dei tempi e degli spazi propri dell’apprendimento.
È solo nel distacco dagli schermi, nella riflessione ponderata, nel tempo preso per meglio riflettere, nello scegliere in prima persona, nel non delegare ad altri la nostra scelta morale, che possiamo prepararci a vivere il XXI secolo[31].
Conclusioni
Benché sia piuttosto facile cadere nell’equivoco di considerare l’intelligenza artificiale qualcosa di analogo all’intelligenza umana, quasi una reduplicazione artificiale, è invece acclarato come l’intelligenza sia tale nella misura in cui l’astrazione operata dalla mente sia correlata alla situazionalità dell’essere umano in quanto corpo ed in quanto in relazione con altri e con il mondo[32]; condizione che marca in maniera decisa la differenza con l’intelligenza artificiale.
Di contro ai rischi derivanti da un’accettazione tanto supina quanto automatica dell’accelerazione tecnologica, la Dottrina sociale della Chiesa oppone l’idea forte di una responsabilità condivisa, in forza della quale i processi vanno governati da istituzioni «capaci di regolare senza soffocare e di proteggere senza sostituirsi»[33].
Appare, allora, illuminante il discorso tenuto dal pontefice dal momento che costituisce l’occasione per rendere più umano lo sviluppo tecnologico: in quanto catalizzatore di progresso umano integrale, e non in quanto fattore di esclusione e di dominio[34], moderando in senso più umano l’attuale Digiticene[35].
Riguardo alla questione più propriamente educativa, da più parti si insiste, giustamente, sul fatto che oltre a regolare «è fondamentale educare alla conoscenza dei modelli, rendendone comprensibile il funzionamento, le potenzialità e i limiti intrinsechi, promuovendo un uso consapevole»[36]. Ma si educa soltanto con l’accompagnamento, con tempi lunghi, con una processualità non lineare e che segua l’incostanza di menti non ancora mature e in formazione.
In tal senso, in conclusione, è anche possibile recuperare un significato proprio dell’intelligenza artificiale oggi forse dimenticato, anche come effetto dell’attuale bolla tecnologica, e segnatamente che essa consiste nel «creare un comportamento intelligente in sistemi artificiali, ovvero è lo studio di come far fare ai computer attività che attualmente gli esseri umani fanno meglio»[37]. Ma ciò è possibile ad una sola condizione, e cioè che si deve avere la consapevolezza che l’esperienza digitale non è neutra. Infatti, ogni emozione, ogni gesto, ogni relazione porta tracce della infrastruttura imposta dall’ecosistema. Comprendere queste tracce è il primo passo per una filosofia che non si limiti a descrivere, ma sappia anche intervenire criticamente sul mondo che dimoriamo. Se l’ecosistema digitale modifica il modo in cui percepiamo, scegliamo, apprendiamo e ci relazioniamo, l’educazione non deve allora limitarsi a insegnare l’uso degli strumenti, ma deve insegnare a riconoscere come gli strumenti modificano il soggetto che li usa e ad agire di conseguenza in autotutela della persona.In tal senso, in conclusione, è anche possibile recuperare un significato proprio dell’intelligenza artificiale oggi forse dimenticato, anche come effetto dell’attuale bolla tecnologica, e segnatamente che essa consiste nel «creare un comportamento intelligente in sistemi artificiali, ovvero è lo studio di come far fare ai computer attività che attualmente gli esseri umani fanno meglio»[37]. Ma ciò è possibile ad una sola condizione, e cioè che si deve avere la consapevolezza che l’esperienza digitale non è neutra. Infatti, ogni emozione, ogni gesto, ogni relazione porta tracce della infrastruttura imposta dall’ecosistema. Comprendere queste tracce è il primo passo per una filosofia che non si limiti a descrivere, ma sappia anche intervenire criticamente sul mondo che dimoriamo. Se l’ecosistema digitale modifica il modo in cui percepiamo, scegliamo, apprendiamo e ci relazioniamo, l’educazione non deve allora limitarsi a insegnare l’uso degli strumenti, ma deve insegnare a riconoscere come gli strumenti modificano il soggetto che li usa e ad agire di conseguenza in autotutela della persona.
[1] L. Floridi, Il nodo etico. Informazione e valori nella società digitale, Raffaello Cortina, Milano, 2026, p. 15. L’autore sostiene come stia mutando la nostra metafisica di riferimento, passando da una prospettiva materialista, con oggetti fisici, ad una prospettiva informativa, caratterizzata da oggetti immateriali o digitali.
[2] L. Floridi, La differenza fondamentale. Artificial Agency: una nuova filosofia dell’intelligenza artificiale, Mondadori, Milano, 2025, p. 106 propone di sfrondare il lessico antropomorfico per mezzo del quale ci approssimiamo all’intelligenza artificiale, suggerendo di considerarla una forma di agency priva di intelligenza. E prima ancora della sua proposta di una filosofia dell’informazione, già durante i primi passi della cibernetica, G. Günther, La coscienza delle macchine. Una metafisica della cibernetica, Orthotes, Napoli, 2024, p. 45 si domandava quale trattamento metafisico disporre per la cibernetica stessa. In modo particolare, rilevava che a) la cibernetica evaporava l’isomorfismo occidentale di pensiero ed essere; e, b) le categorie metafisiche classiche non potevano essere adoperate perché la cibernetica aveva reciso il processo comunicativo dall’autocoscienza soggettiva. Il che è del tutto coerente con quel processo di trasformazione della teleologia classica che possiamo riscontrare all’interno dell’intero processo tecnologico della modernità, e in special modo a causa dello sviluppo della cibernetica stessa. Al riguardo, pare davvero impossibile non far riferimento al suo stesso pioniere quando sosteneva che N. Wiener, Introduzione alla cibernetica L’uso umano degli esseri umani, Bollati Boringhieri, Torino, 2012, p. 229 un ente calato all’interno della rete informativa, ne diventa una parte. Cfr. A. Pizzo, Gli algoritmi e la fine della storia, “Culture Digitali”, 16, 2025, url: https://www.diculther.it/rivista/gli-algoritmi-e-la-fine-della-storia/.
[3] P. Benanti, La nuova logica del dominio. Potere computazionale, democrazia umana, Laterza, Roma – Bari, 2026, p. 20 e sgg.
[4] F. B. Callejón, La costituzione dell’algoritmo, Le Monnier, Firenze, 2023, p. 54.
[5] Leone XIV, 2026, Magnifica humanitas. Lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2026, p. 113.
[6] Ibid., p. 115.
[7] Ibidem.
[8] P. Bellini, A. Piccioni, R. Marseglia, Power Seeking: un parallelo tra la ricerca di potere umana e dell’intelligenza artificiale, in P. Barrotta, A. Masala, Algoritmi della scelta. Etica, politica e identità nell’epoca dell’intelligenza artificiale, Pisa University Press, Pisa, 2025, p. 37. Non a caso, forse, P. Domingos, L’Algoritmo definitivo. La macchina che impara da sola e il futuro del nostro mondo, Bollati Boringhieri, Torino, 2020, p. 237 e sgg. metta in evidenza una delle potenzialità attivate dalla rivoluzione digitale in atto, e segnatamente l’estensione della soggettività distribuita all’interno dell’ecosistema digitale attuale. Cfr. P. Domingos, Artificial Intelligence Will Serve Humans, Not Enslave Them. AI will serve our species, not control it, “Scientific American”, 1, 2018, url: https://www.scientificamerican.com/article/artificial-intelligence-will-serve-humans-not-enslave-them/.
[9] P. Crescenzi – L. Pagli, Problemi, algoritmi e coding. Le magie dell’informatica, Zanichelli, Bologna, 2017, p. 149: «Turing ha un’intuizione geniale: ipotizza di programmarla [una macchina] per simulare un bambino appena nato. L’obiettivo è quello di replicare il processo attraverso cui un bambino diventa adulto, a partire da uno stato iniziale della mente che evolve attraverso l’educazione e altre esperienze affrontate».
[10] L’algoritmo è un costrutto razionale funzionale a modellizzare la realtà. La ragione profonda di questo processo risiede nella necessità di compiere M. Mavaldi – D. Leporini, Capra e calcoli. L’eterna lotta tra gli algoritmi e il caos, Laterza, Roma – Bari, 2016, p. 14: «scelte in base a considerazioni di probabilità». Un modello non è altro che una simulazione della realtà che tenta di ignorare tutte le informazioni che risultino ridondanti. In altri termini, viene individuato uno schema di correlazione tra grandezze caratteristiche di un sistema di interesse senza voler nel contempo cogliere tutte le leggi che ne regolano il comportamento generale. Trattandosi di scelte da compiere, un problema deve essere computabile, cioè calcolabile numericamente. Per far ciò è necessario modellizzarlo in modo numerico, e segnatamente decidere quali dati adoperare per estrarre una risposta numerica. Il punto è, come ha lucidamente messo in rilievo Luciano Floridi, che quanto avviene online ha effetti reali. Il modello, cioè, ha assunto una dimensione più che reale rispetto agli oggetti stessi della realtà. E di questo dobbiamo essere consapevoli.
[11] Storicamente questa tendenza è perfettamente riconosciuta dal momento che gli algoritmi nascono proprio in simbiosi con le esigenze della vita quotidiana. Cfr. G. Ausiello, Algoritmi, monaci e mercanti. Il calcolo nella vita quotidiana del Medioevo, Codice Edizioni, Torino, 2022, p. 8. Curiosamente, il loro successo attuale deriva proprio dal fatto che servono ad ottimizzare l’esperienza umana.
[12] Leone XIV, Magnifica humanitas. cit., p. 117.
[13] Ibid., p. 118.
[14] Per un’introduzione generale al tema, cfr. A. Pizzo, Superando la condizione umana: transumanesimo, intelligenza artificiale ed immortalità in “L’ultima domanda” di Isaac Asimov, “Filosofia e Nuovi Sentieri”, 8 Giugno 2025, url: https://filosofiaenuovisentieri.com/2025/06/08/superando-la-condizione-umana-transumanesimo-intelligenza-artificiale-ed-immortalita-in-lultima-domanda-di-isaac-asimov/.
[15] Leone XIV, Magnifica humanitas. cit., p. 121.
[16] Ibid., p. 131.
[17] S. Dadà, Cosa resta della verità. Una proposta oltre l’(ir)razionale, in P. Barrotta, A. Masala, Algoritmi della scelta. Etica, politica e identità nell’epoca dell’intelligenza artificiale, Pisa University Press, Pisa, 2025, p. 111 e sgg. In analogia con quanto asserito da B.-C. Han, Psicopolitica. Il neoliberalismo e le nuove tecniche del potere, Nottetempo, Milano, 2024, C. Penco, Algoritmi. Infowar e troll, Erga edizioni, Genova, 2026, p. 81 scrive che gli «algoritmi aiutano i troll. Senza algoritmi, i troll sarebbero meno efficaci, ma con gli algoritmi che suggeriscono quali persone sono più propense a cedere alla propaganda ben piazzata, sono diventati sempre più efficaci».
[18] Leone XIV, Magnifica humanitas. cit., p. 134.
[19] Ibidem.
[20] Ibid., p. 138. La questione è nota: il progresso tecnologico tende a confondere mezzi e messaggio. Al riguardo, L. Di Gregorio, Intelligenza artificiale e comunicazione politica. La mente umana come campo di battaglia, in P. Barrotta, A. Masala, Algoritmi della scelta. Etica, politica e identità nell’epoca dell’intelligenza artificiale, Pisa University Press, Pisa, 2025, p. 42 ci avverte sull’importanza di prestare particolare attenzione a come le tecnologie cambino il nostro modo di percepire e di concepire il mondo e di come organizziamo le nostre comunità.
[21] B.- C. Han, Nello sciame. Visioni del digitale, Nottetempo, Milano, 2015, p. 23.
[22] R. Finelli, Filosofia e tecnologia. Una via di uscita dalla mente digitale, Rosenberg & Sellier, Torino, 2022, p. 32.
[23] Per un approfondimento della natura mediatrice operata dagli algoritmi all’interno dell’attuale ecosistema digitale nel quale siamo tutti immersi, cfr. A. Pizzo, Il design della riflessione: come l’ecosistema digitale ridisegna l’umano, “Gazzetta Filosofica”, 7 Luglio 2026, url: https://www.gazzettafilosofica.net/2026-nuovo-inizio/giugno-2026/il-design-della-riflessione/.
[24] Leone XIV, Magnifica humanitas. cit., p. 141.
[25] Ibid., p. 142.
[26] Ibid., p. 144.
[27] Ibid., p. 145.
[28] Ibid., p. 146.
[29] Ibidem.
[30] Ibid., p. 147.
[31] A. Palmeri, Non è colpa dell’algoritmo! Idee per usare bene la nostra libertà nell’era digitale, Egea, Milano, 2026, p. 21 osserva come sia mandata ad effetto una narrazione secondo cui i singoli non possono nulla essendo nelle mani di potenti trame algoritmiche di disinformazione e manipolazione. A detta dell’autore, proprio questa narrazione, pur nelle sue differenti versioni, ha come suo obiettivo la conferma dello status quo, lo stesso che contesta come negativo ed oppressivo. Così, pensiamo di non avere più scelta proprio quando «smettiamo di esercitare la nostra libertà».
[32] AA. VV., Oltre l’algoritmo. Conoscere l’IA per non farsi travolgere, ITL, Milano, 2026, p. 27.
[33] Leone XIV, Magnifica humanitas. cit., p. 176.
[34] Ibid., p. 177. Sulla stessa lunghezza d’onda A. Masala, Intelligenza artificiale e nuovi razionalismi. Per una critica della pianificazione algoritmica, in P. Barrotta, A. Masala, Algoritmi della scelta. Etica, politica e identità nell’epoca dell’intelligenza artificiale, Pisa University Press, Pisa, 2025, p. 62 che fa riferimento al desiderio di una governance capace di orientare il progresso tecnologico in direzione dell’umano e del bene comune.
[35] G. Giannini, La macchina mutevole e l’uomo. A margine dell’Enciclica Magnifica Humanitas, “Scienza&Filosofia”, 35, 2026, p. 359.
[36] N. Ajroldi, Un inquadramento generale, in AA. VV., Oltre l’algoritmo. Conoscere l’IA per non farsi travolgere, ITL, Milano, 2026, p. 21.
[37] R. Marmo, Algoritmi per l’intelligenza artificiale, Hoepli, Milano, 2024, p. 6.
Note biografiche

Alessandro Pizzo, diplomato in Maturità Classica presso il Liceo Classico Statale “Giovanni XXIII”, si è laureato nel 2002 in Filosofia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Palermo. In seguito, ha conseguito il Diploma biennale di Specializzazione per l’abilitazione all’insegnamento nella Scuola Secondaria di Secondo Grado presso la SISS di Palermo ed anche il Diploma di Specializzazione per le attività di Sostegno (SISS 400 ore). Nel 2008 ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Filosofia (XIX Ciclo) presso l’ateneo palermitano. È autore dei seguenti volumi: Argomento ontologico. Una storia convergente per una lettura divergente (pp. 1-104, ISBN: 978-88-548-2856-8); Viaggio al centro della logica (pp. 1-64, ISBN: 978-88-548-3031-8) e Logica del linguaggio normativo. Saggi su logica deontica ed informatica giuridica (pp. 1-200, ISBN: 978-88-548-3638-9). A partire dal 2015 è stato co – curatore dei volumi collettanei Filosofi e modernità. Antichi e nuovi sentieri (ISBN: 9788898496730) e Filosofi e modernità II. Antichi e nuovi sentieri (ISBN: 9788899433123). Autore di diverse pubblicazioni presso riviste specializzate (Dialegesthai; Rivista Internazionale di Filosofia e Psicologia; BRICKS; Culture Digitali; Intersezioni. Rivista di storia delle idee; Filosofia, SYZETESIS, Umanesimo Tecnologico), è professionalmente occupato nel mondo della scuola. Il suo ORCID è https://orcid.org/0009-0002-3866-979X.
