Di Sauro Tronconi (*)
Introduzione editoriale
Quasi tutti i contributi di questo numero 18 di Culture Digitali guardano al sistema che risponde. Questo guarda all’ambiente che precede la domanda.
È uno spostamento che vale la pena seguire, perché conduce a una tesi controintuitiva: il problema non nasce con l’intelligenza artificiale. L’architettura che governa la nostra attenzione — sistemi di raccomandazione, metriche di coinvolgimento, personalizzazione, design persuasivo — esisteva già. L’intelligenza artificiale non la crea: la rende più rapida, più fine, più capace di adattarsi mentre osserva.
Sauro Tronconi parte da una constatazione che riguarda la democrazia prima che la tecnologia. Una democrazia può garantire formalmente il diritto di parola e produrre insieme un ambiente in cui quasi nessuno riesce ad ascoltare fino in fondo. Può rendere accessibili quantità immense di informazioni e lasciare i cittadini senza il tempo mentale per ordinarle. Può moltiplicare le occasioni di partecipazione e trasformare la partecipazione in una successione di reazioni scollegate dalla memoria delle decisioni precedenti.
L’attenzione, in questa prospettiva, non è il primo gradino della cognizione: è una condizione pratica della responsabilità. Senza una durata minima, un’informazione provoca una risposta senza diventare conoscenza. Senza memoria, una promessa politica non può essere confrontata con i suoi effetti. Senza la capacità di sospendere la reazione, il dissenso si riduce a ostilità.
Da qui la parola che dà il titolo al saggio. Parlare di infrastruttura significa compiere uno spostamento preciso: una strada non determina la destinazione, ma rende alcuni percorsi facili e altri difficili. L’architettura digitale non annulla la volontà — modifica il costo delle azioni: fermarsi, approfondire, cambiare idea, uscire da un flusso, ritrovare una fonte. La libertà resta formale; il suo prezzo attentivo può aumentare fino a renderla episodica.
L’analisi più tagliente riguarda però la distinzione fra preferenza e comportamento. Un clic può esprimere interesse, curiosità, indignazione, paura, o semplice difficoltà a interrompere. Se tutti questi gesti vengono ridotti alla stessa metrica di coinvolgimento, il sistema impara ciò che trattiene, non ciò che la persona approva dopo aver riflettuto. La visibilità diventa allora un segnale ambiguo: ciò che appare molto sembra importante perché è apparso molto.
Va detto con chiarezza, perché è la qualità principale di questo contributo: l’autore porta le prove contro sé stesso. Su una meta-analisi che sintetizza cinquantasei effetti e settemila partecipanti conclude che «il telefono sul tavolo non è una maledizione uniforme». Riporta gli esperimenti condotti durante le elezioni statunitensi del 2020, nei quali il passaggio da feed algoritmico a cronologico ha cambiato sensibilmente ciò che gli utenti vedevano senza produrre variazioni significative nella polarizzazione. E su un trial sul blocco di internet dallo smartphone precisa che solo centodiciannove partecipanti su quattrocentosessantasette hanno rispettato la soglia di conformità prevista.
Il paragrafo dedicato alla differenza fra correlazione e causalità meriterebbe di circolare per conto proprio. La responsabilità pubblica, vi si legge, non richiede certezza assoluta: richiede proporzione fra evidenza e intervento. E quando il rischio è plausibile ma l’effetto individuale eterogeneo, sono preferibili misure reversibili, trasparenti e verificabili.
C’è infine un risultato sperimentale che, in questo numero, vale come tassello di un discorso più ampio. Trecentonovantatré partecipanti impegnati in una decisione civica basata su documenti discordanti. Con soli dieci minuti a disposizione, l’accesso a un modello linguistico migliorava la qualità dell’argomentazione. Con trenta minuti, otteneva risultati migliori chi cominciava senza assistenza e accedeva al modello soltanto più tardi. E nella condizione con più tempo, l’accesso fin dall’inizio riduceva anche il ricordo dei documenti.
Non conta soltanto che cosa uno strumento sappia fare: conta il momento in cui entra nel processo, e quanto tempo resta alla costruzione autonoma del problema. Altri contributi di questo fascicolo — sul lavoro di ricerca, sull’aula, sulla fisiologia dell’apprendimento — arrivano alla stessa conclusione per vie diverse.
Il saggio si chiude con un criterio che ci pare il modo migliore per uscire dalla domanda sterile se la tecnologia sia buona o cattiva. La domanda utile è un’altra: quale immagine del cittadino è incorporata negli obiettivi di uno strumento? Un cittadino da trattenere, classificare e convertire in una sequenza di segnali — oppure una persona da rendere più capace di comprendere, decidere e interrompere.
E l’osservazione con cui si conclude, che riguarda anche noi: l’assenza totale di attrito è conveniente per il flusso, non sempre per la libertà. Una tecnologia amica della cittadinanza non elimina l’attrito in modo indiscriminato — riduce quello burocratico e conserva quello riflessivo, la pausa nella quale una persona può accorgersi che sta per condividere, aderire o delegare una decisione.
Carmine Marinucci
Abstract
La cittadinanza digitale viene descritta di solito attraverso accesso, competenze, diritti e sicurezza. Queste dimensioni sono indispensabili, ma presuppongono una condizione più elementare: la capacità di mantenere attenzione abbastanza a lungo da comprendere un argomento, ricordarne i passaggi, confrontare fonti e rispondere delle proprie scelte. In un ambiente governato da notifiche, flussi personalizzati e metriche di coinvolgimento, l’attenzione non è soltanto una facoltà individuale. Diventa una risorsa civica modellata da infrastrutture tecniche ed economiche. L’intelligenza artificiale non inaugura questa architettura, ma può renderne più rapida e adattiva la capacità di selezione. Il saggio distingue gli effetti documentati dalle semplificazioni causali, collega la frammentazione del tempo alla qualità della sfera pubblica e propone una politica dell’attenzione su quattro livelli: competenze personali, educazione, progettazione delle piattaforme e istituzioni deliberative. L’obiettivo non è ridurre la tecnologia, ma valutarla in base alla sua capacità di sostenere autonomia, memoria, pluralismo e decisione informata.
Parole chiave / Keywords: attenzione / attention; cittadinanza digitale / digital citizenship; democrazia / democracy; piattaforme / platforms; autonomia / autonomy
Abstract in English
Digital citizenship is usually framed in terms of access, skills, rights and safety. These dimensions are essential, yet they rely on a more basic condition: the ability to sustain attention long enough to understand an argument, remember its steps, compare sources and take responsibility for one’s choices. In an environment shaped by notifications, personalized feeds and engagement metrics, attention is not merely an individual faculty. It becomes a civic resource structured by technical and economic infrastructures. Artificial intelligence did not create this architecture, but it can make its selection faster and more adaptive. This essay separates documented effects from causal simplifications, connects temporal fragmentation with the quality of the public sphere, and outlines a politics of attention across four levels: personal competencies, education, platform design and deliberative institutions. The aim is not to reduce technology, but to evaluate it according to its capacity to support autonomy, memory, pluralism and informed decision-making.
1. Una condizione invisibile della cittadinanza
Una democrazia può garantire formalmente il diritto di parola e, nello stesso tempo, produrre un ambiente nel quale quasi nessuno riesce ad ascoltare fino in fondo. Può rendere accessibili quantità immense di informazioni e lasciare i cittadini senza il tempo mentale necessario per ordinarle. Può moltiplicare le possibilità di partecipazione e trasformare la partecipazione in una successione di reazioni rapide, scollegate dalla memoria delle decisioni precedenti. La contraddizione nasce perché il dibattito sulla cittadinanza digitale si concentra soprattutto su ciò che il cittadino può fare: accedere, pubblicare, commentare, verificare, proteggere i dati. Più raramente si domanda in quali condizioni temporali e cognitive quelle azioni possano diventare davvero libere e responsabili.
L’attenzione è una di queste condizioni. Non è una lampada che illumina passivamente un oggetto già dato. Seleziona ciò che entrerà nel campo della coscienza, stabilisce per quanto tempo vi resterà e permette di collegarlo a ciò che sappiamo. Senza una durata minima, un’informazione può provocare una risposta senza diventare conoscenza. Senza memoria, una promessa politica non può essere confrontata con i suoi effetti. Senza la capacità di sospendere la reazione, il dissenso si riduce facilmente a ostilità. In questo senso l’attenzione non è soltanto il primo gradino della cognizione. È una condizione pratica della responsabilità.
La continuità fragile che qui interessa è stata descritta anche come rischio di una coscienza intermittente. La formula non indica una diagnosi clinica e non autorizza a dividere la società fra persone sveglie e persone incapaci. Serve a nominare un processo ordinario: intelligenza e libertà restano disponibili, ma devono ricominciare continuamente da capo perché lo stimolo successivo interrompe l’integrazione del precedente. Il punto politico non è colpevolizzare chi si distrae. È comprendere chi progetta l’ambiente, quali metriche ne guidano l’evoluzione e come vengono distribuiti i costi della frammentazione. [1]
Parlare di infrastruttura significa compiere questo spostamento. Una strada non determina la destinazione, ma rende alcuni percorsi facili e altri difficili. Una rete elettrica non decide che cosa faremo della luce, ma stabilisce dove e con quale continuità l’energia sarà disponibile. Allo stesso modo, l’architettura digitale non annulla la volontà, ma modifica il costo delle azioni: fermarsi, approfondire, cambiare idea, uscire da un flusso, ritrovare una fonte. La libertà resta formale; il suo prezzo attentivo può però aumentare fino a renderla episodica.
2. L’attenzione non è un serbatoio privato
Il linguaggio corrente rappresenta l’attenzione come una quantità individuale: ciascuno ne avrebbe una scorta e dovrebbe amministrarla meglio. L’immagine coglie la limitatezza della risorsa, ma nasconde la relazione fra mente e ambiente. L’attenzione è anche orientamento, selezione e controllo. Una parte segue gli obiettivi che abbiamo scelto; un’altra risponde a ciò che appare improvviso, saliente o socialmente urgente. Entrambe sono necessarie. Senza orientamento agli stimoli non vedremmo un pericolo; senza direzione interna non completeremmo un ragionamento. Il problema emerge quando una delle due modalità incontra un sistema industriale capace di produrre, testare e personalizzare richiami senza un punto naturale di arresto.
Gli esperimenti sul cambio di compito mostrano da tempo che passare da una regola all’altra non è gratuito. In quattro esperimenti, l’alternanza fra compiti ha prodotto costi nei tempi di risposta, maggiori quando le regole erano più complesse (Rubinstein, Meyer & Evans, 2001). Il risultato non permette di assegnare a ogni notifica una tassa temporale universale. Mostra un principio più sobrio: sospendere un obiettivo, attivarne un altro e poi ricostruire il primo richiede operazioni reali. Nel lavoro quotidiano questo costo si nasconde perché un’interruzione apre spesso una catena di microattività e il ritorno avviene senza che la persona registri quanto contesto ha dovuto ricostruire.
In uno studio sperimentale, i partecipanti interrotti potevano compensare lavorando più velocemente, senza un calo misurabile della qualità nel compito, ma riportavano più stress, frustrazione, pressione temporale e sforzo (Mark, Gudith & Klocke, 2008). È un dato importante perché impedisce di identificare la rapidità con l’efficienza umana. Un sistema può conservare l’output e spostare il costo sullo stato interno della persona. Quando la stessa logica entra nella scuola, nel lavoro pubblico o nella consultazione di notizie, il cittadino può apparire attivo mentre perde la continuità necessaria a valutare ciò che sta facendo.
Anche il segnale non seguito da un’azione può avere effetti. In un esperimento, ricevere notifiche di chiamate o messaggi ha interferito con una prestazione attentiva anche quando il telefono non veniva controllato (Stothart, Mitchum & Yehnert, 2015). Non è la prova che ogni vibrazione danneggi la mente. Indica che un richiamo irrisolto può aprire una domanda e occupare risorse. La persona paga non soltanto quando cede, ma anche quando deve inibire molte volte la risposta.
La prudenza è altrettanto necessaria davanti alle affermazioni più spettacolari. Una meta-analisi preregistrata ha sintetizzato 56 effetti e 7.093 partecipanti sulla semplice presenza dello smartphone. Ha trovato un piccolo effetto negativo aggregato sulla memoria di lavoro, ma risultati nulli per le altre funzioni considerate, insieme a forte eterogeneità metodologica e bassa potenza statistica in molti studi (Parry, 2024). Il telefono sul tavolo non è dunque una maledizione uniforme. Conta il compito, conta il rapporto con il dispositivo, conta l’attesa di un segnale. La politica dell’attenzione deve partire da questa complessità, non da un allarme semplificato.
3. Non lo schermo, ma la forma del tempo
Il concetto di tempo di schermo unifica attività che hanno strutture molto diverse. Leggere un saggio, consultare una mappa, conversare con una persona lontana e scorrere un flusso infinito possono avvenire sullo stesso dispositivo. La superficie è identica, la forma del tempo no. Alcuni strumenti hanno un compito definito e un punto di conclusione. Altri dipendono economicamente dalla permanenza, dal ritorno e dalla quantità di reazioni registrabili. La differenza decisiva non è tra digitale e non digitale. È tra un ambiente che serve un’intenzione e un ambiente che deve continuamente generarne una nuova.
Il feed personalizzato è una macchina di selezione temporale. Non mostra soltanto che cosa è disponibile, decide l’ordine in cui il mondo chiederà risposta. Combina segnali di novità, conferma sociale, allarme e sorpresa; registra quali configurazioni trattengono; aggiorna la sequenza. Questo processo non richiede che la piattaforma conosca il significato biografico di ogni contenuto. È sufficiente che apprenda la probabilità di una reazione. Il cittadino e il sistema si adattano reciprocamente, ma non in condizioni simmetriche: una parte dispone di una giornata finita, l’altra di dati aggregati, test continui e capacità di modificare l’ambiente in tempo reale.
Da qui deriva una distinzione essenziale fra preferenza e comportamento. Un clic può esprimere interesse, curiosità, indignazione, paura o semplice difficoltà a interrompere. Se tutti questi gesti vengono ridotti alla stessa metrica di coinvolgimento, il sistema impara ciò che trattiene, non necessariamente ciò che la persona approva dopo aver riflettuto. La visibilità diventa allora un segnale ambiguo: ciò che appare molto sembra importante perché è apparso molto. Il circuito trasforma la reazione in prova di rilevanza e la rilevanza in nuova esposizione.
È qui che l’intelligenza artificiale entra davvero in scena. Non inaugura l’economia dell’attenzione: sistemi di raccomandazione, profilazione, test continui e metriche di coinvolgimento organizzavano già da anni la visibilità. L’integrazione fra tecniche predittive e generative può però accelerare tre passaggi: stimare più finemente quali segnali trattengono persone diverse, produrre grandi quantità di varianti e adattare forma, tono e sequenza con maggiore rapidità. Ciò che prima era selezione automatizzata diventa un ambiente più capace di rispondere al comportamento mentre lo osserva.
Questa è un’interpretazione di sistema, non la prova che l’IA determini meccanicamente opinioni o condotte. La ricerca sui feed invita alla cautela: cambiare l’ordine dell’esposizione modifica in modo netto ciò che viene visto e ciò che riceve interazione, mentre gli effetti sulle convinzioni politiche possono essere piccoli o nulli nel periodo osservato (Guess et al., 2023; Nyhan et al., 2023). L’IA rende quindi più precisa un’architettura preesistente, ma tra esposizione e giudizio restano storia personale, identità, relazioni e istituzioni.
La ricerca sull’attenzione collettiva rende visibile il livello sistemico. Un’analisi di serie temporali provenienti da Twitter, Google Trends, Reddit, libri, cinema, citazioni scientifiche e Wikipedia ha osservato in diversi domini picchi di popolarità più rapidi e intervalli di attenzione più brevi, associati alla crescita della produzione e del consumo di contenuti (Lorenz-Spreen, Mønsted, Hövel & Lehmann, 2019). Gli autori distinguono esplicitamente questa dinamica collettiva dalla durata cognitiva del singolo individuo. Non dimostrano che ogni cittadino possieda una soglia attentiva sempre più corta. Mostrano che gli argomenti competono in un ecosistema che li sostituisce a velocità crescente.
La conseguenza civica riguarda la possibilità di sedimentazione. Una questione pubblica richiede tempo per emergere, essere documentata, ricevere obiezioni, produrre una decisione e infine essere verificata. Se l’attenzione collettiva passa a un nuovo oggetto prima che questo ciclo si chiuda, la società accumula scandali ma non apprendimento. Non manca l’informazione. Manca il collegamento fra evento, responsabilità ed effetto. L’accelerazione non elimina la memoria, la rende politicamente più costosa.
4. Dalla frammentazione alla sfera pubblica
L’attenzione diventa politica quando determina quali problemi riescono a restare visibili abbastanza a lungo da diventare oggetto di decisione. Una sfera pubblica non è soltanto un luogo nel quale molte persone parlano. È un insieme di procedure che rendono confrontabili affermazioni, fonti, interessi e conseguenze. Per funzionare deve tollerare una certa lentezza: il tempo di leggere una prova, distinguere un fatto da un’interpretazione, ascoltare una posizione avversa senza ridurla subito a identità.
Le piattaforme hanno ampliato l’accesso alla parola pubblica, permesso a gruppi marginalizzati di coordinarsi e reso disponibili fonti che in passato dipendevano da pochi intermediari. Questi effetti emancipativi non sono un dettaglio. Una revisione sistematica di 496 articoli ha rilevato associazioni favorevoli, come maggiore partecipazione politica e consumo di informazione, insieme ad associazioni problematiche con sfiducia, populismo e polarizzazione. Le direzioni variavano secondo le variabili e i sistemi politici (Lorenz-Spreen, Oswald, Lewandowsky & Hertwig, 2023). Gli autori separano studi correlazionali e tentativi di inferenza causale: il quadro non autorizza una sentenza unica secondo cui i media digitali renderebbero inevitabilmente più o meno democratica una società.
Questa cautela diventa concreta negli esperimenti sui feed. Durante le elezioni statunitensi del 2020, utenti consenzienti sono stati assegnati per tre mesi a flussi cronologici invece che algoritmici. Il cambiamento ha modificato sensibilmente tempo trascorso, attività ed esposizione a diversi tipi di contenuto, ma non ha prodotto variazioni statisticamente significative nelle principali misure di polarizzazione, conoscenza politica e atteggiamento considerate (Guess et al., 2023). Un lavoro parallelo ha mostrato che ridurre di circa un terzo l’esposizione a fonti affini non ha ridotto la polarizzazione nel periodo osservato (Nyhan et al., 2023). Non segue che gli algoritmi siano irrilevanti. Segue che un atteggiamento politico è il risultato di storia, identità, reti sociali e istituzioni, e può non cambiare dopo una sola modifica di breve durata.
È più preciso dire che l’architettura del feed modifica l’esperienza informativa e le opportunità di incontro, mentre il passaggio da esposizione a convinzione dipende da molti mediatori. Questa distinzione protegge sia dalla retorica assolutoria sia da quella catastrofica. Le piattaforme non fabbricano meccanicamente ogni opinione, ma stabiliscono quali segnali arrivano per primi, quante volte vengono ripetuti, quali reazioni ricevono visibilità e quanto facilmente un cittadino incontra il contesto necessario a interpretarli. È già una forma di potere pubblico, anche quando l’esito su una singola opinione non è prevedibile.
La disinformazione mostra bene il ruolo dell’attenzione. Quattro esperimenti di sondaggio e un esperimento sul campo hanno osservato che un richiamo leggero al criterio di accuratezza migliorava la qualità delle notizie successivamente condivise (Pennycook et al., 2021). Il risultato non implica che una breve domanda risolva il problema, né che tutte le condivisioni false derivino da distrazione. Indica che la persona può possedere una preferenza per l’accuratezza e non applicarla quando l’ambiente orienta l’attenzione verso identità, sorpresa o approvazione. La progettazione non cambia soltanto le informazioni disponibili, cambia quale criterio viene reso psicologicamente presente nel momento della scelta.
5. Correlazione, causalità e responsabilità
Un discorso pubblico affidabile deve resistere alla tentazione di trasformare ogni associazione in una causa. Chi usa molto i social può mostrare maggiore ansia o minore benessere; da questo dato, da solo, non sappiamo se l’uso abbia prodotto il disagio, se il disagio abbia favorito un uso più intenso o se entrambe le variabili dipendano da condizioni comuni. Gli studi osservazionali sono preziosi per descrivere pattern reali e formulare ipotesi, ma la direzione causale richiede disegni diversi, esperimenti, dati longitudinali o strategie di identificazione esplicite.
Gli esperimenti, a loro volta, acquistano controllo restringendo il contesto. Un laboratorio misura bene un meccanismo ma non replica interamente una giornata. Un intervento di settimane può mostrare un effetto causale nel campione studiato senza provare che lo stesso effetto duri anni o valga per popolazioni diverse. In un trial randomizzato, 467 adulti hanno accettato di installare un’app che bloccava per due settimane l’accesso a Internet dallo smartphone, lasciando disponibili chiamate e messaggi. L’intervento ha migliorato in media il benessere riferito, la salute mentale e una misura oggettiva di attenzione sostenuta (Castelo et al., 2025). Solo 119 partecipanti hanno rispettato la soglia preregistrata di conformità, il campione era in gran parte motivato a ridurre l’uso e gli autori segnalano limiti di generalizzabilità. È un’evidenza causale importante entro i suoi confini, non una prescrizione universale di disconnessione.
La responsabilità pubblica non richiede certezza assoluta. Richiede proporzione tra evidenza e intervento. Quando il rischio è plausibile ma l’effetto individuale eterogeneo, sono preferibili misure reversibili, trasparenti e verificabili: disattivare impostazioni invasive per difetto, offrire un feed non profilato, permettere pause reali, misurare gli esiti e correggere. La prudenza scientifica non è immobilità. È l’opposto della politica guidata da slogan: rende visibili i limiti e costruisce meccanismi di revisione.
6. Quattro funzioni civiche dell’attenzione
6.1 Comprendere
Comprendere significa mantenere insieme più elementi di quanti ne contenga uno slogan. Una decisione fiscale, sanitaria o ambientale include dati, valori, distribuzione dei costi e incertezza. Se l’ambiente premia soltanto la frase che suscita una reazione immediata, la complessità appare come evasione e la spiegazione come debolezza. Proteggere l’attenzione civica significa rendere leggibili i passaggi: quale problema viene definito, quali prove lo sostengono, quali alternative esistono, chi sopporta i costi e quando saranno valutati gli effetti.
6.2 Ricordare
La memoria pubblica non è un archivio automatico. Dipende da istituzioni, giornalismo, scuola e pratiche che collegano il presente al passato. Un flusso può conservare ogni post e, nello stesso tempo, rendere difficile la ricostruzione di una sequenza. L’abbondanza di tracce non garantisce memoria se non esistono criteri per selezionarle, contestualizzarle e richiamarle nel momento della decisione. Un cittadino capace di ricordare può confrontare promesse e risultati; una istituzione capace di ricordare può correggere un errore invece di ripeterlo sotto un nome nuovo.
6.3 Confrontare
Il confronto richiede esposizione alla differenza, ma non una differenza lanciata come provocazione. Mostrare a una persona la posizione opposta senza contesto può irrigidire l’identità invece di aprire il ragionamento. Gli studi sui feed del 2023 ricordano che aumentare o ridurre una singola categoria di contenuto non produce automaticamente depolarizzazione. Per confrontare servono fonti riconoscibili, tempo per esaminare argomenti, possibilità di porre domande e norme di reciprocità. Il pluralismo non è una somma di urti, è una architettura dell’incontro.
6.4 Deliberare
Deliberare non significa rinunciare al conflitto. Significa trasformare il conflitto in un processo nel quale le ragioni possono modificare le posizioni e le conseguenze vengono assunte. Un rapporto basato su 289 casi insiste su informazione accessibile, pluralità di competenze, facilitazione e tempo adeguato (OECD, 2020). Nei principi di buona pratica, i processi complessi richiedono diversi giorni di apprendimento e confronto. La durata non è un lusso procedurale. È parte della qualità epistemica della decisione. Una cittadinanza digitale matura deve quindi produrre spazi ad alta accessibilità e, insieme, zone di deliberazione protette dalla velocità del flusso.
7. Una politica dell’attenzione su quattro livelli
7.1 Competenze personali senza colpevolizzazione
La prima linea di intervento riguarda le abitudini, ma deve evitare la retorica della volontà eroica. Disattivare notifiche non necessarie, separare i tempi di consultazione, entrare in una piattaforma con una domanda e verificare alla fine che cosa si è trovato sono pratiche semplici. Funzionano meglio quando cambiano l’ambiente, non quando chiedono di resistere senza fine. La letteratura distingue i boosts, che accrescono competenze e capacità di controllo, dai nudges, che orientano una scelta contingente (Kozyreva, Lewandowsky & Hertwig, 2020). La distinzione è utile: il cittadino deve essere aiutato sia a configurare il proprio ambiente sia a riconoscere le tecniche che cercano di configurarlo al suo posto.
Una pratica personale diventa civica quando modifica la qualità della relazione con gli altri. Attendere prima di condividere, leggere la fonte prima del commento, distinguere una informazione da una interpretazione e correggere pubblicamente un errore non sono semplici gesti di igiene mediatica. Costruiscono norme. Il richiamo all’accuratezza studiato da Pennycook e colleghi mostra che rendere presente un criterio può cambiare la decisione. Il passo successivo è trasformare quel criterio in una abitudine condivisa e visibile.
7.2 Educazione come laboratorio di continuità
L’educazione digitale non può limitarsi a spiegare come usare un dispositivo o riconoscere una notizia falsa. Deve allenare la continuità: seguire un argomento, prendere note, riformulare una tesi avversa, cercare lateralmente la fonte, distinguere ciò che si sa da ciò che si inferisce. Queste competenze non sono nostalgiche. Sono più necessarie proprio quando l’intelligenza artificiale può produrre rapidamente testi plausibili e quando la quantità di contenuto rende impossibile valutare tutto in modo lineare.
La scuola dovrebbe trattare l’attenzione come una capacità situata. In alcuni momenti serve proteggere una sequenza lunga; in altri occorre coordinare fonti, strumenti e collaborazione. Un divieto totale può essere appropriato in un contesto e inefficace in un altro. Il criterio non è la presenza astratta della tecnologia, ma il compito: lo strumento aumenta comprensione e autonomia oppure introduce richiami estranei all’obiettivo? Rendere esplicita questa domanda forma cittadini capaci di trasferire il criterio fuori dall’aula.
7.3 Progettazione e responsabilità delle piattaforme
La seconda asimmetria da correggere è progettuale. Non è ragionevole chiedere al singolo di esercitare autocontrollo illimitato contro sistemi che ottimizzano costantemente il richiamo. Una piattaforma compatibile con la cittadinanza dovrebbe rendere facile vedere perché un contenuto appare, scegliere un ordinamento non profilato, fermare la riproduzione automatica, raggruppare le notifiche, impostare punti di uscita e recuperare il contesto di una informazione. Dovrebbe inoltre distinguere le metriche di qualità da quelle di permanenza, perché ciò che trattiene non coincide necessariamente con ciò che informa.
Il Regolamento europeo sui servizi digitali ha già spostato il perimetro oltre la sola rimozione di contenuti illegali. Prevede trasparenza sui sistemi di raccomandazione e, per le piattaforme molto grandi, almeno un’opzione non basata sulla profilazione, insieme alla valutazione e mitigazione di rischi sistemici che includono processi elettorali, pluralismo dei media, minori e benessere. Le linee guida della Commissione europea per la protezione dei minori affrontano anche design potenzialmente compulsivi e controllo delle raccomandazioni (Parlamento europeo & Consiglio dell’Unione europea, 2022; Commissione europea, 2025). Sono strumenti normativi e tecnici, non prove psicologiche; mostrano però che l’ordinamento non considera neutrali ranking, impostazioni predefinite e interfacce. Non basta enunciare questi diritti: occorrono audit indipendenti, accesso dei ricercatori ai dati e indicatori capaci di misurare se le scelte offerte sono realmente usabili.
L’audit attentivo non dovrebbe chiedere se una interfaccia sia genericamente piacevole. Dovrebbe misurare quante interruzioni genera, quanto è visibile l’uscita, se l’utente può ricostruire la ragione di una raccomandazione, se il sistema distingue i minori e se i cambiamenti riducono rischi senza comprimere il pluralismo. Anche qui è essenziale separare esposizione ed effetto: una modifica del design può cambiare rapidamente il comportamento sulla piattaforma e non modificare subito un atteggiamento politico. Entrambi gli esiti sono informativi e richiedono tempi di valutazione differenti.
7.4 Istituzioni che restituiscono tempo
L’ultimo livello riguarda le istituzioni. Se una amministrazione pubblica comunica soltanto attraverso frammenti e risponde al ritmo della polemica, adotta la stessa temporalità che dovrebbe compensare. Restituire tempo significa pubblicare documenti leggibili, distinguere decisione e consultazione, rendere visibile la catena delle revisioni, rispondere alle raccomandazioni e mantenere aperta una memoria verificabile. Significa anche riconoscere che la partecipazione richiede risorse: tempo libero, accessibilità linguistica, supporto per chi ha responsabilità di cura.
I processi deliberativi rappresentativi studiati dall’OECD mostrano una possibile complementarità fra digitale e presenza. Gli strumenti online possono allargare l’accesso ai materiali, raccogliere domande e documentare il percorso. Il confronto sincrono, facilitato e limitato nel numero dei partecipanti può offrire il tempo necessario per pesare prove e compromessi. Non si tratta di sostituire le elezioni o la discussione aperta, ma di introdurre camere di decompressione nelle quali un problema complesso non venga giudicato soltanto dalla velocità con cui produce reazioni.
8. Un criterio democratico per la tecnologia
La domanda più utile non è se la tecnologia sia buona o cattiva. È quale immagine del cittadino sia incorporata nei suoi obiettivi. Un cittadino da trattenere, classificare e convertire in una sequenza di segnali, oppure una persona da rendere più capace di comprendere, decidere e interrompere? La differenza non dipende da una proprietà misteriosa dell’algoritmo. Dipende dalle metriche, dalle opzioni offerte, dai diritti di contestazione e dalla possibilità di verificare gli effetti.
Questo criterio vale anche per l’intelligenza artificiale generativa. Un assistente può ridurre il rumore, confrontare documenti, tradurre linguaggi specialistici e rendere accessibile una procedura. Può anche produrre risposte tanto fluide da scoraggiare il controllo delle fonti e sostituire il giudizio con una delega opaca. La qualità civica non coincide con la velocità della risposta. Si misura dalla capacità dello strumento di mostrare l’incertezza, conservare la provenienza delle informazioni, accettare la correzione e restituire all’utente la responsabilità del fine.
Una tecnologia amica della cittadinanza non pretende attenzione continua. Accetta che l’utente se ne vada, permette di tornare senza ricominciare da zero e rende leggibile il percorso compiuto. Non elimina l’attrito in modo indiscriminato: riduce quello burocratico e conserva quello riflessivo, la pausa nella quale una persona può accorgersi che sta per condividere, acquistare, aderire o delegare una decisione. L’assenza totale di attrito è conveniente per il flusso, non sempre per la libertà.
Un esperimento preregistrato su 393 partecipanti, impegnati in una decisione civica basata su documenti discordanti, ha mostrato un’inversione legata al tempo: con soli dieci minuti, l’accesso iniziale o continuo a un modello linguistico migliorava la qualità dell’argomentazione; con trenta minuti, otteneva risultati migliori chi iniziava il lavoro senza assistenza e accedeva al modello soltanto più tardi, oppure non vi accedeva. Nella condizione con più tempo, l’accesso fin dall’inizio riduceva anche il ricordo dei documenti (Zhi, Kumar & Lee, 2026). È un singolo esperimento e non autorizza generalizzazioni sull’uso quotidiano. Rende però visibile un criterio: l’effetto dipende non solo da che cosa lo strumento sa fare, ma dal momento in cui entra nel processo e dal tempo lasciato alla costruzione autonoma del problema.
Conclusione. Il diritto di mantenere il filo
Definire l’attenzione come infrastruttura della cittadinanza digitale cambia il luogo della responsabilità. Il cittadino conserva un compito personale: deve imparare a riconoscere i propri automatismi, verificare e scegliere tempi compatibili con ciò che vuole comprendere. Ma non è lasciato solo davanti a un ambiente considerato naturale. Scuole, organizzazioni, piattaforme e istituzioni rispondono delle condizioni che progettano.
La democrazia non richiede persone concentrate senza interruzione. Richiede persone presenti abbastanza da seguire una ragione, ricordare una conseguenza, incontrare una differenza e cambiare idea senza perdere identità. Richiede inoltre istituzioni capaci di proteggere quella possibilità quando il mercato premia la reazione più rapida. L’attenzione è un bene comune non perché lo Stato debba stabilire che cosa merita il nostro sguardo, ma perché nessun cittadino decide in un vuoto privato. L’ordine delle cose viste modifica ciò che una comunità riesce a pensare insieme.
La sfida non è rallentare ogni comunicazione. È differenziare i tempi. L’allarme deve essere rapido, la verifica accurata, la deliberazione abbastanza lunga, la memoria abbastanza stabile. Una buona infrastruttura digitale rende possibili tutti questi ritmi senza ridurli alla metrica unica del coinvolgimento. In quel pluralismo temporale la libertà smette di essere soltanto disponibilità di opzioni e torna a essere capacità di mantenere un’intenzione fino alle sue conseguenze.
Bibliografia
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Breve bio dell’autore
(*) Sauro Tronconi è autore, saggista, filosofo, psicologo umanista e rice rcatore indipendente. Da oltre quattro decenni studia memoria, identità e coscienza. Ha fondato l’Istituto e l’Accademia Espande, ha pubblicato saggi, narrativa e articoli, ha lavorato come autore per la RAI e ha co-firmato uno studio pilota pubblicato su Psychological Reports e indicizzato in PubMed.
References
| ↑1 | Sauro Tronconi, Zombificazione digitale. Come l’ambiente digitale sta trasformando l’attenzione, la libertà e la coscienza, prima edizione, 2026. |
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