Intervista a Mario Fois a cura di C.Marinucci

Introduzione editoriale

In questa intervista, raccolta a partire da una lezione tenuta per il Dottorato di ricerca in Design for Social Change all’ISIA di Roma, Mario Fois esplora l’Intelligenza Artificiale come agente nei sistemi educativi e nei processi di design della complessità, tentando di metterne a fuoco rischi e opportunità da una prospettiva originale. A partire dal Mediterraneo come sistema complesso, dal pensiero meridiano di Franco Cassano e dalle pratiche del design sistemico, Fois propone una visione in cui l’IA non è un semplice strumento, ma un partner esplorativo che amplifica la capacità umana di abitare i confini, leggere le relazioni e navigare paesaggi in trasformazione, lasciando sempre all’umano la responsabilità di ‘orientare il sistema’.

Questa trama teorica e metodologica alimenta il lavoro sperimentale dell’AI HUB Designer nella cultura, che DiCultHer ha avviato da tempo nella consapevolezza che i risultati di volta in volta raggiunti siano, necessariamente, provvisori.

D. Professor Fois, nelle sue lezioni lei parte dal Mediterraneo per parlare di sistemi complessi. Perché questo mare “quasi chiuso” è così importante per capire la complessità oggi?

R. Il Mediterraneo è un mare abbastanza grande da separare e abbastanza piccolo da connettere. Non è solo uno spazio geografico, ma un sistema relazionale antico, fatto di coste frastagliate, isole, porti naturali, rotte commerciali, migrazioni, conflitti e scambi. In questo ambiente nessuna cultura è mai stata autosufficiente: greci, fenici, egizi, popoli dell’Asia Minore hanno dovuto continuamente incontrarsi, scontrarsi, tradursi a vicenda. La conoscenza non nasce in un laboratorio isolato, ma da questa trama di attraversamenti, adattamenti e contaminazioni. Guardare al Mediterraneo significa allora pensare la complessità non come un problema da semplificare, ma come una condizione da abitare.

D. Lei richiama spesso il “pensiero meridiano” di Franco Cassano. Che cosa porta questo pensiero nella riflessione sull’IA e sul design?

R. Cassano ci invita a spostare lo sguardo: non più il modello continentale – autosufficienza, chiusura, controllo – ma il modello mediterraneo – relazione, vulnerabilità, esposizione. Il confine non è la linea dove il mondo finisce, ma il luogo dove i diversi si toccano e il rapporto con l’altro diventa difficile e vero. Applicato all’IA e al design, questo significa rinunciare all’idea di sistemi chiusi, pienamente controllabili, e accettare che la forza stia nella capacità di stare sui confini: tra discipline, tra attori, tra natura e artificio, tra umano e macchina. Il pensiero meridiano è, in fondo, un invito a prendere sul serio la relazione e il limite. Per riprendere le parole di Cassano «il pensiero meridiano si propone, in primo luogo, di provare a decolonizzare il nostro immaginario. Il che non comporta una critica frontale della modernità, un’inclinazione nostalgica; vuol dire semplicemente autonomia rispetto alla forma di modernità dominante.» Se in questo momento ‘la forma di modernità dominante’ è rappresentata da un certo modo di considerare il nostro rapporto con la tecnologia e con l’IA in particolare, il nostro ruolo di formatori è proprio quello di ricercare ‘nuove rotte’ e nuove prospettive.

D. Nelle sue slide lei parla di “complessità da vivere”. Cosa significa, concretamente, per chi progetta?

R. Significa riconoscere che i sistemi vivi – ecologici, sociali, culturali – sono aperti, instabili, relazionali. Non possiamo ridurli a schemi lineari causa-effetto, né pensare di controllarli dall’alto. Per un progettista questo implica un cambio di postura: smettere di cercare ambienti stabili e disciplinarmente puri e imparare ad abitare i territori di frontiera. È lì che i pattern consolidati mostrano i propri limiti e diventano possibili nuove connessioni. La complessità non si “risolve” con una soluzione elegante: si attraversa, si ascolta, si negozia. Il compito del progettista diventa allora quello di leggere relazioni, introdurre perturbazioni significative, osservare come il sistema reagisce e attivarsi per ri-orientare il processo.

Ripensiamo alla metafora del Mediterraneo immaginando come fosse difficile definire le rotte di navigazione in un sistema in continua trasformazione, senza l’aiuto di tecnologie di navigazione avanzate. L’antico navigatore mediterraneo affrontava l’incertezza costruendo la rotta giorno per giorno, interpretando segnali ambientali e sociali anziché seguire mappe predefinite. Attraverso un approccio empirico simile al metodo bayesiano, il comandante riduceva l’incertezza scomponendo il problema, osservando nuove evidenze e aggiornando costantemente la rotta durante la navigazione. In questo senso possiamo considerare il metodo bayesiano come un approccio logico-matematico che non cerca una verità assoluta e immutabile, ma calcola la probabilità di un evento aggiornando continuamente le proprie convinzioni ogni volta che si riceve una nuova informazione.

D. In questo scenario entra l’Intelligenza Artificiale. Lei la descrive non come semplice strumento, ma come ‘agente’ e ‘partner esplorativo’. Cosa cambia?

R. L’IA generativa non produce solo immagini o testi su richiesta; entra nella nostra attività cognitiva, proponendo associazioni, varianti, scenari. Se la usiamo in modo ingenuo, chiedendole ‘la soluzione migliore’, la riduciamo a un motore di ottimizzazione e noi stessi rischiamo di diventare utenti passivi. Se invece la consideriamo un partner esplorativo, possiamo usarla per introdurre perturbazioni orientative: domande laterali, inversioni di prospettiva, vincoli creativi, analogie improbabili. In questo gioco di domande e risposte l’IA ci restituisce configurazioni che non avevamo immaginato e che possiamo valutare criticamente, selezionare e trasformare. Il progettista resta responsabile dell’orientamento, ma si dota di un alleato capace di amplificare l’esplorazione.

Naturalmente dobbiamo essere ben consapevoli dei rischi che l’uso massiccio dell’IA comporta. Quando Luciano Floridi ci parla del rischio di ‘avvolgimento’ indica il processo di progressivo adattamento dell’ambiente umano che si conforma ai limiti dell’Intelligenza Artificiale anziché costringere l’AI ad adattarsi a noi. Pensiamo ad esempio al rischio concreto che per far funzionare in maniera efficace i veicoli a guida autonoma, che attualmente incontrano difficoltà nel caos del traffico, potremmo essere costretti ad ‘avvolgere’ il sistema stradale eliminando pedoni, ciclisti e guidatori umani  ed inserendo sensori e segnaletiche digitali leggibili solo dalle macchine, in modo da rendere prevedibile un mondo che, fino a quando rimane umano, è imprevedibile. Questo significa che per ottimizzare il sistema saranno gli esseri umani a doversi adattare ai limiti intrinsechi del ‘recinto tecnologico’, con i rischi che possiamo facilmente immaginare.

Se proviamo ad immaginare come il concetto di ‘complessità da vivere’ possa essere applicato all’utilizzo di uno strumento come l’Intelligenza Artificiale, dobbiamo riflettere anche su come utilizzarla per esplorare paradossi e scoprire nuove rotte che escano da ciò che è noto.

D. Usa spesso la metafora dello stormo e del progettista come ‘uccello guida’. Può spiegarla?

R. In uno stormo non esiste un centro di controllo: la forma collettiva emerge dall’interazione locale tra i singoli uccelli, che si adattano continuamente alle mosse degli altri e alle condizioni dell’ambiente. Allo stesso modo, nei sistemi sociali complessi non abbiamo un ‘comandante’ che controlla tutto; abbiamo molti attori, umani e non umani, che interagiscono. Il progettista, in questo contesto e nella migliore delle ipotesi, non è il regista onnisciente ma un ‘uccello guida’: introduce una deviazione locale, osserva come lo stormo si riallinea, riconosce pattern emergenti e decide se insistere o correggere la sua azione. L’IA, se usata come partner esplorativo, può essere una di queste perturbazioni orientative che ci aiutano a vedere e a verificare possibilità altrimenti invisibili.

L’applicazione della metafora dello stormo è riferibile al pensiero di Gianfranco Minati che considera un sistema complesso coerente quando le sue configurazioni, pur variando nel tempo, mantengono una continuità non rigida ma riconoscibile. Ed è utilizzata anche da Giorgio Parisi che nei suoi studi sull’intelligenza artificiale, propone l’idea che il comportamento intelligente sia un fenomeno emergente prodotto da una rete di componenti semplici che interagiscono tra loro, come gli uccelli di uno stormo o come le reti neurali.

D. Lei parla anche di ‘sistema come paesaggio navigabile’, recuperando la metafora del Mediterraneo e le ricerche sul design sistemico. Cosa significa progettare come navigare?

R. Significa abbandonare l’idea del sistema come macchina da controllare e adottare quella del sistema come paesaggio vivo da attraversare. Penso ai lavori di Fitzpatrick, Luthe, Sevaldson studiosi di Systemic Design: i loro diagrammi sembrano arcipelaghi, delta fluviali, reti di correnti. Non c’è una sola rotta obbligata; ci sono molte traiettorie possibili, che si scelgono e si correggono navigando. Un progettista-navigatore deve saper leggere correnti, vincoli, opportunità, e costruire la rotta insieme ad altri attori. L’IA, in questo contesto, è più simile a uno strumento di esplorazione che a un pilota automatico: non sostituisce l’esperienza del viaggio, ma può arricchirla.

Riflettendo sulla formazione ciò che a mio avviso bisognerebbe ricercare è un ‘sapere orientativo’ inteso come insieme di conoscenze che sono indispensabili per poter prendere coerentemente delle decisioni in un determinato ambito. E come ci insegnano Nida-Rumelin, Weidenfeld e Demarta «Il nucleo di questo sapere orientativo è ancorato al mondo della vita.».

D. Approfondendo la questione dei sistemi educativi: che cosa implica questa visione per la didattica del design e, più in generale, per la scuola?

R. Implica che non possiamo limitarci a insegnare procedure, sequenze operative, ricette. Dobbiamo formare persone capaci di leggere sistemi complessi dall’interno, riconoscere segnali deboli, mettere in discussione pattern consolidati, introdurre deviazioni, co-progettare con altri. In termini pratici, significa lavorare su progetti reali, con attori diversi, in contesti aperti; usare l’IA non per ‘fare più in fretta’, ma per ampliare l’esplorazione; documentare il processo con mappe, schizzi, narrazioni; riflettere collettivamente su errori e cambi di rotta. In altre parole, insegnare non solo una tecnica di progetto, ma una ‘cultura del navigare’.

Nel Design, la riflessione sul metodo, ha sempre resistito all’idea che un approccio scientifico fosse applicabile al campo progettuale, lasciando spazio al valore della ‘pratica polisemica’, cioè all’importanza del creare cose, generare forme, artefatti e servizi, a partire dal processo di ricerca: in definitiva creare significato attraverso il design.

Questo ha portato a una ricca diversificazione metodologica in cui i designer agiscono talvolta in modo simile ai ricercatori scientifici con un approccio ‘quantitativo’, dando priorità alla verifica delle ipotesi, all’analisi statistica e ai test, in altri casi invece utilizzando quello ‘qualitativo’ come nelle scienze sociali, interessandosi alle qualità dell’esperienza umana e raccogliendo informazioni attraverso l’osservazione. Ma esistono anche metodologie caratteristiche del design e del mondo dell’arte che utilizzano forme diverse di ‘pensiero laterale’.

Se pensiamo in particolare alla formazione per il design, dobbiamo pensare anche di poter recuperare e re-interpretare logiche di pensiero non-lineare come quelle di Bruno Munari. Per Munari infatti il metodo non serviva a chiudere il progetto ma ad aprirlo, e non era considerato come una sequenza di istruzioni da seguire, ma un insieme di pratiche che rendono possibile la generazione di soluzioni diverse. Secondo il suo pensiero Invece di stabilire a priori che «una sedia deve essere di legno e avere quattro gambe» (istruzione), si definiva che «una sedia è un sistema di supporto per il corpo a una data altezza» (protocollo), fornendo strumenti per inventare tutte le sedie possibili ma lasciando che sia la logica del processo a suggerire la forma finale. In questo contesto di creatività aumentata l’AI può diventare potenzialmente un moltiplicatore dell’immaginazione aiutandoci ad agire sulla variazione, la perturbazione e la contaminazione, dando vita ad un pensiero creativo ‘ibrido’ che spinga l’umano oltre i propri automatismi mentali.

Nella speranza che, il nostro ‘sapere orientativo’ ci consenta di individuare e scegliere possibili rotte alternative.

D. DiCultHer ha già avviato un AI HUB Designer per la cultura, che stiamo portando avanti insieme e che si nutre anche delle riflessioni sviluppate in queste lezioni.

R. Credo che il mondo della cultura sia uno dei luoghi privilegiati per questo tipo di sperimentazione. Musei, archivi, biblioteche, scuole sono già sistemi complessi: intrecciano memorie, comunità, territori, tecnologie, economie, potenzialmente terreno fertile da cui far emergere nuove opportunità. Lavorare con l’IA in questi contesti significa progettare percorsi di senso, esperienze di accessibilità, dispositivi di partecipazione, non solo interfacce. Un AI HUB Designer per la cultura potrebbe diventare lo spazio in cui squadre miste – progettisti, educatori, tecnologi, operatori culturali, studenti – imparano a mappare questi sistemi, a introdurre perturbazioni IA orientate, a riconoscere pattern emergenti e a prototipare nuove forme di relazione con il patrimonio. Con una condizione: che la centralità resti alle persone e alle comunità, non agli algoritmi.

D. Se dovesse sintetizzare in una frase il ruolo del progettista nell’era dell’IA, quale sarebbe?

R. Direi: il progettista è colui che impara a navigare nella complessità sapendo di farne parte, trasformando l’incertezza in orientamento e facendo sì che l’incontro tra umano e macchina generi traiettorie più consapevoli, più sostenibili e giuste, in definitiva più desiderabili per i sistemi di cui facciamo parte.

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