A cura del dott. TSRM Antonio Di Lascio*, Tecnico sanitario di radiologia medica
Introduzione editoriale
L’osservatorio della sala diagnostica
Ci sono luoghi in cui il futuro dell’intelligenza artificiale non si discute in astratto, ma accade ogni giorno. La sala diagnostica di un ospedale è uno di questi. Lì un algoritmo segmenta un’immagine, propone una misura, evidenzia una lesione — e un professionista deve decidere se fidarsi, verificare, o riportare quell’output al giudizio umano e alla storia concreta della persona che ha davanti. È in questo gesto quotidiano che si gioca una delle questioni culturali più grandi del nostro tempo.
Antonio Di Lascio — Tecnico sanitario di radiologia medica, docente e voce autorevole sui temi dell’etica e della governance dell’AI in sanità — ci offre un contributo che parte proprio da qui, dall’esperienza situata di chi lavora nel punto in cui la tecnologia incontra la cura. La sua tesi è netta e la condividiamo pienamente: l’alfabetizzazione all’intelligenza artificiale non è addestramento tecnico, ma il passaggio dalla competenza tecnica alla responsabilità culturale. Non basta saper usare un sistema intelligente; occorre saperlo interrogare, riconoscerne i limiti, e sapere quando sospendere il giudizio e assumersi una decisione diversa da quella suggerita dalla macchina.
Due intuizioni, in particolare, parlano al cuore del lavoro di DiCultHer. La prima è quella dell'”AI silenziosa”: gli algoritmi incorporati nei dispositivi, che agiscono senza essere visti, e il principio che ne discende — ciò che non è riconosciuto non può essere governato. La seconda è il radicamento nella deontologia: l’articolo mostra come il dovere di competenza sull’AI sia ormai scritto nei codici professionali, spostando la questione dal piano degli standard a quello dell’identità di chi cura.
È esattamente lo spirito che anima la nostra linea editoriale Custodire la vita: la convinzione che le professioni sanitarie non siano semplici utilizzatrici finali della tecnologia, ma custodi della dignità della persona nel tempo delle macchine intelligenti. Alla luce di Magnifica Humanitas, che l’autore richiama, la domanda sull’intelligenza artificiale diventa una domanda sull’umano — e la sanità, con la sua prossimità quotidiana alla vulnerabilità, ha molto da insegnare a tutte le comunità educanti.
Ringraziamo Antonio Di Lascio per aver condiviso con la nostra comunità una riflessione che è, insieme, tecnica e antropologica. La offriamo ai lettori di Culture Digitali come un invito: a non dimenticare mai che dietro ogni dato, ogni immagine e ogni output, c’è una persona.
La Redazione
Abstract in italiano
L’intelligenza artificiale non rappresenta soltanto una trasformazione tecnologica, ma una questione culturale, educativa e democratica. Essa modifica il modo in cui le persone accedono alle informazioni, costruiscono conoscenza, prendono decisioni e partecipano alla vita sociale. Per questo, l’alfabetizzazione all’IA non può essere ridotta alla semplice acquisizione di competenze operative, né all’addestramento tecnico all’uso degli strumenti digitali, ma deve essere compresa come un processo formativo capace di trasformare la competenza tecnica in responsabilità culturale.
Il contributo propone una riflessione sull’AI Literacy come condizione per l’esercizio dei diritti cognitivi, intesi come possibilità della persona di comprendere, interpretare e valutare consapevolmente le tecnologie algoritmiche che incidono sui processi decisionali, informativi e relazionali. Alla luce della sfida antropologica posta da Magnifica Humanitas, Lettera Enciclica di Papa Leone XIV sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, l’educazione all’IA viene interpretata come responsabilità condivisa tra scuola, università, istituzioni, professioni e comunità educanti.
L’ambito sanitario costituisce l’osservatorio privilegiato di questa riflessione. Nei contesti ad alta complessità, infatti, i sistemi di intelligenza artificiale non sono strumenti neutri: possono selezionare dati, produrre output, orientare decisioni, influenzare comportamenti professionali e incidere sulla sicurezza della persona assistita. L’esperienza delle professioni sanitarie mostra con particolare evidenza che la supervisione umana non può essere una formula astratta, ma richiede competenze effettive, consapevolezza etica, capacità critica e responsabilità professionale.
In questa prospettiva, la sanità diventa laboratorio culturale di una sfida più ampia: costruire una cittadinanza democratica capace di governare l’innovazione, custodire i diritti cognitivi e orientare l’intelligenza artificiale al servizio della dignità della persona e del bene comune.
Parole chiave: AI Literacy; professioni sanitarie; responsabilità; codice deontologico; governance dell’IA; dignità della persona; Magnifica Humanitas; TSRM
Abstract in inglese
Artificial intelligence is not merely a technological transformation, but also a cultural, educational and democratic challenge. It affects the way people access information, build knowledge, make decisions and participate in social life. For this reason, AI literacy cannot be reduced to the acquisition of operational skills or to technical training in the use of digital tools. Rather, it should be understood as an educational process capable of transforming technical competence into cultural responsibility.
This paper reflects on AI literacy as a condition for the exercise of cognitive rights, understood as the ability of individuals to understand, interpret and critically assess algorithmic technologies that influence decision-making, information processes and social relationships. In light of the anthropological challenge raised by Magnifica Humanitas, Pope Leo XIV’s Encyclical Letter on the protection of the human person in the age of artificial intelligence, education in artificial intelligence is interpreted as a shared responsibility involving schools, universities, institutions, professions and educating communities.
The healthcare field represents a privileged point of observation for this reflection. In high-complexity contexts, AI systems are not neutral tools: they can select data, generate outputs, guide decisions, influence professional behaviour and affect patient safety. The experience of healthcare professions clearly shows that human oversight cannot remain an abstract principle, but requires effective competence, ethical awareness, critical thinking and professional responsibility.
From this perspective, healthcare becomes a cultural laboratory for a broader challenge: building a democratic citizenship capable of governing innovation, protecting cognitive rights and orienting artificial intelligence towards human dignity and the common good.
1. Introduzione. L’intelligenza artificiale come sfida culturale
Il titolo richiama il complesso tema dell’ “alfabetizzazione all’intelligenza artificiale” (AI). È opportuno chiarire che questo non significa fornire soltanto competenze operative sull’uso degli strumenti digitali o limitarsi a spiegare il funzionamento tecnico degli algoritmi o di ciò che ne sta alla base. Significa, piuttosto, educare la persona a comprendere il modo in cui tali sistemi intervengono nei processi di conoscenza, orientano le decisioni, selezionano le informazioni e influenzano la costruzione del giudizio.
In questa prospettiva, l’AI Literacy diventa il passaggio dalla competenza tecnica alla responsabilità culturale: non basta saper utilizzare un sistema intelligente, occorre essere in grado di interrogarlo criticamente, riconoscerne i limiti, verificarne gli output e mantenere integra la propria autonomia cognitiva.
La sfida educativa, quindi, non consiste solo nel formare utenti più abili, ma cittadini e professionisti più consapevoli, capaci di abitare l’ecosistema digitale senza subire passivamente la mediazione algoritmica. È in questo spazio che l’alfabetizzazione all’IA assume valore: tutelando la libertà di pensiero, rafforzando la partecipazione e custodendo la dignità della persona nell’ambiente tecnologico contemporaneo.
Infatti, l’AI non può essere considerata soltanto una tecnologia da acquisire, installare e utilizzare. Essa rappresenta una trasformazione profonda del modo in cui le persone conoscono, apprendono, comunicano, decidono e partecipano alla vita sociale. I sistemi algoritmici non si limitano a elaborare dati: selezionano informazioni, propongono correlazioni, ordinano priorità, classificano rischi, suggeriscono soluzioni e possono influenzare, direttamente o indirettamente, il comportamento umano.
Per questo motivo, la questione dell’IA diventa centrale nel nostro comune dibattito perché essa non può essere affrontata esclusivamente sul piano tecnico, giuridico o regolatorio. Certamente, come si è fatto, servono norme, standard, sistemi di gestione, modelli di valutazione del rischio e strumenti di controllo. Tuttavia, prima ancora di essere una questione di compliance, l’AI è una questione culturale: interpellando il modo in cui le comunità comprendono la conoscenza, la responsabilità, la libertà, la fiducia e la relazione tra persona e tecnologia.
La sfida più rilevante, dunque, non consiste soltanto nel rendere l’AI più potente, più efficiente o più performante, ma nel rendere le persone più consapevoli.
L’innovazione tecnologica può diventare autentico progresso solo se accompagnata da un’adeguata crescita culturale, capace di formare cittadini e professionisti in grado di comprendere i sistemi intelligenti, valutarne criticamente gli output e mantenere integro il giudizio umano.
In questa prospettiva, Magnifica Humanitas (Lettera Enciclica di Papa Leone XIV sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Città del Vaticano 15 maggio 2026) offre una chiave di lettura particolarmente significativa. La sfida dell’intelligenza artificiale viene ricondotta non solo alla dimensione dell’innovazione, ma alla domanda sull’umano: che cosa significa custodire la persona nel tempo delle macchine intelligenti? Quale forma di libertà, di responsabilità e di partecipazione democratica è possibile in un ambiente sempre più mediato dagli algoritmi? Come evitare che la potenza tecnica si trasformi in delega del giudizio, in impoverimento della coscienza critica o in riduzione della persona a dato?
Alla luce di questa prospettiva, educare all’intelligenza artificiale significa educare a rimanere umani dentro l’ecosistema digitale, formando persone capaci non solo di utilizzare strumenti tecnologici, ma di comprenderne il significato, i limiti, gli effetti e le implicazioni etiche, passando dalla competenza tecnica alla responsabilità culturale.
Questa prospettiva nasce dall’esperienza professionale maturata nell’ambito sanitario, dove l’intelligenza artificiale non è una questione astratta, ma una realtà che entra progressivamente nei processi di cura, nei sistemi tecnologici, nella produzione del dato e nelle responsabilità dei professionisti.
La sanità è oggi uno degli ambiti nei quali l’AI mostra con maggiore chiarezza la propria portata etica e antropologica, perché si intreccia con la vita, la salute, la vulnerabilità della persona, la sicurezza delle cure e la responsabilità professionale. Per questo, l’esperienza sanitaria non rappresenta un settore separato dal dibattito culturale sull’AI, ma un paradigma concreto attraverso cui cogliere questa sfida che coinvolge, inevitabilmente la scuola, l’università, le istituzioni, le professioni, i territori e le comunità educanti.
L’alfabetizzazione all’intelligenza artificiale è il presupposto per l’esercizio dei diritti cognitivi, fondamento culturale per una governance democratica dell’IA.
Quando parliamo di diritti cognitivi, non stiamo parlando di un nuovo diritto codificato in una legge, ma di una categoria culturale e filosofica che negli ultimi anni sta assumendo sempre maggiore rilievo nel dibattito sull’AI. Fino a pochi anni fa, il problema principale era garantire alle persone l’accesso all’informazione. Oggi il problema è diverso. L’informazione arriva continuamente, ma sempre più spesso è filtrata, selezionata, ordinata o addirittura prodotta da algoritmi. Questo significa che la libertà della persona non dipende soltanto dalla possibilità di ricevere informazioni, ma anche dalla capacità di comprenderne l’origine, valutarne l’affidabilità e mantenere un’autonomia di giudizio.
I diritti cognitivi potremmo definirli come l’insieme delle condizioni che consentono alla persona di esercitare liberamente il proprio pensiero, comprendere le informazioni, sviluppare un giudizio autonomo e prendere decisioni consapevoli anche in un ambiente mediato dall’AI.
Del resto Papa Leone XIV lo dice chiaramente nella sua Lettera enciclica «Nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani […] e nessuna macchina potrà mai sostituire [l’umanità] nel suo splendore» (Magnifica Humanitas, n. 15)
2. Dalla competenza tecnica alla responsabilità culturale
Per alfabetizzare all’AI o AI Literacy si intende la capacità di comprendere, utilizzare e valutare criticamente i sistemi di IA, riconoscendone potenzialità, limiti, rischi e implicazioni etiche.
Essa non riguarda soltanto il saper usare uno strumento intelligente, ma il saper mantenere autonomia di giudizio, responsabilità decisionale e consapevolezza culturale nell’interazione con sistemi algoritmici
Alfabetizzare, quindi, non significa fornire competenze operative sull’uso degli strumenti digitali, né limitarsi a spiegare il funzionamento tecnico degli algoritmi, ma piuttosto, educare la persona a comprendere il modo in cui tali sistemi intervengono nei processi di conoscenza, orientano le decisioni, selezionano le informazioni e influenzano la costruzione del giudizio.
Questa distinzione è decisiva. Una formazione puramente tecnica insegna come utilizzare uno strumento. Un’alfabetizzazione culturale insegna anche quando fidarsi, quando dubitare, quando verificare, quando sospendere il giudizio e quando assumersi la responsabilità di una decisione diversa da quella suggerita dalla macchina.
L’AI Literacy non può quindi essere ridotta alla familiarità con le interfacce, alla capacità di formulare prompt o alla conoscenza di alcune funzioni applicative. Questi elementi sono certamente utili, ma non esauriscono il problema. Il vero nodo educativo riguarda l’autonomia cognitiva della persona: la capacità di comprendere che un output algoritmico non è una verità, ma il risultato di un processo tecnico, statistico, probabilistico e contestuale, che deve essere interpretato alla luce di criteri umani, professionali, etici e sociali.
In questa prospettiva, l’alfabetizzazione all’AI diventa il passaggio dalla competenza tecnica alla responsabilità culturale. Non basta saper utilizzare un sistema intelligente: occorre essere in grado di interrogarlo criticamente, riconoscerne i limiti, verificarne gli output e mantenere integra la propria autonomia di giudizio.
La sfida educativa, quindi, non consiste solo nel formare utenti più abili, ma cittadini e professionisti più consapevoli, capaci di abitare l’ecosistema digitale senza subire passivamente la mediazione algoritmica.
Il passaggio dalla competenza tecnica alla responsabilità culturale è particolarmente evidente nei contesti professionali ad alta complessità, dove l’errore, l’affidamento eccessivo o l’uso inconsapevole della tecnologia possono produrre conseguenze rilevanti.
La sanità è uno di questi contesti.
La sanità permette di cogliere con particolare chiarezza il passaggio dell’AI da semplice strumento tecnologico e informativo a componente attiva dei processi decisionali, operativi e relazionali.
Un sistema intelligente, infatti, non si limita a restituire dati: può selezionare informazioni rilevanti, proporre misurazioni, segnalare anomalie, classificare rischi o suggerire priorità.
Tali output possono incidere sul ragionamento del professionista, sull’organizzazione dell’attività, sulla gestione del tempo, sulla sicurezza della persona assistita e, indirettamente, sulla relazione di cura.
Per questo l’AI, quando entra nei contesti sanitari, non può essere considerata neutra o meramente accessoria, ma deve essere compresa, valutata e governata come parte integrante del processo professionale.
3. La sanità come osservatorio privilegiato
L’ambito sanitario rappresenta un osservatorio privilegiato per comprendere la portata culturale dell’intelligenza artificiale.
Nei contesti di cura, infatti, l’AI non agisce in modo astratto, ma entra nei processi diagnostici, terapeutici, assistenziali e organizzativi ed infatti: può supportare la lettura di immagini, proporre misurazioni, classificare rischi, segnalare anomalie, contribuire alla stratificazione dei pazienti e orientare decisioni professionali.
In sanità, un algoritmo non elabora semplicemente dati: può contribuire alla costruzione dell’informazione clinica. Anche quando non decide autonomamente, può influenzare il comportamento del professionista e incidere sulla relazione tra persona assistita, tecnologia e cura.
Questa caratteristica, nel contesto sanitario, emerge con particolare chiarezza, perché l’output del sistema può incidere su scelte che riguardano la salute, la sicurezza, il rischio, la diagnosi, la priorità di intervento, il percorso di cura e la qualità dell’assistenza.
L’esperienza sanitaria mostra che l’AI non è neutra quando entra nei processi decisionali. Essa deve essere riconosciuta, valutata, monitorata e governata. Non basta sapere che un software funziona; occorre comprendere che cosa modifica nel processo reale di lavoro. Non basta valutarne la performance tecnica; occorre interrogarsi sul suo impatto clinico, organizzativo, etico e professionale.
In sanità non basta addestrare un professionista all’uso di un sistema, ma occorre formarlo alla comprensione critica dei suoi effetti.
La società algoritmica richiede persone capaci non solo di utilizzare tecnologie intelligenti, ma di comprenderne la logica, i limiti e le conseguenze.
La sanità, in questo senso, rende visibile una sfida che riguarda l’intera società: superare un uso ingenuo dell’intelligenza artificiale e costruire una vera cultura della responsabilità.
Usare ingenuamente l’IA significa considerarla uno strumento neutro, affidabile per il solo fatto di produrre un risultato, senza interrogarsi sulla qualità dei dati, sui limiti del sistema, sui possibili errori, sui bias e sulle conseguenze delle decisioni che essa può orientare.
L’esperienza sanitaria dimostra invece che nessun output algoritmico può essere accolto in modo automatico: deve essere interpretato, verificato e ricondotto al giudizio umano, soprattutto quando incide sulla vita, sulla salute e sulla sicurezza della persona.
4. L’esperienza sanitaria come paradigma di alfabetizzazione critica
L’esperienza delle professioni sanitarie consente di comprendere con particolare concretezza che l’alfabetizzazione all’IA non è un lusso formativo, ma una condizione di responsabilità.
In ambito sanitario, il professionista non si confronta con l’intelligenza artificiale come semplice utente. Egli interagisce con un sistema che può intervenire dentro un processo tecnico, diagnostico o assistenziale.
Un output apparentemente corretto può rafforzare una decisione, orientare l’attenzione, modificare una priorità, confermare un sospetto o ridurre la percezione del dubbio.
In alcuni casi può migliorare la qualità del processo; in altri può generare affidamento eccessivo, automatismo interpretativo o deresponsabilizzazione.
Questo è particolarmente evidente nell’imaging diagnostico e interventistico: un sistema di AI può segmentare automaticamente un’immagine, proporre una misura, evidenziare una lesione, classificare una struttura anatomica, suggerire una priorità o supportare un processo di post-processing.
Tutto ciò può rappresentare un contributo importante alla qualità e all’efficienza della procedura stessa, ma non elimina la necessità di una valutazione umana competente.
Il professionista sanitario deve chiedersi: la qualità del dato di partenza è adeguata? L’immagine è tecnicamente corretta? L’output è coerente con il contesto clinico? Il sistema è stato validato per quella popolazione, quella metodica, quel dispositivo, quella condizione operativa? Quali margini di errore possono essere presenti? Quali bias possono incidere? Quale responsabilità resta in capo al professionista?
Queste domande mostrano che l’AI Literacy, in sanità, non coincide con la capacità di utilizzare un software. Essa riguarda la capacità di comprendere il rapporto tra dato, tecnologia, processo, decisione e responsabilità.
Da questo punto di vista, ad esempio, il profilo del Tecnico sanitario di radiologia medica (TSRM) offre un osservatorio particolarmente significativo.
Il TSRM opera quotidianamente in ambienti ad alta intensità tecnologica, nei quali immagine, dato, dose, qualità tecnica, sicurezza, procedura e persona assistita sono strettamente intrecciati.
La sua esperienza professionale mostra che la tecnologia non è mai separata dal contesto umano, organizzativo e clinico in cui viene utilizzata.
Nei processi di imaging, infatti, il TSRM non è un semplice utilizzatore di apparecchiature, ma un professionista chiamato a presidiare la qualità del dato, la correttezza dell’acquisizione, l’appropriatezza tecnica della procedura, la sicurezza della persona assistita e l’affidabilità dell’informazione prodotta.
In questa prospettiva, la sua funzione può essere letta come un presidio tecnico-professionale del processo di erogazione della prestazione: non perché sostituisca altre responsabilità cliniche, ma perché opera nel punto in cui qualità del dato, correttezza tecnica, sicurezza della persona e affidabilità dell’output si incontrano.
Tale ruolo assume un rilievo ancora maggiore quando nei sistemi di imaging, nei software di post-processing o nei dispositivi medici utilizzati vengono integrate componenti di intelligenza artificiale.
L’algoritmo, infatti, può intervenire nella segmentazione delle immagini, nella proposta di misurazioni, nella classificazione di reperti, nella segnalazione di anomalie o nel supporto alla valutazione tecnica. Tuttavia, proprio perché tali output possono influenzare il processo professionale e, indirettamente, la decisione clinica, essi non possono essere accolti in modo automatico o acritico, ma devono essere compresi, verificati, contestualizzati e ricondotti alla responsabilità del professionista.
In questa direzione, l’art. 87 del Codice deontologico del Tecnico sanitario di radiologia medica (edizione 2025), dedicato espressamente all’“Intelligenza artificiale”, rappresenta un passaggio particolarmente avanzato. La norma richiama il dovere del TSRM di mantenere un’adeguata competenza sull’uso dei sistemi di IA connessi alla pratica professionale, comprendendone principi di funzionamento, applicazioni, potenzialità, limiti, possibili errori e implicazioni etiche e legali.
Soprattutto, afferma un principio decisivo: l’intelligenza artificiale deve essere utilizzata come strumento complementare alla pratica professionale, e non come alternativa al giudizio umano o alla decisione del professionista.
Il Codice deontologico (ed. 2025) attribuisce inoltre al TSRM una responsabilità concreta nella gestione dei risultati prodotti dai sistemi di AI anche quando questi siano impiegati nell’acquisizione o nella valutazione delle immagini. Questo passaggio è particolarmente rilevante perché sposta il tema dell’AI dal piano astratto della tecnologia al piano effettivo dell’agire professionale: il risultato prodotto dal sistema intelligente deve essere interpretato, verificato e assunto dentro una responsabilità tecnica e deontologica.
A ciò si aggiungono il dovere di garantire la corretta gestione dei dati personali, l’attenzione alla trasparenza e alla comprensibilità dei giudizi prodotti dalle macchine, la promozione di sistemi che assicurino spiegabilità algoritmica e il monitoraggio continuo delle prestazioni dei sistemi di intelligenza artificiale.
Il valore di questo articolo del Codice deontologico adottato dai TSRM è duplice:
- da un lato, conferma che l’alfabetizzazione all’intelligenza artificiale non è più soltanto una competenza auspicabile, ma una componente della responsabilità deontologica del professionista;
- dall’altro, mostra che la governance dell’AI sanitaria non può essere affidata esclusivamente a figure tecniche, informatiche o manageriali, ma richiede il coinvolgimento dei professionisti che operano nei processi reali di cura, là dove l’algoritmo incontra il dato, la procedura, il rischio e la persona.
Il TSRM, proprio per la sua collocazione professionale tra tecnologia, immagine, sicurezza e relazione di cura, può contribuire in modo qualificato a rendere l’intelligenza artificiale non solo più efficiente, ma anche più comprensibile, controllabile e orientata alla tutela della dignità della persona assistita.
L’intelligenza artificiale applicata all’imaging non può quindi essere letta soltanto come un avanzamento tecnico, ma come una trasformazione del modo in cui si produce, si interpreta e si utilizza l’informazione sanitaria.
In questo spazio si colloca la responsabilità del professionista: non sostituire la macchina, né subirla, ma governare criticamente il suo contributo dentro il processo di cura.
5. L’AI silenziosa: quando l’algoritmo entra senza essere visto
Una criticità particolarmente significativa riguarda quella che può essere definita “AI silenziosa”: sistemi intelligenti incorporati in dispositivi medici, software diagnostici, piattaforme di imaging, apparecchiature elettromedicali, moduli opzionali o aggiornamenti tecnologici.
In questi casi, l’intelligenza artificiale non entra nelle organizzazioni come progetto autonomo, chiaramente identificabile e discusso, ma come componente integrata in prodotti già utilizzati o acquisiti per altre finalità. Il rischio è che l’AI venga percepita come una semplice funzione accessoria, senza un’adeguata valutazione dei suoi effetti clinici, organizzativi, etici e professionali.
Questa condizione genera un’area grigia. Il prodotto viene acquisito come tecnologia sanitaria, apparecchiatura, software o soluzione informatica, ma la componente algoritmica può restare poco visibile o non sufficientemente analizzata. Ciò può determinare una sottovalutazione del suo impatto reale.
Eppure, un sistema che segmenta automaticamente un’immagine, propone una misurazione, evidenzia una lesione, classifica un rischio o suggerisce una priorità non è neutro. Contribuisce alla costruzione dell’informazione clinica. Può rafforzare la decisione del professionista, ma può anche condizionarla. Può migliorare l’efficienza, ma può anche generare affidamento eccessivo, opacità, bias o deresponsabilizzazione.
L’AI silenziosa è importante anche come metafora sociale. In molte dimensioni della vita quotidiana, infatti, gli algoritmi agiscono senza essere pienamente percepiti. Ordinano contenuti, suggeriscono scelte, filtrano informazioni, personalizzano esperienze, anticipano bisogni, orientano comportamenti. Spesso l’utente non vede l’algoritmo, ma ne subisce gli effetti.
La sanità rende evidente un problema che riguarda l’intera società: ciò che non è riconosciuto non può essere governato. Per questo l’alfabetizzazione all’IA deve insegnare prima di tutto a rendere visibile la mediazione algoritmica. Occorre sapere dove l’IA è presente, quali dati utilizza, quali output produce, chi li interpreta, chi li valida, chi li monitora e chi risponde delle conseguenze.
6. Deontologia professionale e responsabilità educativa
La responsabilità nei confronti dell’intelligenza artificiale non riguarda solo le norme giuridiche o gli standard tecnici. Essa entra progressivamente nel perimetro della deontologia professionale.
Questo passaggio è particolarmente significativo. La deontologia non è soltanto un insieme di regole disciplinari, ma un linguaggio attraverso cui una comunità professionale riconosce i propri doveri, custodisce la propria identità e orienta il proprio agire al bene della persona e della collettività.
Nel caso delle professioni sanitarie, la deontologia assume un valore ancora più forte, perché lega la competenza professionale alla tutela della salute, della dignità e della sicurezza della persona assistita. Quando l’intelligenza artificiale entra nel processo di cura, essa non può restare estranea a questa riflessione.
Il richiamo all’intelligenza artificiale nel Codice deontologico del Tecnico sanitario di radiologia medica (ed. 2025) rappresenta, in questo senso, un passaggio rilevante. Esso mostra che l’AI non appartiene più soltanto al linguaggio degli standard, delle norme tecniche o delle strategie aziendali, ma entra nel cuore dell’identità professionale. La tecnologia intelligente viene riconosciuta come complementare, non alternativa, al giudizio umano e alla responsabilità professionale.
7. Governance dell’IA come cultura della fiducia
Parlare di governance dell’intelligenza artificiale significa, anzitutto, evitare che l’innovazione sia introdotta solo perché tecnologicamente disponibile. Non tutto ciò che è nuovo, avanzato o disponibile e acquistabile è automaticamente utile, appropriato o sicuro. In sanità, in particolare, l’adozione di un sistema intelligente deve essere preceduta da domande di senso e di responsabilità: A quale bisogno risponde? Quali processi modifica? Quali dati utilizza? Quali rischi introduce? Chi ne interpreta gli output? Chi ne monitora gli effetti? Chi risponde delle eventuali anomalie?
Solo a queste condizioni la tecnologia smette di essere semplice disponibilità strumentale e diventa innovazione realmente governata.
Un sistema di AI non diventa affidabile semplicemente perché è avanzato, performante o commercialmente disponibile. Diventa affidabile quando l’organizzazione che lo adotta è in grado di governarlo e per questo comprenderlo, inserirlo nei propri processi, valutarne gli effetti, monitorarne l’evoluzione e definire con chiarezza le responsabilità di chi lo utilizza.
In questa prospettiva, gli standard e i sistemi di gestione non dovrebbero essere letti come meri adempimenti documentali o certificativi. Il loro valore più profondo è culturale: aiutano le organizzazioni a costruire un linguaggio comune, a rendere visibili i processi, a chiarire le responsabilità e a trasformare la complessità tecnologica in percorsi controllabili.
ISO/IEC 42001, ISO/IEC 27001 e UNI 11621-8 possono essere considerate, in questo senso, non soltanto norme tecniche, ma strumenti.
La ISO/IEC 42001 offre un riferimento specifico per il governo dei sistemi di intelligenza artificiale. Essa richiama la necessità di non trattare l’AI come un semplice software, ma come un sistema capace di incidere su processi, decisioni, persone e contesti organizzativi.
Il suo impianto fondato su responsabilità, valutazione del rischio, analisi degli impatti, competenze, monitoraggio e miglioramento continuo consente di spostare l’attenzione dall’adozione dello strumento alla sua gestione responsabile nel tempo.
Accanto a questa prospettiva, la ISO/IEC 27001 richiama un presupposto essenziale: non può esistere una intelligenza artificiale affidabile senza una corretta gestione della sicurezza delle informazioni. L’IA vive di dati, e in sanità questi dati non sono mai neutri. Possono essere immagini, parametri clinici, segnali, informazioni personali, dati diagnostici o elementi della storia assistenziale della persona.
La loro riservatezza, integrità e disponibilità non costituiscono soltanto requisiti informatici, ma condizioni preliminari per proteggere la persona assistita e garantire la qualità dell’intero processo.
In questo quadro, un riferimento particolarmente interessante è rappresentato dal profilo dell’AI Consultant, richiamato nell’ambito della UNI 11621-8 tra le figure professionali operanti nel settore dell’intelligenza artificiale.
Si tratta di una figura chiamata a supportare le organizzazioni nella comprensione, valutazione e integrazione dei sistemi di IA nei processi aziendali, contribuendo alla definizione delle strategie di adozione, all’analisi dei rischi e dei benefici, alla coerenza con il quadro normativo e agli aspetti di formazione, monitoraggio e miglioramento.
Proprio per queste caratteristiche, l’AI Consultant appare come uno dei profili più vicini a una possibile declinazione sanitaria della governance dell’intelligenza artificiale.
Non si tratta, evidentemente, di trasferire meccanicamente un profilo nato nel contesto ICT dentro le professioni sanitarie, né di sostituire competenze informatiche, ingegneristiche o manageriali. Il punto è diverso: in sanità, l’intelligenza artificiale non può essere valutata soltanto per la sua architettura tecnica, ma deve essere compresa nel modo in cui entra nei processi reali di cura, nei flussi di lavoro, nella produzione del dato, nella sicurezza della persona assistita e nella responsabilità professionale.
In questa prospettiva, un professionista sanitario adeguatamente formato sui temi dell’IA, della governance, dell’etica, della protezione dei dati e della valutazione del rischio può rappresentare una figura di raccordo particolarmente preziosa. Il suo valore non risiede nel sostituirsi allo sviluppatore, all’ingegnere clinico, al data scientist o al responsabile dei sistemi informativi, ma nel portare dentro la valutazione dell’AI la conoscenza situata del contesto sanitario: come si lavora realmente nei reparti, quali criticità emergono nei processi, quali rischi possono incidere sulla sicurezza, quali output sono davvero comprensibili e utilizzabili dai professionisti, quali effetti possono prodursi sulla persona assistita.
Il Tecnico sanitario di radiologia medica (TSRM), ad esempio, può rappresentare una figura particolarmente significativa in questa direzione. La sua attività professionale si colloca infatti in un punto di intersezione tra tecnologia, immagine, dato, dose, qualità tecnica, sicurezza e relazione con la persona assistita. Un TSRM formato alla governance dell’AI potrebbe contribuire alla valutazione dei sistemi intelligenti applicati all’imaging, alla verifica della qualità degli output, all’individuazione di criticità operative, alla formazione dei colleghi, al monitoraggio dell’uso dei sistemi e al dialogo tra professionisti sanitari, ingegneria clinica, sistemi informativi, risk management e direzione sanitaria.
L’AI Consultant, così inteso e opportunamente declinato nel contesto sanitario, non sarebbe quindi una figura astratta o meramente tecnica, ma un facilitatore della governance responsabile dell’AI. Una figura capace di accompagnare l’organizzazione nel passaggio dall’adozione tecnologica alla responsabilità culturale, contribuendo a rendere l’intelligenza artificiale non solo disponibile, ma realmente comprensibile, controllabile, sicura e orientata alla tutela della persona.
Nel contesto sanitario questo passaggio assume un significato particolare. L’AI non entra in un ambiente qualsiasi, ma in processi nei quali sono coinvolti salute, vulnerabilità, sicurezza delle cure, responsabilità professionale e fiducia nella relazione assistenziale. Per questo, la governance dell’AI sanitaria non può essere confinata ai sistemi informativi, all’ingegneria clinica o alla dimensione amministrativa. Deve raggiungere i luoghi reali in cui la tecnologia viene utilizzata: le sale diagnostiche, i reparti, i laboratori, gli ambulatori, i percorsi assistenziali, i momenti in cui il professionista interpreta un output e lo collega alla storia concreta della persona assistita.
Il rischio, altrimenti, è quello di costruire una governance solo formale: procedure corrette, documenti completi, responsabilità apparentemente definite, ma poco impatto sulla pratica quotidiana.
Una governance realmente efficace, invece, deve modificare il modo in cui le persone lavorano, decidono, collaborano e comprendono la tecnologia.
Deve rendere chiaro dove l’AI è presente, quali dati utilizza, quali risultati produce, chi li valuta, chi li monitora e chi interviene quando emergono errori, anomalie o effetti inattesi.
8. Conclusione. Rimanere umani nel tempo dell’intelligenza artificiale
L’alfabetizzazione all’intelligenza artificiale non rappresenta soltanto una nuova esigenza formativa, ma una condizione culturale per abitare responsabilmente il tempo dell’AI.
Essa consente di trasformare la competenza tecnica in responsabilità culturale, l’utilizzo degli strumenti in capacità critica, l’innovazione tecnologica in servizio alla persona.
Il paradigma delle professioni sanitarie mostra con chiarezza che non basta introdurre sistemi intelligenti nei processi organizzativi. Occorre formare persone capaci di comprenderli, governarli e valutarli criticamente.
Nei contesti ad alto rischio, infatti, la supervisione umana non può essere un principio astratto, ma deve diventare competenza concreta, responsabilità professionale e cultura condivisa.
Questa consapevolezza nasce dalla pratica. Chi opera in sanità sa che la tecnologia può essere preziosa, ma sa anche che non cura da sola. Sa che il dato è indispensabile, ma non coincide mai interamente con la persona. Sa che l’immagine può mostrare molto, ma non esaurisce la storia di chi viene assistito. Sa che una procedura può essere tecnicamente corretta, ma deve rimanere proporzionata, appropriata e rispettosa della dignità umana.
È proprio questa esperienza concreta che può offrire un contributo alla riflessione culturale sull’intelligenza artificiale. La sanità insegna che il progresso non si misura solo nella potenza dello strumento, ma nella qualità della relazione che esso permette di custodire. Non si misura solo nella velocità dell’elaborazione, ma nella capacità di migliorare decisioni giuste. Non si misura solo nella precisione dell’output, ma nella responsabilità con cui quell’output viene interpretato.
Alla luce di Magnifica Humanitas, la questione dell’intelligenza artificiale diventa anzitutto una domanda sull’umano. Non si tratta soltanto di stabilire quanto possano fare le macchine, ma di decidere quale tipo di persona, di professionista e di cittadino vogliamo formare. Una società che introduce l’IA senza alfabetizzazione rischia di produrre utenti competenti ma cittadini fragili; professionisti addestrati ma non pienamente responsabili; organizzazioni efficienti ma culturalmente impreparate.
Per questo, educare all’IA significa custodire i diritti cognitivi e promuovere una cultura dell’innovazione nella quale la tecnologia resti al servizio della dignità, della libertà e del bene comune.
Il futuro dell’intelligenza artificiale non dipenderà soltanto dalla qualità degli algoritmi, ma dalla qualità delle comunità che sapranno governarli. Dipenderà dalla capacità della scuola di formare pensiero critico, dell’università di integrare saperi tecnici e umanistici, delle professioni di aggiornare la propria responsabilità, delle istituzioni di costruire regole giuste, dei territori di non restare esclusi dai processi di innovazione.
In questa prospettiva, il mondo sanitario è uno dei luoghi in cui tale dibattito diventa più concreto. La cura, infatti, obbliga a non dimenticare mai che dietro ogni sistema, ogni dato e ogni decisione vi è una persona.
Ed è forse questa la lezione più importante che la sanità può offrire alle comunità educanti: l’intelligenza artificiale sarà davvero al servizio dell’uomo solo se saremo capaci di formare persone che, davanti alla potenza della macchina, sappiano ancora esercitare discernimento, responsabilità e cura.
Coltivare l’AI, educare all’AI, umanizzare l’AI significa, in fondo, questo: non chiedere alla tecnologia di sostituire l’umano, ma chiedere all’umano di crescere in consapevolezza, responsabilità e libertà mentre la tecnologia trasforma il mondo.
Piuttosto, come sostengono De Caro e Giovanola (in: “Intelligenze. Etica e politica dell’IA”. Ed. Il Mulino 2025) “occorre sviluppare un approccio equilibrato, capace di valutare le opportunità e i rischi che l’AI presenta, orientandone consapevolmente progettazione, sviluppo e utilizzo, a beneficio tanto dei singoli individui quanto della collettività. Detto altrimenti: occorre progettare, sviluppare e utilizzare l’IA in modo etico”
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TSRM Antonio Di Lascio, Tecnico sanitario di radiologia medica,
*Perfezionamento in Etica, Diritto, Tecnologie del digitale. Dimensioni del rischio nell’Intelligenza Artificiale (Università degli Studi di Macerata e Politecnica delle Marche); Aspetti legali, forensi ed assicurativi delle professioni sanitarie
Docente di Scienze Tecniche Mediche Applicate – MEDS-26/B insegnamento di Etica e comunicazione nel Corso di Laurea Triennale in Tecniche di Radiologia Medica, per Immagini e Radioterapia (L/SNT-3) presso UniCamillus – Saint Camillus International University of Health and Medical Sciences, Roma
Breve Bibliografia

Antonio Di Lascio è Tecnico sanitario di radiologia medica, laureato nella professione sanitaria di Tecniche di radiologia medica per immagini e radioterapia e in Scienze delle professioni sanitarie tecniche diagnostiche. Nel corso della propria esperienza professionale ha approfondito diversi ambiti della diagnostica per immagini e della sanità digitale, tra cui medicina nucleare, TC, sistemi RIS/PACS, radiologia interventistica, emodinamica e cardiologia interventistica. Ha conseguito il master in Aspetti legali, forensi ed assicurativi e il perfezionamento in Etica, Diritto, Tecnologie del digitale. Dimensioni del rischio nell’Intelligenza Artificiale. È docente a contratto presso UniCamillus – Saint Camillus International University of Health and Medical Sciences, nel Corso di Laurea in Tecniche di Radiologia Medica, per Immagini e Radioterapia, per il settore scientifico-disciplinare MEDS-26/B. Svolge attività di divulgazione, didattica e produzione scientifica su temi connessi all’etica e alla deontologia professionale, alla responsabilità sanitaria, al rischio clinico, alla consulenza tecnica e perizia nei giudizi di responsabilità sanitaria, alla governance dell’innovazione digitale e all’alfabetizzazione all’intelligenza artificiale nelle professioni sanitarie. È impegnato nella rappresentanza istituzionale della professione sanitaria di TSRM e nella valorizzazione del ruolo delle professioni sanitarie nei processi di cura, innovazione e umanizzazione dell’assistenza.
È autore di diverse pubblicazioni, relatore in congressi nazionali ed internazionali e in corsi di formazione accreditati ECM per la sua professione e per le professioni sanitarie.
Si è dedicato all’ambito etico e deontologico, di responsabilità sanitaria e assicurativa, legale e forense delle professioni sanitarie.
È Rappresentante nazionale dell’Area Nurse & Techinician della Società italiana di Cardiologia interventistica (GISE) per il triennio 2023-2026 (Società accreditata presso il Ministero della Salute).
Ha dedicato una parte significativa del proprio percorso personale e formativo all’associazionismo cattolico, in particolare nell’Azione Cattolica Italiana, sia a livello locale che nazionale, maturando un interesse stabile per i temi dell’educazione, della responsabilità sociale, della partecipazione comunitaria e della promozione della persona.
LinkedIn: https://www.linkedin.com/in/tsrmantoniodilascio/
OrdcID: https://orcid.org/0000-0002-4467-116X
Unicamillus: https://unicamillus.org/docenti/antonio-di-lascio/
